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Artemisium News
17/05/2019
SAN PASQUALE BAYLON NELLA DEVOZIONE E RELIGIOSITA' POPOLARE SANTAGATESE
di Dora Donofrio Del Vecchio
di Dora Donofrio Del Vecchio

La devozione verso S. Pasquale, frate laico della famiglia dei riformati di S. Pietro d’Alcantara, che volle rimanere portinaio del convento e mai accettare mansioni superiori perché se ne riteneva indegno, certamente è giunta nell’Italia meridionale durante la dominazione spagnola, perché il Santo è di origine spagnola, essendo nato a Torre Hermosa il 16 maggio del 1540 (+Villa Real, 1592). A propagarne il culto furono particolarmente i Francescani riformati ed osservanti, come a Foggia, a Lucera ed in tante altre località, da Catanzaro a Stio presso Salerno, e ad Ancona, città queste ultime di cui è Santo patrono ed in cui si svolgono fiere sotto il Suo nome. 

E’ molto venerato a Sant’Agata di Puglia, ove la devozione fu introdotta dai Francescani riformati del convento di S. Carlo, costruito nel 1613. Devozione attestata anche dalla ricorrenza dei nomi Pasquale e Pasqualina. 

In una preghiera popolare s’invoca come protettore delle donne da marito, perché, secondo un’antica credenza, il Santo protegge le donne, per cui le ragazze da marito a lui si rivolgevano con questa preghiera: 

Sambasquèle Bajlonne 

protettore delle donne 

famme avè nu belle marite 

janghe, russe e culurite 

com’a ttè, tèle e qquèle 

o hluriòse sambasquèle 

 (S. Pasquale Baylon / protettore delle donne,/ mandami un bel marito, / bianco, rosso e colorito / come te, tale e quale / o glorioso San Pasquale). 

S. Pasquale, che svolgeva l’attività di pastore prima che diventasse frate, è particolarmente venerato dai pastori, è protettore dei cuochi e dei pasticcieri e patrono delle opere e dei congressi eucaristici. L’iconografia sacra lo rappresenta circondato da pecore mentre è intento ad adorare l’Eucarestia. E’ un Santo  molto vicino al mondo rurale, ed è invocato per provvedere alle sue concrete necessità: la pioggia, abbondanza di erbaggi e di raccolto, salute per gli animali e per gli uomini. 

La sua semplicità è messa in risalto da un detto santagatese 

San Pasquale Bailonne véje a l’acqua e se ne torna 

(S. Pasquale Baylon va a riempire l’acqua e torna al convento). 

La festa si celebrava (e si celebra) il 17 maggio e, come tutte le feste rurali, comprendeva funzioni liturgiche e devozionali come messe, panegirico, processione, e altre manifestazioni a carattere profano, come la fiera ed una serie di giochi e gare di abilità. 

La fiera si svolgeva nelle ore antimeridiane sul Piano di S. Carlo, che si affollava di bancarelle, baracche, traini e “trainelle”. Tra questi s’inserivano proprietari di armenti e zingari con i loro cavalli, asini, pecore, maiali, muli e giumente da lavoro. 

Si vendevano attrezzi da lavoro, barili, tini, tinozze, “fenemiénde” per animali da tiro e da soma, “racane” da stendere sotto gli alberi di ulivo al tempo del raccolto, o per stendervi sopra il grano da “ventilare” o legumi e granturco ad asciugare al sole di agosto. Si vendevano tele per corredi, e masserizie. Non mancava la bancarella con tarallucci e torroni di mandorla. 

I venditori venivano soprattutto dalle località del Sannio, di Ariano, di Avellino, visitatori e possibili compratori giungevano anche da molti paesi vicini: erano contadini, mercanti, massari, donne, devoti del Santo. Le contrattazioni, specie per l’acquisto di muli o cavalli, erano lunghe e vivacissime, considerato il costo e anche l’importanza che si dava a questi animali per il trasporto e per i lavori agricoli, animali che dovevano perciò essere sani, forti e ben addomesticati. Si mantenevano così, di anno in anno, vivi i rapporti tra paesi e regioni confinanti, si consentiva lo scambio di prodotti, si promuoveva il commercio e la circolazione della scarsa moneta a disposizione. 

Conclusa la fiera, il pomeriggio si svolgeva la processione. Finché rimase aperta al culto la chiesa di S. Carlo, ov’era la statua e l’altare di S. Pasquale, la processione, secondo la tradizione, si svolgeva intorno al convento, tra la chiesa della Madonna dell’Arco ed il ponte di S. Lorenzo. Gli anziani ricordano che qualche volta portavano in processione la statua di S. Pasquale i penitenti che rientravano dal pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Consolazione ov’erano andati per intercedere la pioggia. 

Dopo la distruzione della chiesa di S. Carlo (1963), la statua fu portata nella chiesetta della Madonna dell’Arco, il cui Comitato (ricordiamo lo zelantissimo Rocco Capaldo con Rocco Sala, Michele Corlito, Domenico Morese, Pasquale Azzarito, e ci scusiamo se non citiamo altri) provvide anche alla festa di S. Pasquale. La processione si svolse seguendo un nuovo itinerario: partiva dalla chiesa della Madonna dell’Arco, saliva in paese attraverso la strada della Madonna delle Grazie e dalla piazza procedeva lungo le principali vie processionali per ritornare al punto di partenza passando per il Perillo. Era accompagnata dalla banda e non mancavano i fuochi pirotecnici. 

In serata si svolgevano gare e giochi popolari di abilità. Tra questi c’era la corsa nel sacco: i partecipanti dovevano tenere le gambe in un sacco stretto a vita e procedere a balzi fino alla meta. Nella corsa col cucchiaio si doveva correre con le mani legate dietro la schiena portando in bocca un cucchiaio su cui era poggiato un uovo. Nel tiro della fune si confrontavano quattro robusti uomini, due da un lato e due dall’altro e vinceva la coppia che riusciva a tirare e sbilanciare con tutta la fune l’altra coppia. Nella gara de “la spèsa re li maccarune” vinceva chi, con le mani legate dietro la schiena, riusciva, nel più breve tempo possibile, a mangiare tutti i maccheroni contenuti nella “spesa” (grosso piatto). La gara più allegra era forse quella del taralle re melazze, tarallo molto duro fatto con farina, miele e vincotto. La gara richiedeva che il vincitore, bendato a mosca cieca, rinculando arrivasse a sedere sul tarallo con tanta forza da frantumarlo. 

Molto coinvolgente era anche il palio della cuccagna, lu pèle, che assicurava all’abile scalatore caciocavalli e bottiglie di liquore. 

Erano giochi e gare di collettività, che si vivevano all’insegna della festa e dell’allegria, che coinvolgevano tutti, grandi e piccoli, studenti e contadini, che accorciavano per un giorno le distanze sociali, allontanavano dalle preoccupazioni ed interrompevano una quotidianità fatta di miserie e precarietà. 

Dora Donofrio Del Vecchio

 
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