Capitolo quinto.
(Leggere la Premessa al Capitolo primo).
Appena entrati, notiamo con meraviglia che il locale è pieno di uomini dall’aspetto gentile che si mostrano incuriositi della nostra presenza, per di più, onde metterci a nostro agio, uno di loro ci chiede con molto garbo, parlando in tedesco, dal che capisco che ci troviamo in “Germania” (Alberto FRANCHETTI, 1860-1942), cosa desideriamo.
Alla mia richiesta di un caffè, egli ci risponde di rivolgerci alla barista che tutti chiamano “La ragazza Eleonora” (Niccolò PAGANINI, 1782-1840), praticamente “La buona figliuola” (Florian Leopold GASSMANN, 1729-1774) del castello, che per motivi economici abita ne “La casa delle tre ragazze” (Harry BERTÉ, 1857-1924) insieme ad altre due, “La lucchesina” (Giuseppe GUAMI, 1542-1612) e “La pisanella” (Ildebrando PIZZETTI, 1880-1968).
A questo punto il mio compagno di viaggio si ricorda di essere già stato tempo addietro in questo locale, costituito, a suo dire, da molti ambienti, che egli ritiene utile visitare, perché “La sorpresa” (Franz Joseph HAYDN, (1732-1809), di carattere musicale soprattutto, non mancherà, e che, avendo egli capito che sono un appassionato di musica, sarà sicuramente di mio gradimento.
Non l’avesse mai detto, che subito dal retrobottega arriva al mio orecchio una musica familiare, tanto che non ci metto molto a riconoscere “La cantata del caffè” (Johann Sebastian BACH, 1685-1750).
Dal bar partiva un lungo ed ampio corridoio, dove, posizionato in un angolo, su di un piedistallo di granito si trovava “Il monumento a Gesualdo da Venosa per il 400° anniversario” (Igor’ Fedorovic Stravinskij, 1882-1971), mentre sulla parete di destra si affacciavano gli usci di molte sale, che, seguendo il suggerimento della mia guida, decido di andare a visitare, sicuro che non ne rimarrò deluso in tema di sorprese.
E difatti queste non tardano ad arrivare, perché già dalla prima sala odo giungere una musica divina, niente di meno che le struggenti otto battute dell’ “a solo” per clarinetto del secondo atto de “La traviata” (Giuseppe Verdi, 1813-1901), eseguite peraltro in maniera impeccabile, che mi inducono ad andare a sbirciare attraverso la vetrata dell’ingresso, per vedere chi stesse suonando.
Sorpresa ancora più commovente, vedo “Il maestro di musica” (Giovanni Battista Pergolesi, 1710-1736) Bonifacio Florio, amichevolmente chiamato Fazio, valente clarinettista e didatta, circondato da un gruppo di giovani allievi, ai quali, nonostante l’età avanzata, stava inculcando i canoni della propria arte ed i segreti dello strumento.
Intanto mi perviene nelle coane de “Il naso” (Dimitrij Shostakovich 1906-1975) un olezzo per me gradevole, non per altri forse, trattandosi del fumo di un sigaro toscano, da alcuni declassato a livello di fetore, laddove io che ne faccio uso lo giudico un odore amabile, per cui mi attivo per indagarne la provenienza.
Difatti in un ambiente attiguo, sul cui uscio era affissa una targa con la scritta accattivante: Sala per fumatori, adocchio delle persone che, avvolte in un nuvola di fumo, stavano comodamente sedute su elegantissime poltrone, dove quasi in estasi ascoltavano in religioso silenzio la “Suite della tabacchiera” (Ottorino Respighi, 1879-1936), incisa su un vecchio disco di cera che girava lentamente in uno di quei grammofoni a tromba “La voce del padrone”, che funzionavano girando una manovella.
Era chiaro che mi trovavo davanti a personaggi di altri tempi, alquanto caratteristici peraltro, perché, a parte il fatto che vestivano all’antica, oltre ai fumatori di sigaro, ve n’era uno con i baffi alla Adolphe Menjou che aveva una grossa pipa in bocca, mentre un altro esibiva una barba bianca e molto fluente simile a quella di Johannes Brahms (1833-1897), un altro ancora di tanto in tanto prelevava da una tabacchiera d’argento che aveva davanti a sé un pizzico di tabacco per annusarlo.
Insomma, un piacevole tuffo nell’Ottocento.
Alfonso
(Il sogno continua)