Quando andai ad abitare in città, a casa di uno dei nuovi compagni di scuola, cosa straordinaria per l’epoca, c’era il telefono, che era uno di quegli apparecchi neri col filo nero la cui cornetta poggiava sul trespolo che, finita la conversazione, si abbassava e chiudeva la comunicazione, oltre che il numero si formava girando il disco. Insomma ci radunavamo a casa di quello che aveva il telefono e si procedeva a fare ciò che allora era un irrinunciabile divertimento: lo scherzo telefonico.
Dunque uno di noi faceva il numero del parente, di cui si conoscevano i nomi dei familiari. Rispondeva la moglie, e l’amico:
“Pronto, c’è Gino?”
“No, non c’è” rispondeva la moglie. E l’amico chiudeva. Dopo un po’ richiamava:
“Pronto, c’è Gino?”
E la moglie. “No, non c’è.”
E questo per due tre quattro, infinite volte. Finché l’amico chiamava per l’ultima volta e diceva, facendo la voce bassa del parente, che conosceva bene:
“Pronto, sono Gino. Mi ha cercato qualcuno?”
E chissà perché ma l’amico non riusciva a finire la frase che tutti eravamo scompisciati dal ridere buttati per terra.
Altra telefonata. Questa volta fatta al vicino di casa. Sistematicamente rispondevano sempre le donne.
“Pronto? Sentite, signora. Qui è l’ufficio anagrafe dei padroni di animali. È vero che voi avete un cane nero?”
“Sì, è vero” rispondeva tutta intimidita la donna.
“Beh, vi dobbiamo avvertire che è stata istituita una nuova tassa per i cani. Ventimila lire al mese.”
Al che la donna andava in escandescenze dicendo che non si aveva pietà e si voleva far ammazzare di proposito le povere bestie, che non facevano male a nessuno eccetera. Allora l’amico, mostrandosi comprensivo:
“Signora, vi vogliamo venire incontro. Andate vicino al cane e guardate se ha dei peli bianchi. Per ogni pelo bianco vi facciamo lo sconto di mille lire.”
E anche questo non si riusciva a dire per intero perché si stava tutti a sghignazzare prima ancora che l’amico finisse di parlare.
Un’ altra telefonata ancora.
“Pronto? Questa è la pasticceria di corso Cairoli. In occasione dei vent’anni di attività, regaliamo a un solo cliente un vassoio di paste. Abbiamo estratto a sorte e siete uscita voi, signora.”
“Ah grazie” rispondeva tutta contenta la signora.
“Ecco, mi dovete solo dire che paste volete.”
“I cannoli siciliani.”
“Proprio quelli? Sono finiti.”
“Allora le cassatine.”
“Purtroppo anche quelle sono finite.”
“I babà con la panna.”
“Niente. Finiti.”
“Ma voi che paste avete?”
“Sentite, signora, facciamo così: a voi va bene lo stesso se vi mandiamo il vassoio vuoto?”