Il ponte romano di Palino, a tre arcate, è lungo metri 200 circa e poggia ancora i suoi pilastri su quello che una volta fu il corso del fiume Calaggio-Carapelle, ora terreno asciutto, essendosi spostato di circa un chilometro a destra il corso d’acqua.
Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, il ponte era transitabile poi, per ragioni di sicurezza, è stato abbandonato ed il traffico da e per Sant’Agata segue una deviazione che lo costeggia.
La costruzione, ancora imponente, visibile dall’autostrada Bari-Napoli, è divorata dalle erbe, in degrado e palesa sempre più numerosi segni di cedimento soprattutto dalla parte danneggiata dall’alluvione del 2004.
Nella viabilità romana e medioevale, esso costituì un importantissimo punto di passaggio per i collegamenti con Benevento, Equo Tutico, Ascoli, Ordona, Canosa e Venosa, tutte località di rilevanza politica ed economica. Era passaggio obbligato di varie strade che mettevano in comunicazione l’Irpinia, la Lucania, la Daunia, tra cui la Beneventana, la famosa “Via di Orazio”, che era una scorciatoia dell’Appia, via che il poeta percorse nel 38 a.C. con Virgilio, Mecenate, Cocceio, Fronteio, ed altri amici, e che descrisse nella V Satira del libro I. E’, perciò, chiamato anche “Ponte oraziano”. Per questo ponte ubicato lungo una linea di difesa e di fortificazioni che guardava ad est il Tavoliere ad ovest l’imbocco del Calaggio e le alture irpine, sono transitati eserciti, crociati, pellegrini, commercianti, sovrani, santi, pastori transumanti. Ancora oggi significativi sono i toponimi Bastia vecchia, Bastia nuova, Serra d’armi, Vallo La Difesa, allineate da nord-ovest a sud-est, che hanno al centro il Ponte romano e che certamente costituirono punti fermi nell’opera di conquista e di espansione di Roma. Un ponte strategicamente importante quello di Palino, che ha consentito movimenti, comunicazioni, commerci tra Oriente ed Occidente.
Il Pratilli lo definì “magnifico ed opera certamente dei Romani”. Per il Chieffo è “un ponte dall’architettura semplice e solidissima”, da riportarsi ad epoca repubblicana, e doveva servire a passare dalla sinistra alla destra del fiume per chi veniva da Benevento e percorreva la strada che da Roma portava a Brindisi.
In località Giardino, precisamente a Serra del Fico, poco distante da Palino, il Bartoccini localizzò una colonia militare romana che controllava la valle del Calaggio, e che doveva coincidere con il famoso “oppidulo” di cui Orazio non ci dà il nome. Tesi condivisa da A. Chieffo (Preistoria e Protostoria della Daunia, Foggia 1953, p. 127) , per il quale detto “oppidulo” era ubicato “poco distante dalla pianura sotto la collina di Candela”.
Il Ponte è ubicato in territorio di Sant’Agata di Puglia, al confine con quello di Candela. Si ha notizia di un restauro realizzato nel 1884 dai comuni di Candela e Sant’Agata, per cui Lorenzo Agnelli, storico di quest’ultima località, dettò la seguente iscrizione:
Iscrizione per il Ponte romano di Palino
Questo Ponte
su cui la via Appia e le legioni
passarono
e sino a Carlo III di Borbone
la Puglia comunicò con Napoli
i concordi municipi di Santagata
e di Candela
dalla Provincia aiutati
per nuovi commerci e destini nuovi
cadente e solitario
hanno restaurato
1884
Strettamente connesse all’importanza delle rete viaria che sfruttava il Ponte romano di Palino, a poca distanza dallo stesso, su un ameno poggetto che guarda lo stesso Ponte e il corso del Calaggio, in località “Sand’Anduòne” (S. Antonio Abate), sono le vestigia di una imponente costruzione, un fabbricato di m. 85 per 65 circa. E’ un complesso e vasto edificio (in rovina, ormai), detto “Convento di Sand’Anduòne” – S. Antonio Abate – che fu certamente stazione viaria al tempo dei Romani, masseria regia al tempo di Federico II, convento degli Antoniani, possedimento dei duchi Orsini e feudo dei marchesi Loffredo di Trevico, Potenza e Sant’Agata di Puglia. Come stazione viaria per secoli offrì riposo e ristoro ai numerosissimi viaggiatori che percorrevano la strada beneventana. Nella descrizione del Pratilli, è un feudo con taverna ed osteria. Nel Catasto onciario del 1754 di Sant’Agata di Puglia, è nell’elenco dei possedimenti marchesali ed ha dogana e taverna. Ancora conserva la chiesetta dedicata a S. Antonio Abate.
