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Artemisium News
18/12/2021
Il S. Natale a Sant’Agata di Puglia nella cultura, nell’arte
di Dora Donofrio Del Vecchio

Il S. Natale è per tutti i cristiani la festa più grande in quanto celebra la nascita  di Cristo, cioè la Sua incarnazione e, quindi, l’inizio della umana redenzione. La straordinaria ricorrenza della Natività ha radici antiche. Nella cultura pagana pre-cristiana molto importanza si dava agli astri, soprattutto al sole, cui si dedicava le festa pagana del Dies Natalis invicti Solis.

I popoli festeggiavano il 25 dicembre la nascita del sole, elemento essenziale per la vita degli uomini e della natura. La festa coincideva con il solstizio d’inverno (21 dicembre), giorno dal quale iniziano a crescere le ore di luce e a diminuire quelle delle tenebre, ed inizia il periodo del risveglio della vegetazione. Il culto del sole ebbe origine in Oriente, in Siria ed Egitto.

Era la festa della luce. Gesù Cristo è la luce per eccellenza e portatore di luce. Ed i Padri della Chiesa, che non conoscevano la data della nascita del Redentore, nel IV secolo fissarono la festività il 25 dicembre. 

Come in molti altri paesi della Puglia, anche a Sant’Agata si respirava aria natalizia molto prima del 25 dicembre, da quando gli zampognari provenienti dall’Abruzzo, dal Molise o dalla Basilicata giravano per le strade e con il suono di ciaramelle e zampogne diffondevano dolcissime melodie. Gli organi nelle chiese suonavano la “pastorella” ed  i ragazzi sui muretti delle strade presso i fontanini modellavano l’argilla per farne statuine, “li pupazze”.

 

Ma ad introdurre nell’atmosfera natalizia l’intera popolazione era “lu matutine”, una pratica devota che risale al 1600. “Lu matutine” era la messa che si celebrava alle quattro della mattina con la novena del S. Natale, dal 16 al 24 dicembre, nella chiesa parrocchiale di S. Angelo. Lo scopo principale era quello di consentire ai campagnoli, che erano la fascia più consistente della popolazione, di partecipare, prima di avviarsi verso i campi, alle funzioni religiose che preparavano alla festività del S. Natale. Le campane svegliavano i volenterosi nel cuore della notte, alle tre e mezzo, ed era un affluire silenzioso e lieto verso la chiesa di adulti e giovani, non solo della classe contadina. Molti piccoli, ancora addormentati, venivano portati da nonni o genitori avvolti negli scialli di lana. Si sfidava il buio, il gelo della notte e la neve, che in passato cadeva abbondante, per non mancare a questo appuntamento atteso per un anno e che compattava la comunità in uno straordinario spontaneo slancio devozionale e religioso. Per i giovani, numerosissimi, era l’occasione per incontrare il fidanzato o la fidanzata, considerato che non era consentito alla giovane uscire di casa.

Si rincasava ch’era ancora buio ed un’animazione insolita dava vita al paese. Fumavano i primi camini e l’aria incominciava ad impregnarsi di profumi di dolci, di “susumiérre” e “crespelle”, cui si dedicava qualche massaia mattiniera. Muovevano, quindi, verso i campi in tanti, uomini e donne, per gli ultimi lavori della semina e per la raccolta delle olive.

Il “mattutino” si concludeva il 24 dicembre. La notte nasceva il Bambino. La cerimonia era molto suggestiva, tra canti accorati, profumo d’incenso, preghiere sentite. Nella Notte santa centinaia di fedeli gremivano le chiese santagatesi, ed in quella di S. Angelo numerosissimi erano i bambini. Molte piccole erano vestite “alla foggia antica” e portavano doni, molti piccoli vestivano da pastorelli e portavano sulle spalle capretti ed agnellini. In questa Notte anche i poveri erano generosi nelle offerte. Tutti mettevano il soldo nella culla del Bambino mentre don Donato Pagano Lo portava processionalmente in chiesa per deporLo nel presepe. Era un bellissimo Bambinello di Arte Ambrosiana. Si contavano centinaia di Comunioni. Si sentivano tutti più buoni ed i bambini erano particolarmente felici perché ricevevano la strenna. Molti scrivevano la letterina ai genitori promettendo di essere più buoni e recitavano la poesia prima del pranzo. Non c’erano allora per loro doni particolari, tutto era più semplice ed alla buona.

