Onesta ed intelligente, avvenente e robusta, lavoratrice e vero angelo del focolare, la donna santagatese ha saputo contribuire al miglioramento delle condizioni di vita della famiglia e della comunità.
Eppure non solo contro la miseria e la fame ha dovuto lottare la maggior parte delle nostre donne, ma anche contro condizioni di subalternità in una società fatta dagli uomini e per gli uomini, in cui imperante era la logica della discriminazione e della gerarchia di genere e di ceto.
Non è stato facile alla donna santagatese costruire un mondo alternativo a quello maschile e trovare un proprio spazio esistenziale. Proprio nella durezza di una vita stentata e di estrema precarietà, si è formata la sua resistenza alla fatica, è cresciuta la sua fede in Dio, la volontà a conquistare un suo ruolo. Donna forte e di fede, fa parte di confraternite ed altre forme di associazionismo a carattere religioso, ma al momento giusto sa anche entrare nella Storia. Così la vediamo cavalcare agili cavalli al fianco del suo brigante (e Sant’Agata di Puglia ne ebbe di briganti!) e in prima fila anche nelle rivolte popolari come in quella santagatese il 28 aprile del 1929, durante la quale venne occupata la sede del municipio, e dai balconi furono gettati nella piazza sottostante e dati alle fiamme registri e carte d’archivio. Tra i più attivi rivoltosi erano molte donne, tra cui Danza Maria Cristina, classe 1908.
E’ la stessa forza che animò le donne che parteciparono alle rivolte contadine di Candela dell’8 settembre 1902 (una donna rimase uccisa ed altre ferite) e di Cerignola del 16 maggio 1904; che spinse centinaia di donne di Monteleone a scendere in piazza contro la guerra ed il Fascismo, il 23 agosto 1942, al grido “Abbasso la guerra, ridateci i nostri figli ed i nostri mariti!”.
L’intelligenza, l’intraprendenza, la sensibilità e le capacità creative della nostra donna l’hanno portata all’attenzione anche del mondo imprenditoriale, ed a Sant’Agata ne diedero prova Angela e Carmela Mariconda, che nel 1838 e 1839 meritarono premi dalla Reale Società Economica di Capitanata per saper tingere e tessere tessuti. L’hanno fatta realizzare nelle arti, come il ricamo e la fotografia. Le hanno consentito di dare grande contributo nel campo educativo come insegnante e di lasciare traccia significativa nelle opere di pietà. Fu una donna della famiglia Lasalvia a costruire la chiesa della Madonna dell’Arco con il romitorio, e dotarla di numerose versure. Un’altra donna, ben più potente e ricca, la marchesa di Sant’Agata donna Eleonora Crispani, fece costruire nel 1613 il convento e la chiesa di S. Carlo.
Vera compagna dell’uomo, non ha mai lasciato il marito, il padre, il fratello o il figlio solo in ogni tipo di lavoro. Gli è, infatti, stato a fianco in ogni fatica, portandosi in campagna figli neonati e piccoli.
Nei lavori agricoli era specializzata nella zappatura, nella spigolatura, nella raccolta delle olive, nella vendemmia.
Capace di sostituire l’uomo assente o emigrato, da sola ha saputo provvedere non solo alla propria campagna ed ai bisogni della famiglia ma, quando nella necessità, purtroppo molto frequente, di andare a lavorare in campi di proprietà altrui, ha saputo difendersi anche dal “padrone”, conservando l’onestà e la dignità della vera povertà.
La storia del leggendario Agatone, il prepotente feudatario santagatese dei tempi bui del medioevo, che faceva valere lo ius primae noctis, la dice lunga!
Dalla Relazione di Montemartini del 1909 risulta che a Sant’Agata di Puglia, che allora contava 6150 individui circa, 665 maschi dai 20 ai 40 anni negli ultimi anni erano partiti per l’estero “togliendo alla madre patria un contingente abbastanza forte e numeroso di braccia”. Fra essi solo 49 donne emigrate nelle Americhe. Le donne rimaste in paese sostituirono l’uomo nei lavori dei campi, nella mietitura, trebbiatura, nella sgranatura del granturco per cui sapevano usare il correggiato.
Abbiamo visto la nostra donna con la zappa in mano, goffa e trasandata nell’essenzialità delle vesti, ma anche con i ferri da calza, presso un telaio e con l’ago a ricamare il corredo, dedicando a questa delicatissima arte il suo innato amore per il bello ed il creativo. I suoi lavori rispondevano ad una forma di economia essenziale, indispensabile, e si conciliavano con quelli duri della campagna.
Questi lavori la facevano deperire ed invecchiare anzi tempo, facevano scemare la sua fecondità, a danno della salute e dell’educazione della prole.
Documenti antichi relativi a lavori che si eseguivano nelle chiese ci informano che la donna (oltre ai fanciulli) trasportava barili d’acqua da pozzi e da fontane fuori del paese, mattoni e calce, e sostituiva l’asino o il cavallo in molte operazioni di trasporto, con mercede di gran lunga inferiore a quella dell’uomo.
Per vedere la “figura del soldo”, come si diceva, le nostre contadine andavano a “giornata”, guadagnandosi, secondo l’accordo con il datore di lavoro, anche la “spesa”, un contributo all’alimentazione giornaliera consistente in una modesta razione alimentare.
Vorremmo dimenticare l’immagine della contadina che la sera rientra dalla campagna ove ha trascorso la giornata “da sole a sole” e, trafelata, dopo aver già percorso lunghi e non facili sentieri campestri, s’inerpica sulla mulattiera che dal Piano di S. Carlo porta alle case di S. Angelo o di S. Andrea sotto al castello. Il marito a cavallo, lei, con un peso sul capo, fascina di legna o altro, s’aggrappa alla coda del cavallo, quasi a cercar sollievo alla fatica della salita. E lei pure ha lavorato come il marito, ma il suo lavoro non ha la stessa considerazione se, al contrario del marito, a casa deve arrivare con le sue gambe!
A venire incontro a tante giovani donne bisognose erano soprattutto le Opere pie come Confraternite e Monti di maritaggio. Un Monte di maritaggio era attivo a Sant’Agata di Puglia da antica data ed alimentato da donazioni e lasciti di donne e uomini magnanimi.
Alla formazione ed emancipazione della donna santagatese hanno dato un decisivo contributo, per un secolo circa, le Suore della Casa del S. Cuore di Gesù, fondata nel 1918 da mons. Donato Pagano.
Scorrendo le inchieste parlamentari sulle condizioni dei contadini nel Sud vien fuori quanta parte avesse la donna nella vita economica dei paesi del Subappennino.
Nei silenzi di tante donne, nei diritti loro negati, in quanto è rimasto sepolto nelle mura domestiche, troviamo quei valori che hanno contribuito all’armonia del vivere, all’affermazione di un nuovo umanesimo, al progresso della condizione femminile, e non solo. Infatti, pur rimanendo ai margini della vita politica e sociale, forte e decisivo è stato il loro contributo all’economia familiare ed progresso sociale.
Per tutto ciò oggi, 8 marzo 2015, vogliamo ricordare con animo grato le nostre nonne, la nostre mamme, tutte le nostre donne.
Dora Donofrio Del Vecchio