Tutta l’area in esame è d’indubbio valore archeologico. Sempre sono affiorati, durante i lavori agricoli, cocci, monete, armi ed altro interessante materiale cui non è stato dato il giusto valore. Mi risulta che sono in corso di realizzazione tesi di laurea sul complesso di S. Antonio Abate.
Negli anni Ottanta del secolo scorso accesi un forte interesse sul Ponte di Palino e sul complesso di S. Antonio Abate. Nel 1981 con un appello radiofonico tramite la rubrica “C’è da salvare” (2 rete TV), e attraverso il notiziario regionale RAI di Bari cercai di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di queste due opere. Fornii relazione storica con documenti fotografici alla Soprintendenza per i Beni culturali ed archeologici di Bari e Taranto. Nell’ottobre del 1983, organizzata dall’OIKOS, gruppo di animazione e turismo culturale di Bari, con il dott. Enzo Lippolis della Soprintendenza di Foggia, tenni una conferenza sul tema “Alle radici della nostra storia. Un paese della Daunia: Sant’Agata di Puglia”. Seguì una visita guidata alle località archeologiche di Palino, di S. Piero e S. Maria di Olivola in Sant’Agata, domenica 30 ottobre.
Frutto di tanto interesse fu l’intervento della dott.ssa M. Luisa Nava, della Soprintendenza di Bari, che volle visitare le zone da me segnalate e si rese conto della loro importanza archeologica e storica. Il suo intervento non si esaurì nel sopralluogo ma continuò fino a far liberare l’area del Ponte abusivamente occupata e messa a coltura da privati. La Pro Loco (era presidente il prof. M. Antonaccio) si fece carico di liberare il Ponte dalle erbe che lo divoravano. Si recuperarono contemporaneamente le pietre tombali che erano nella località di Olivola con la volontà di aprire un museo. Era attivo in quegli anni il Centro Studi di cui era presidente il prof. Enzo Contillo, che sostenne tutte queste iniziative.
Dopo, il Ponte è stato abbandonato al suo destino.
Le erbe lo hanno coperto completamente e ne stanno minando la struttura. Segnalazioni alle autorità politiche e culturali per il recupero sono state avanzate anche dall’associazione “Santagatesi nel mondo”, e dalle pagine della rivista “Il santagatese” edita dall’associazione culturale Centro studi Calabius, ma finora non si è mosso un dito per salvare il monumento.
Temo proprio che “finché il medico studia l’ammalato muore”!
E’ il mio un ulteriore appello alle autorità preposte alla salvaguardia di beni ambientali. Sarebbe imperdonabile la perdita di un’opera di così alto valore storico, testimonianza millenaria di civiltà, non solo per Sant’Agata.
Dora Donofrio Del Vecchio
Bibliografia di Riferimento
L. Agnelli, Cronaca di S. Agata di Puglia, Cefalù 1902.
G. Alvisi, La viabilità romana nella Daunia, Bari 1970.
R. Bartoccini, Una ignorata colonia militare in Apulia, Rivista Storica Pugliese, 1955.
A. Chieffo, Herdonea, Foggia 1948.
A. Chieffo, Preistoria e Protostoria della Daunia, Foggia 1953.
D. Donofrio Del Vecchio, Da Agdos di Pessinunte a Sant’Agata di Puglia,. Alle radici della nostra storia, Bari 1982
F.M. Pratilli, Della Via Appia, Napoli 1745