 

Nelle chiese ed in molte case si preparava il presepe con i “pupazzi” realizzati in argilla dai ragazzi ma anche da adulti. Tra questi vanno ricordati Rocco Cutolo e Leonardo Zocchi che allestivano il presepe in S. Nicola e facevano con la creta e con le loro mani le statuine.

Un contributo alla cultura presepiale santagatese è stato dato dai Padri francescani forti del loro secolare culto per la Natività. Fu infatti S. Francesco d’Assisi con i suoi frati nella notte del 24 dicembre 1223 a Greccio, nella Valle Reatina, a dar vita al primo presepe vivente. E sempre nella chiesa della SS.ma Annunziata sono stati realizzati artistici presepi.

Un vero capolavoro è il presepe in pietra policroma nella Cappella dell’Epifania o di S. Giuseppe della chiesa madre di S. Nicola, realizzato tra la fine del 1500 e i primi anni del 1600. Si compone di due piani sovrapposti. In quello inferiore è la grotta con S. Giuseppe, in piedi, la Madonna in ginocchio, il giaciglio su cui si pone il Bambino, angeli festanti. Dietro il bue e l’asinello. Nel piano superiore vari personaggi e animali: i Re magi, due pastori, le pecore, il lupo, un cane. Una volta a cielo in fabbrica, rallegrato e ravvivato da angeli e teste di angeli dai volti paffuti e felici ricopre la grotta. 

Tra i più suggestivi canti del Natale è la stupenda pastorale “Tu scendi dalle stelle”, scritta da S. Alfonso de Liguori nel Natale del 1754, quando dimorava nel convento della Madonna della Consolazione a Deliceto (Fg), zona di antica cultura agro-pastorale. Un canto che nel 1755 già circolava in Napoli, che fu pubblicato nel 1769 e subito adottato in tutto il mondo.

 

Il Natale offriva occasione per incontri e momenti di convivialità. Dolci tipici arricchivano la mensa e deliziavano il palato, come le “crespelle”, “li susemierre” che si condivano con il miele o con il vincotto e mandorle abbrustolite e sminuzzate con una bottiglia. Abbondavano torroni di mandorle e pettole.

Nel camino il ceppo bruciava lentamente mentre sotto la cenere calda si cuocevano patate, salsicce e “lampascioni”. Si creava una gioiosa atmosfera domestica. Tornavano gli emigrati dalla Svizzera e dal Belgio, si riuniva la famiglia e si trascorrevano serene serate anche in compagnia parenti e di buoni amici e nel piacere di gustare insieme un buon bicchiere di vino.

Non si mangiava la carne la vigilia ma si mangiavano pietanze a base di capitone, anguilla e baccalà.

Il pranzo del giorno di Natale era costituito dalla pasta con il ragù di agnello (maccarune cu lu rahù re agnelle). La “tiella”, con agnello o cappone e patate al forno, era d’obbligo. Arricchivano la mensa salumi preparati in casa accompagnati da formaggi locali. Quindi frutta (mandarini, arance, uva ben conservata), castagne, fichi secchi e dolci. Tutto innaffiato da buon vino. Non mancava la bottiglia “re vine lammecchète” (vino lambiccato).

 

Secondo una credenza popolare i defunti dal 2 novembre al 6 gennaio, giorno dell’Epifania,  erano liberi da ogni pena e potevano uscire anche dal Purgatorio. Si era contenti di saperli in una condizione di grazia a tener compagnia spiritualmente ai superstiti. Molti in loro memoria per il S. Natale invitavano a pranzo un povero, un’orfana, un orfano, in cui vedevano il caro estinto. 

