Di recente una bella canzone di Max Pezzali, grande successo degli anni ’90, è stata ripresa dalla pubblicità nel suo ritornello, che ci riporta alla storia antica: “Sei un mito”. La parola greca mythos significa originariamente parola, ma anche racconto. Nelle vicende storiche comprese in cinque o sei secoli di vita politica indipendente, dall’800 al 300 circa a.C., fu ed è un mito la città di Sparta. Nessuna città del mondo antico, ad eccezione di Roma, ha suscitato un interesse più vivo nelle epoche successive.
I filosofi Platone e Aristotele, Plutarco con i suoi scritti, hanno preparato il terreno sul quale è stato costruito il mito della città, descrivendone in modo ammirato o critico la storia e il sistema politico. La costituzione di Licurgo, per citare solo un esempio, aveva in sé elementi democratici, monarchici e oligarchici in una combinazione positiva; conservò a lungo la sua stabilità, evitò conflitti sociali e politici e permise grandi successi in politica estera. Fascino esercitava anche l’educazione, finalizzata agli interessi della polis (la città costituita a Stato), in cui la perfezione politica prendeva forma e sostanza. Viviamo un periodo di profonde trasformazioni nei paradigmi della politica. La storia, se pur vale richiamarsi ad essa, dovrebbe insegnare qualcosa anche in questo nostro tempo, innanzitutto nel valore formativo e civile che hanno molti aspetti dello studio del lontano passato, per leggere e comprendere meglio il presente.
Certo non dovremmo considerare la politica, sempre e comunque, il più alto grado possibile di integrazione dello sguardo storico, ma i sistemi di civiltà che con le loro costituzioni e le relazioni reciproche rendono possibile, attraverso le singole voci, una visione globale del passato e del suo rapporto con l’attualità. Soffermarci, quindi, sulla fedeltà della città lacone del Peloponneso alle convinzioni religiose; inoltre, la lotta condotta contro barbari e tiranni, l’idea di uguaglianza tra cittadini di pieno diritto, la limitazione delle preoccupazioni economiche all’essenziali, il rifiuto del denaro, la posizione sociale della donna, l’alta considerazione per gli anziani e l’attenzione per lo sport.
Non ultima, la concisione nel modo di esprimersi (laconismo), benché il notturno più famoso di tutta la letteratura greca arcaica sia quello di Alcmane, che, attenuando il consueto dialetto dorico e utilizzando la lingua della tradizione omerica, immette nella bellicosa e ancora poco letterata Sparta la vena poetica, con la descrizione stupita e contemplativa della notte. Il riferimento a Omero è evidente; la prima descrizione della notte è contenuta nell’ottavo libro dell’Iliade e lascerà un segno nelle successive esperienze letterarie di molti poeti.
Dormono le cime dei monti e le gole, / i picchi e i dirupi, / e le famiglie di animali, quanti nutre la nera terra, / e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api / e i mostri negli abissi del mare purpureo; / dormono le schiere degli uccelli dalle larghi ali.