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Cultura, arte e musica
15/06/2017
IL MONUMENTO
Oggi è il 4 novembre, giorno dell'Unità nazionale è giornata delle Forze Armate è l'unica festa nazionale, istituita nel 1919, abbia attraversato tutte le età dall'Italia liberale, fascista e repubblicana; col consenso unanime. In occasione del 4 novembre e dei giorni immediatamente precedenti le più alte cariche dello Stato rendono omaggio al Milite Ignoto, la cui salma riposa presso l'Altare della Patria a Roma. Ogni paese d'Italia ha un proprio Monumento ai Caduti ed anche a Sant'Agata ne troneggia uno inaugurato nel 1971. 
In quella occasione, il caro prof. Carmelo Volpone (Rip) scrisse una composizione in versi, in dialetto santagatese, che vi propongo un po' in dialetto è un po' nella traduzione italiana perché sia letta e compresa meglio da tutti.
L'autore s'immagine, a notte fonda, di veder scaturire da questo monumento una miriade di soldati caduti in guerra che fanno finalmente ritorno in paese, un ufficiale che li inquadra e concede loro la libera uscita. Questi fanti si abbracciano, come tornassero dopo tanto tempo da molto lontano, poi invadono le strade del paese, fino alle case dei propri parenti; impazienti di riabbracciarli. Quando si sta facendo ormai mattino, ritornano tutti al monumento e, avvertito il suono di tromba intonare "il silenzio"; si ritirano in buon ordine all'interno di quel monumento. Il tocco finale è dato la mamma che guarda il monumento con la lunga lista di soldati caduti e dice piangendo: "Perché.....questi lutti?" E noi ci chiediamo: "Perchè la guerra? "

IL MONUMENTO

La notte piano piano, per i monti,
era salita e, poi, entrata zitta zitta,
dentro al paese, fattosi di piombo,
dopo un giorno di confusione fitta.

L'uteme vecchiariérre, traballanne
sòpe re còsse séccche, se ne scéva:
nfumète cum'a chène e sbarluttanne,
pe nu pecché che sule irre sapéva.

Io, per consolarmi, solo e ancora,
dentro la notte di Luna a luce fatua,
mi stetti, così, per più di un'altra ora,
per contemplare insieme, Luna e statua.

Attuòrne l'aria chiumme s'èra fatta, 
lu pése nda re chèse era trasute,
quann'ije veriétte, cume còsa ndatta,

aprirsi il monumento, sconcertato,
da dentro a lui uscire tanti soldati;
tanti per cui la piazza ne fu piena,
come per una giornata ricordevole:
gente che venne fuori in una piena

re chiande, lamiénde, vucije, e, che sacce ije,
cume a chi se retròva ròppe tande,
ca a chiange me mettiétte pure ije:
spécie penzanne ca chire érene fande!

E si diedero la mano; e si abbracciarono,
si chiamarono per nome e si baciarono,
guardandosi la faccia addolorati.

Ije allòra, cume lu chiangòne, fitte,
che régge lu lambiòne, addrète stiétte:
rìggede, a tanda veréne, e assèije afflitte,
cu l'uòcchie a chiande, pe lu strazie mbiétte.

Poi, dopo che si furono salutati,
uno di essi, anziano e con i gradi,
messosi davanti a tutti, inginocchiato,
mentre gli altri abbassavano lo sguardo

penzuse pe tèrra, sulènnamende
rengraziéje r'èsse turnète a lu paése:
“Ròppe tanda tiémbe finalmènde!”
sendiétte rice, cume chi éja uffése,

Quindi si alzarono poi, e sopra l'attenti
stettero fissi. - Oh commozione! - Una tromba
squillò. - Le facce di lacrime cocenti
si bagnarono. - La notte era una tomba 

Ruppero le righe poi, e, di fretta, 
ubbidendo come a un ordine misterioso,
corsero senza fare alcuna ressa,
molti di essi alquanto indispettiti,

Ognune pe na strèta re lu paése,
pe gì a re casera a vesetè li pròpie:
bén cèrte, pecché a lòre èra palése,
re truè, re la réaltà sule re còpie.

