Dall'Italia  Tue, 12 Nov 2019 08:18 «Così la ‘Ndrangheta arruola i bambini soldato» - Aveva meno di dieci anni quando gli misero in mano una pistola. Se lo ricorda perché le dita erano piccole, l’arma pesante e nel tentativo di scarrellare si fece male al pollice. E’ Luigi Bonaventura, un collaboratore di giustizia che ha preso parte a decine di processi. Ha terminato il suo programma di produzione mentre la sua famiglia è ancora sotto la tutela dello Stato. Lui è stato un bambino soldato della ‘ndrangheta. «Si cresce in famiglie che ti inculcano la subcultura mafiosa con padri e zii che ti indottrinano al culto della famiglia ‘ndranghetista. Cominciano portandoti le armi in casa, insegnandoti a pulirle, a maneggiarle, a caricarle e magari ti fanno ripetere il “giochino”. Poi ti fanno vedere i fucili da assalto e tu che sei piccolo ne rimani affascinato. Assisti a perquisizioni, agli arresti, ti insegnano a disprezzare le forze dell’ordine. Sono tutte cose che alla fine, da bambino, ti condizionano e ti segnano la vita». Bonaventura ricorda anche che veniva spesso portato al macello dove gli insegnavano a squartare gli animali ad avere confidenza con il sangue. «All’epoca io queste cose non le capivo, poi da grande ho compreso che era un modo per farmi prendere dimestichezza con la morte». Bonaventura racconta che queste pratiche aiutano quando si commette il primo omicidio: «Fino al momento che spari non senti niente». Ancora oggi il clan praticano l’educazione criminale nei confronti dei bambini come dimostrano due recenti indagini in Piemonte e in Calabria. Per esempio nelle intercettazioni tratte dagli atti della direzione distrettuale antimafia di Torino, sfociata nelle operazioni «Criminal Consulting» e «Pugno di ferro» dell’ottobre 2019, si sente un uomo che dialoga con dei ragazzini e li invita a sentirsi orgogliosi di appartenere alla ‘ndrangheta. Oppure negli atti di un’inchiesta del settembre 2019 della procura di Reggio Calabria in cui un boss della piana di gioia Tauro addestra il figlio di otto anni al crimine. Nell’ordinanza si legge che il figlio minorenne di uno degli indagati non solo si rivelava consapevole dell’attività svolta dei genitori coinvolti in un commercio di stupefacenti, ma vi partecipava anche suscitando l’ammirazione del padre che osservava orgogliosamente che un giorno «gli avrebbe fatto le scarpe». Il trafficante di droga parlava tranquillamente con il figlio delle dosi e di armi istruendolo anche su come venivano risolti i contrasti con i fornitori internazionali «Che facevano ? una guerra succedeva qua - diceva - avevano Kalashnikov tutto così lo potevi ammazzare lo sotterravi e non sapeva niente nessuno invece i colombiani venivano qua e sai che facevano? il macello». Il presidente del tribunale di minori di Reggio Calabria Roberto di Bella dopo aver visto per anni bambini utilizzati nel trasporto di droga e di armi o nella cura dei latitanti ha cominciato a sperimentare provvedimenti di allontanamento dei minori dalle famiglie di ndrangheta. Provvedimenti che ovviamente valutano situazioni caso per caso. Ad oggi il tribunale dei minori di Reggio Calabria ha adottato 60 provvedimenti di allontanamento dalle famiglie nei confronti di 70 minorenni. Al momento 30 nuclei familiari hanno abbandonato la Calabria dissociandosi dalle logiche criminali. «Mi ricordo di un ragazzino coinvolto a pieno titolo dell’attività della sua famiglia e che era costretto a trasportare armi da guerra e ad assistere al taglio delle dosi di droga. Ora il padre in carcere ed il ragazzino in un’altra località ed è finalmente libero, libero di studiare, di muoversi, di essere, ora che è più grande , un adolescente normale». Di Bella ha portato questa sua esperienza in un libro di recente pubblicazione «Liberi di scegliere», dove racconta le storie di questi ragazzi, i loro traumi e i loro sogni. «Anche noi collaboratori di giustizia in qualche modo abbiamo portato via i nostri figli dai tentacoli dei clan. Loro fanno una vita di sacrifici, che non hanno scelto, rischiando la vita per gli errori che noi abbiamo commesso e subendo una serie di disfunzioni e difficoltà». Spiega Bonaventura che grazie anche al sostegno di sua moglie ha fondato l’associazione sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia e sta creando una ong per difendere i minori che crescono negli ambienti mafiosi “Stop mafia’s children soldiers”. «Noi togliamo i nostri figli dalle origini per portarli in un ambiente migliore - spiega Giovanni Sollazzo, tesoriere del comitato sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia - in quanto nelle nostra terra potrebbero diventare possibile manovalanza della criminalità organizzata. Quindi li sradichiamo da quel territorio e li portiamo in un territorio sano ma in un certo senso anche a loro ostile, perché vengono esposti a molti pericoli e a molte discriminazioni: dobbiamo insegnargli a dire le bugie perché non possono dire il papà che lavoro fa, non possono dire da dove vengono né dove abitano, non possiamo avere il nome sul citofono di casa e a scuola sono facilmente individuabili. Per questo ci sarebbe bisogno di maggiore attenzione da parte del legislatore nei confronti dei familiari dei collaboratori e dei testimoni di giustizia perché possano avere una vita normale». Spesso però i ragazzini raggiungono una maturità ed una sensibilità a volte inaspettata: «Era la festa del papà – racconta Luigi Bonaventura - e ricevetti una lettera dai miei figli. C’erano scritte tante cose belle mi ringraziavano per le cose che riuscivo a dargli, per i regali e per l’affetto. Sembrava una lettera ordinaria di bambini normali. Invece alla fine c’era la sorpresa, perché nelle ultime righe scrissero: papà grazie soprattutto perché non ci hai condotto verso il percorso di una vita criminale ».    Tue, 12 Nov 2019 01:22 Clinton incontra Zingaretti a New York: "Sono così felice di vederti, Thank you!" - Clinton incontra Zingaretti a New York: "Sono così felice di vederti, Thank you!" 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Artemisium News
28/08/2019
STORIE DI ROSPI, DI ANTENATI E DI RITORNI
di Mario De Capraris

