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Artemisium News
22/06/2020
Mons. Michele Falcone
Sacerdote di Cristo con la gente e per la gente
di Filomena Marchese

Nella vita di ognuno ci sono circostanze, avvenimenti, persone che ci lasciano indifferenti; ci sono, invece, altre circostanze, avvenimenti e persone che ti segnano, ti affezionano, ti coinvolgono. Questo atteggiamento si avverte. soprattutto con le persone che hai conosciuto, stimato e fatto un tratto di vita insieme nella comunità parrocchiale. E questo è il caso di mons. Michele Falcone. Un sacerdote ricco di valori, incantava chiunque lo incontrava, e ne restava affascinato.

 

Era il 1980 quando don Michele arrivò, giovane sacerdote trentottenne, nella nostra parrocchia di San Nicola in Sant’Agata di Puglia. Veniva da una esperienza di vice parroco di una grande parrocchia di Roma: San Giovanni Battista dè Rossi; esperienza fatta di nuovi stili e attività, e tanti ideali.

 

Da subito si inserì nella nostra comunità santagatese considerandosi uno di noi. In quei 21 anni vissuti nella nostra comunità ci fu conoscenza reciproca, stima, ammirazione per il suo stile di grande umanità, generosità, disponibilità, spiritualità, doti queste che avvicinano, rasserenano, stimolano, promuovano.

 

Ciò che da subito colpì di lui la comunità santagatese fu l’amore per il suo sacerdozio e per la cultura.

 

La sua è stata una vocazione: all’obbedienza, alla preghiera, alla carità. Sacerdote: uomo di speranza. Sacerdote: animatore della fede. Ha saputo spezzare il pane sull’altare che ha donato con il cuore, attraverso le sue energie, per tutti noi e per quel Dio a cui aveva dedicato la sua intera esistenza.

 

Don Michele è stato un “sacerdote semplice” “non un semplice sacerdote”. Da subito fece emergere le sue speciali doti di pastore di anime e di una intensa attività pastorale, di un infaticabile cammino di fede, di rinnovamento culturale e sociale, dei quali tutti ne abbiamo beneficiati.

 

Non era un clericale: era proprio un prete–prete. Lo era con tutto se stesso: mite e battagliero, trasparente e innamorato di Cristo e della Chiesa, forte e tenerissimo.

 

Il suo è stato un ministero caratterizzato da un’azione catechistica, liturgica e pastorale viva, concreta, aperta al culturale, al sociale, allo spirituale, coniugando fede e cultura, fede e vita, continuità e novità, tradizione e rinnovamento.

 

Nei suoi anni di azione pastorale ha portato avanti una preziosa attività di recupero, di salvaguardia, di conservazione e valorizzazione dei beni artistici, storici e culturali delle nostre chiese, ma principalmente la crescita spirituale delle comunità che ha servito con disponibilità e generosità, con semplicità ed umiltà, con povertà ed eleganza.

 

Accoglieva tutti, ascoltava tutti, non rimandava indietro nessuno senza prima averlo confortato, incoraggiato. E così facendo realizzava la vera Chiesa delle anime, la comunità parrocchiale, per la quale ha dato tutto se stesso.

 

Ogni iniziativa nel fare, nel saper fare, nel saper essere era sempre improntata ad un forte spirito di collaborazione, di coinvolgimento, di condivisione con la gente, con la nostra gente, con la comunità, con la nostra comunità.

 

Ogni manifestazione doveva essere sempre solenne, ampollosa e precisa in ogni suo aspetto e particolare, tale da lasciare un ricordo indelebile in ognuno di noi. Con lui siamo cresciuti umanamente, culturalmente e religiosamente.

 

Con il suo esempio ed il suo insegnamento abbiamo imparato ad essere Chiesa. Abbiamo imparato come si serve, si soffre, si ama Gesù e la Chiesa nella logica della fede, dell’obbedienza, della gratuità, del dono.