Rimasto solo io ora, a pensare a tutto
quanto avevo assistito mi misi,
e ai luoghi dove quei lutti
avevano avuto luogo; e alle guerre e alle cause.. e diedi,

stattamènde nu calge accussì fòrte
mbiétte lu lambiòne che stéva nànze,
ca me faciétte mèle cume a mòrte;
pe cuje chiangiétte, sènza avé curanze,

e per l'uno e per l'altro dolore nel cuore,
senza poter sapere quale fosse più grande,
per un tempo che mi sembrò di ore
e senza che di là mi fossi mosso.

Tornarono poi, frattanto che io pensavo alla vita,
come se per appuntamento datosi,
tutti quanti, dalla libera uscita;
e, come più sereni e liberati,

faciérne cròcchie qua e ràne: pe nànze
li barre, lu Municipie, li mure,
li circule, li nehòzie, o qua nànze
li fiérre, huardanne cu uòcchie secure

e parlando di questo e di quell'altro:
così, come gente che è stata
lontana e ora, insieme con tutti gli altri,
in grazia di Dio, per sempre si è ritrovata.

E sendiétte còse che ije mèje sapute
re lòre avéva apprima: raccònde
avaramènde triste e scanesciute
re quiste e re quir'alde, e tutte r'ònde

suffèerte e suppurtète nda lu còre;
e re patènze e li sfrègge e re mòrte,
sule e lundène; e re speranze lòre
ca pe la huèrra s'èrne fatte còrte;
speranze e delusioni per ogni cosa:
per i figli, per moglie, fratelli, sorelle;
per madre e padre, vecchi senza tregua,
alla ricerca sempre, come dell'oro,

per la vita distrutta di un figlio.
Mi feci più triste a questi discorsi;
son fatto così io.... E pensai tanto alle loro famiglie,
volendo che avessero ascoltato questi discorsi...

Ma l'ora si era fatta quando canta
il gallo nella notte e si giunge alla fine
dell'Ave Maria ai morti: nella santa
ragione che li eleva e li consiglia.

Sicché più tempo in mezzo al tempo ancora
non ce ne fu e, in un momento, 
in mezzo alla piazza, si inquadrarono ancora,
innanzi alla porta del monumento,

seguendo tutti l'ufficiale anziano.
Poi, messa ciascuno la mano alla visiera,
tre volte salutati i paesani,
sopra l'attenti e a gran voce, in tono fiero,

frattanto che una tromba era intuonata
assai alta nella notte, e sconsolata,
come squillo che sprona all'avanzata
in un'azione di guerra, a fila ordinata,

entrarono dentro la casa della sorte...
e, appena dentro fu l'ultimo fante,
solennemente si chiuse la porta,
serrando entro essa ogni più bello incanto.

L'uteme vicchiarièrre, traballanne
sòpe re còsse sécche, repassèva,
nfumète cume a chéne e sbarluttanne,
pe nu pecché che sule irre sapéva.

Pò se fermèje nu pòche e, léndamènde,
strengènne mmène lu cappiérre a spèra;
s'addrezzèije tutte, huardèije lu munumènde,
alzèje nu vrazze e disse: “Uagliù!...bònaséra!”

Mò, na vècchia, nd'a nu scialle arrauglièta,
se fermé nànze a me, uldema re tutte,
re chiande e re relòre mbriachèta;
me uardèije apprima, e po', :”Pecché....sti lutte?!”

Apriétte re brazza, allòra, e, nfèlice,
l'abbrazzèij,....cume avisse fatte pure tu.
“Ohi!... Pòvera mamma! …., sulamènde rice,
gnurande ije, le sapiétte...., e niénde chù.

(Prof. Carmelo Volpone dal libro “Sant'Agata di Puglia nel tempo”)

La foto è di Michele Orlandella.
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