 

 

Quando lo raggiunsi, Sebastiano, che ormai era pratico del posto, mi diceva quello che aveva imparato:

“Noi meridionali siamo fatti che appena ‘azzoppiamo’ nella città settentrionale ci mettiamo a fare i test. Cacciamo il fazzoletto e ci soffiamo dentro per fare il test dell’aria. Facciamo il test del sole quando ci mettiamo a guardare in su e diciamo: - Sembra un sole malato. - Stiamo sempre a fare i paragoni con quello che abbiamo lasciato al Sud. Ma questa è una zona industriale. È logico che non potrà mai competere con i nostri posti meridionali.”

Le prime volte, che era estate, tentando di sfuggire alla calura mi portava lungo il fiume a cercare i rospi. Li cercava perché diceva che dove c’erano i rospi l’acqua era pulita e poteva fare il bagno. Alla fine ne trovammo uno, però Sebastiano disse che chissà come ce l’aveva fatta a non morire e così comunque non fece il bagno. Poi un giorno disse che il prossimo treno per il Sud l’avrebbe preso per andare a sposarsi. La ragazza da sposare non la conosceva ancora, ma l’avrebbe trovata al momento. E siccome mi vedeva perplesso poiché pensavo che per sposarsi bisogna almeno essere innamorati, disse:

“Io sono uno che ha bisogno di parlare in dialetto. Una di qui non mi capirebbe.”

Per lui il matrimonio era tutto lì: una questione di dialetto.

Così un sabato sera prese il treno e la mattina dopo mi fece chiamare al telefono del bar sotto casa. Prendo la cornetta:

“Pronto?”

“Senti, sono ad Accadia” disse con voce emozionata “devi venire subito. Mi sposo.”

Non era manco arrivato che già si sposava. Così partii la sera con la nebbia che si poteva tagliare col coltello e arrivai ad Accadia con un sole che spaccava le pietre. Mi fecero conoscere i nonni, gli zii, le sorelle, i cugini. Io li guardavo, i parenti, e, che strano, assomigliavano tutti ai miei parenti, uguali ai miei nonni, ai miei zii, ai miei cugini. Si puo’ dire che erano i miei parenti. Era gente che lavorava in campagna. Per lo sposalizio fecero una tavolata all’aperto tra il gruppo di masserie e mentre aspettavamo gli sposi osservavo i miei “parenti”, abbronzati da lavoratori all’aperto, i vecchi col vestito nero e la camicia bianca per la cerimonia e, essendo magri, ci andavano larghi tanto che il vestito sembrava di un altro. Poi col fare flemmatico paesano che ben conoscevo, uno di loro mi disse:

“Di dove sei?”

“Di Sant’Agata” risposi.

“Tuo padre che mestiere fa?”

“Ha lavorato in campagna.”  E che mio padre avesse fatto il loro stesso mestiere li rendeva felici, ma sentivo che non approvavano che avessi lasciato il loro mestiere e la campagna. Sapevano che vivevo al Nord per cui mi chiesero:

“Ma tornerai qui, ai tuoi posti?”

Io alzavo le spalle, sebbene fossero domande che mi facevano piacere, e sorridevo senza dire niente. Sarebbe stato troppo lungo spiegare che eccome se volevo tornare, ma non era più possibile. Come potevo mai tornare se il mio posto era altrove? Al che loro facevano le smorfie e dicevano:

“Ma come? Non sei sicuro di tornare? Devi tornare.”

Quei vecchi avevano la capacità di risvegliare un sentimento che credevo ormai sopito. Erano quelle le persone che mi piacevano più di tutte, perché insegnavano a tenere vive le proprie radici. Mentre parlavano calmi e ieratici ebbi l’impressione come se si fossero materializzati tutti i miei antenati che chiedevano il mio ritorno. Quel giorno capii che dovevo tornare, fosse stato anche l’ultimo giorno della mia vita. Me lo chiedevano i miei antenati. Arrivarono gli sposi e mangiammo così, sulla tavolata, all’aperto, forse come si era sempre festeggiato da secoli in campagna. Com’era bello il mio sole, la mia aria, il mio cielo. Qui la vita aveva un senso.

Mi invitarono ad entrare nella masseria e – sarà stato l’odore familiare tra il fresco umido e la semioscurità, l’odore del camino dai tizzoni spenti, forse quello della cacca essiccata di gatto o piuttosto la cacca fresca di gallina – fatto sta che fui preso da un groppo alla gola: mi sembrava di essere entrato nella mia masseria di San Pietro Ursitano. E d’un tratto mi fu chiaro ciò che non avevo mai capito: avevo cercato di che vivere da qualche parte nel mondo e non mi ero reso conto che a casa mia, in campagna, avevo la vera ricchezza.   
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