L’estate al mare, per la sterminata schiera di inoperosi bagnanti sorge il problema di come ammazzare il tempo. Ma nel corso degli anni le strutture alberghiere sono venute in loro soccorso inventando sistemi vari di passatempo, uno fra questi è l’animatore da spiaggia.
Sulla spiaggia, sul bagnasciuga, la mattina si raccoglie il gruppo nutrito di villeggianti e l’animatore dà il via all’acquagym muovendosi in tutta una serie di esercizi che noi, come tanti babbei, ripetiamo imitandolo. Lo stereo sparato dalle casse manda il mix di canzoni latinoamericane. Sotto il sole, anche se parzialmente nell’acqua, si suda. L’animatore si sbraccia. Quando mi giro all’indietro vedo che i partecipanti sembrano usciti da un ospizio, talmente siamo anziani, e ognuno ripete a modo suo (mai in modo corretto) lo sbracciamento. L’animatore viene per una volta in mezzo al gruppo cercando di aggiustare una posizione a uno di noi, ma poi ci rinuncia rendendosi conto che siamo tutti incartapecoriti.
Dopo l’acquagym non dà nemmeno il tempo di far riprendere fiato ai partecipanti con la lingua di fuori che d’un botto ricomincia con la lezione di aerobica e allora ecco che si ricomincia con la ginnastica mentre gli allievi, poverini, insistono a tenere duro. Quando finisce anche l’aerobica, tiriamo un sospiro di sollievo, l’animatore ci saluta mentre scatta l’applauso, ma, visto lo stato distrutto in cui versiamo, temo che forse dall’animatore passeremo direttamente al rianimatore. Uno sembra che stia per accasciarsi mentre alza un braccio e pare che voglia dire: “Per piacere, la bombola dell’ossigeno.”
Per fortuna però il ballo di gruppo si fa il pomeriggio e sempre si raccoglie un numero notevole di seguaci, però questa volta l’età media non è ai limiti. E anche qui la solita imitazione scimmiesca dei gesti dell’animatore, le solite canzoni estive, le solite signore di mezza età ben pettinate e ben truccate, ma con tanto di tanga, concentrate e con un impegno tale nell’eseguire le mosse come se ne andasse di mezzo la loro reputazione.
Intanto sulla spiaggia si aggirano i bagnanti che hanno ognuno il suo colorito: i pallidi, i rosei, gli abbronzati, i neri, gli scampati a un incendio, gli ustionati di terzo grado.
Le posizioni: i seduti, gli sdraiati, i buttati direttamente sulla sabbia, le donne con le varie posizioni da clinica ostetrica, quelli impegnati ad abbronzarsi l’ultimo centimetro di pelle che per il resto dell’anno resterà coperto.
Chi l’ha detto che al mare si va per bagnarsi e prendere il sole? Niente di più sbagliato. Al mare si va per ballare. Coi balli di gruppo si balla la mattina, la sera, persino a mezzanotte quando il gruppo è più folto e l’andamento è più lento mentre – sia che si tratti della musica più scatenata sia di quella più lenta – la truppa si muove in un solo modo: tre passi avanti e tre indietro, tre a destra e tre a sinistra. Il ballo come una droga: nel gruppo ho trovato persino il mio animatore che, smessi i panni ufficiali, è tra il pubblico danzante. Che desolazione vedere balli come il tango o il rockandroll ridotti dal popolo accidioso dei villeggianti a tre passi avanti e tre indietro.
A fine estate di sera niente è più squallido della piazzetta centrale del villaggio priva della folla che c’era stata fino a qualche giorno prima. Nella notte è rimasta attiva e recintata, illuminata e solitaria, solo una pista da ballo dove quattro gatti anziani si muovono come al solito, guidati dal dj, ma ormai si vede che la festa è finita, e la pista coi vegliardi che fanno i passettini di danza nella notte contro il buio del cielo, ricorda un’immagine felliniana.
Lo stabilimento balneare, poco distante, anche se illuminato, è deserto anch’esso contro il cielo nero, e tutta la bellezza, che ha mostrato tutto il giorno, adesso è sparita. Gli ombrelloni sono chiusi, la livida luce artificiale del neon sostituisce il sole.
Non si vede, ma più in là c’è il mare che fa sentire la sua risacca sperando di rendere meno brutto lo spettacolo, ma inutilmente.