 

stato un valido punto di riferimento, un instancabile sostegno nonché un modello di eccellenza nella cultura e nell’umanità per tutti noi, specialmente per i giovani, che li esortava ad avere sempre nella vita il “coraggio di osare”, di volare in alto, come era suo solito dire.

 

Mons. Falcone è stato una di quelle persone che quando si incontra e i suoi insegnamenti ti rimangono dentro e ti segnano per sempre.

 

Chi l’ha conosciuto ha “vissuto” a modo suo, a volte anche in conflitto, le sue ragioni o con il suo modo di fare, ma sempre portandogli tanto affetto e rispetto.

 

Ognuno di noi conserverà di don Michele, un ricordo tutto suo, particolare, unico, personale, così come particolare, unico e personale è stato il proprio rapporto con lui.

 

stato un sacerdote a tempo pieno per le sue comunità e per il sociale, svolgendo il suo ministero in conformità a ciò che recita il Concilio Vaticano II: “I presbiteri, in forza della propria chiamata e della propria ordinazione, sono in un certo modo segregati in seno al Popolo di Dio: ma non per rimanere separati da questo stesso popolo o da qualsiasi uomo, bensì per consacrarsi interamente all’opera per la quale li ha assunti il Signore” (Decreto ‘Presbyterorum ordinis’, n. 3).

 

stato una persona di profonda cultura teologica che ha messo a disposizione di tutti.

 

Per l’insegnamento ha avuto sempre una grande predilezione, che considerava non come un mestiere ma come una passione. Infondeva entusiasmo negli alunni; le sue lauree, il suo sapere non mettevano in soggezione, rivelavano un impegno serio nello studio e un amore per la ricerca, specialmente nel campo della teologia morale e pastorale. Ha scritto numerosi libri di teologia morale che poi sono diventati volumi da consultare per l’aggiornamento, per la formazione permanente, una guida per affrontare problematiche difficili di morale riguardanti la persona, la famiglia, la società.

 

Non posso non ricordare la Rivista di cultura e formazione cristiana “Crescere insieme…nella fede” edita dalla nostra Chiesa Matrice di San Nicola in Sant’Agata di Puglia e da lui fondata, che è stato un ponte di collegamento con i santagatesi e non sparsi in Italia e all’estero. Improntata sulla formazione ed informazione, trattando temi e problematiche culturali, etiche, religiose. È stata il suo fiore all’occhiello, era l’orgoglio di noi santagatesi, e il suo intendo era di portare il nome di Sant’Agata di Puglia oltre i confini del territorio. E ci riuscì.

 

La cultura era il suo pane quotidiano.

 

Aveva fatta sua una affermazione di San Giovanni Paolo II: “Una fede che non diventi cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”.

 

La sua cultura, la sua ricchezza interiore, la sua disponibilità, la sua pazienza, costituivano un punto certo a cui ciascuno poteva far riferimento.

 

Poi, quel Gesù che tanto amava e ci insegnava ad amarLo sempre più, aveva preparato per lui il lungo calvario della malattia, calvario che ha salito con grande coraggio e serenità d’animo.

 

In quegli ultimi anni quando la malattia era diventava sempre più insistente, si avvertiva ogni giorno di più la pienezza del suo impegno sacerdotale, vissuto in silenzio e con fermezza.

 

Spesso mi diceva: “Quando sarà il giorno del mio fiat non voglio un funerale, voglio che la mia morte sia un inno di gioia, di riconoscenza e di lode a Dio.

 

Sia un “Magnificat” cantato con Maria, alla quale mi sono sempre affidato, e che certamente mi accompagnerà per mano alla casa del Padre. Quel giorno voglio campane a festa”.

 

E quel giorno, il 24 giugno di quattro anni fa, fu l’incontro dei suoi amici, tra strette di mano ed abbracci in silenzio.

 

Grazie, don Michele, per il tuo esempio di vita, per la tua bella professione di fede sacerdotale che hai fatta davanti a Dio e davanti alle comunità che hai servito con tanto amore, e ringraziamo Dio per averci fatto dono di te.

 

“Un buon nome vale più di grandi ricchezze” (Prv. 1,9)

 

 

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