Una tristezza stringeva il cuore all’approssimarsi dell’Epifania, perché i defunti  ritornavano alla loro condizione, perciò:

Tutte re feste scessene e menessene

e Pasqua Bbefania meje menesse!

(A tutte le festività sia consentito arrivare e trascorrere, ma l’Epifania non arrivi mai!)

Dalle condizioni atmosferiche del giorno di Natale i contadini traevano auspici per l’annata agraria:

Natèle sicche massère ricche (Natale asciutto, massaro ricco).

A contare dal giorno di S. Lucia, i dodici mesi sarebbero stati come i dodici giorni fino al 25 dicembre. La conferma veniva contando altri dodici giorni dal 26 dicembre fino al 6 gennaio. Esempio: il mese di aprile corrispondeva al giorno 17 dicembre, la conferma delle condizioni atmosferiche la dava il giorno 29.

Nella notte di Natale secondo la credenza popolare doveva essere solo il Bambino a venire alla luce. Un bambino o una bambina nati nella Notte santa erano destinati ad essere il primo “pumbunère”, un licantropo, la seconda una “scianèra”, una strega. Pertanto non bisognava concepire il giorno dell’Annunciazione.

 

Molti proverbi e modi di dire sono legati al periodo natalizio:

O bbagnète o assutte a Sanda Lucia semmenèjene tutte (o bagnato o asciutto per S. Lucia seminano tutti);

Lu juorne re Sanda Lucia lu cchjù curte che ce sija (il giorno di S. Lucia è il più breve dell’anno);

Mo’ vène Natèle, nu ndènghe renère, me fume la pippa e me vèche a ccurchè (arriva Natale, non ho denaro, fumo la pippa e vado a letto);

Natèle cu lu sole, Pasqua cu lu ceppone (Natale con il sole, Pasqua con il ceppo);

La notte re Natèle nu nze rorme pecchè la Maronna ave fatte lu masculille (la notte di Natale non si dorme perché la Madonna ha partorito un Bambino);

Ra Natèle a Sande Stefene (da Natale a S. Stefano: vita brevissima);

A Ppasqua e a Natèle se viéstene li furnère (a Pasqua ed a Natale anche i fornai indossano i vestiti della festa);

Natèle cu li tuje, Pasqua cu chi vuje (Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi);

Pasqua BBefanìja tutte re ffeste porta via (l’Epifania porta via tutte le feste);

Prime re Natèle né fridde nnè ffèma, roppe Natèle fridde e fèma (prima di Natale né freddo né fame, dopo Natale freddo e fame).

Dolce e coinvolgente questo quadretto della Sacra Famiglia descritto in una cantilena popolare:

Padre nostre peccerille/janghe, russe, reccetiélle/cu na vesta turcunèlla/e mmeràmele quand’éja bbelle/e mmeramele lu Bammine/la Maronna lu tène nzìne./ San Giuseppe faceva la fassa/la Maronna piglja e lu mbassa/ninne ninne cerca la pappa/ pappa pappa nu nge n’è/ mèna ndèrra la cascetèlla/ca ne truove na stizzarella./ Scije e nu nne truvèje/la Maronna se ngenucchèje/Sande Pietre menèva ra Rome/scèva recenne l’orazzijone/chi si’ ttu e cchi so’ ije/ so’ lu figlje re Marìja. (Padre nostro piccolino/bianco, rosso, ricciolino/ con una vesticciola turchinella/e ammiriamolo il Bambino/la Madonna lo tiene in grembo./ S. Giuseppe fa la fascia, la Madonna subito lo fascia/ il piccolo vuole la pappa/ pappa pappa non ce n’è/ porta giù la cassetta/ perché puoi trovarne una goccia/ Ma non ne trovò/la Madonna s’inginocchiò/S. Pietro veniva da Roma/e camminava dicendo orazioni/chi sei tu chi sono io/sono il figlio di Maria.)

 

Dei riti antichi e della tradizione natalizia oggi poco si salva o se ne è smarrito il significato autentico a causa del consumismo e dei ritmi frenetici  della vita. Ma ancora per tutti il Natale è l’occasione per continuare a sperare in un mondo migliore.

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