D'estate nel momento di prepararsi per andare al mare, accade che – al pensiero di mettersi in macchina e affrontare il traffico, il viaggio, il caldo, la coda al casello – si viene presi dal dubbio se vale la pena di sottoporsi a quella che in fondo è una prova di resistenza o se è invece un ennesimo tentativo di complicarsi la vita.
Ma poi, già quando si è in autostrada, ecco che il dubbio comincia a dissolversi. Tra le colonne di auto dirette sulle spiagge ritrovi un piacevole spirito di gruppo, già la scena rappresenta un rito collettivo annuale che per nulla al mondo vorresti perderti.
Il mare è lì che ti aspetta e quando stai infine sulla sabbia che prendi il sole, mezzo sudato e stressato, basta poco per rinnovare l'incanto: la voce della mamma che chiama il bambino, sovrapposta al rumore delle onde che si infrangono, arriva a tratti interrotta dal vento che soffia dal largo e sbatte l'orlo penzolante dell'ombrellone; dalla radio il tormentone dell'estate; il piacere della compagnia; i modi garbati del personale del lido. Il mondo in cui si è vissuto fino a poco prima è lontano, già distante anni luce, dimenticato. Adesso è qui che si fa la storia. I bambini affannati a scavare e a rincorrersi facendo volare la sabbia sui corpi distesi dei patiti dell'abbronzatura, i quali con la sabbia in faccia non protestano, anzi sarebbero disposti anche a mangiarsela la sabbia perchè al mare non esistono contrasti, il mare è la nuova religione laica della convivenza pacifica.
Inoltre vi si scopre ciò cui aspira l'uomo e non puo' permetterselo più: un ambiente primordiale fatto di pochissimi elementi: l'acqua, il cielo, la sabbia.
La città impegnativa faticosa è lontana. Si ha la percezione che la stessa ormai esiste in un altro mondo, quello dei doveri, del lavoro, dell'orario da osservare. Al mare invece ci si puo' lasciare andare alle chiacchiere più inutili per vincere la noia, a comprare le ennesime cose inutili che una volta a casa si ammucchieranno insieme alle altre in garage, alle osservazioni da vacanzieri su cose che in città non si direbbero né si penserebbero mai, oppure a passare per i negozietti del paese – tutti rigorosamente illuminati fino a notte fonda – e dell'oggetto esposto, che è il più insignificante e inutile al mondo, dire:
“Che bell'oggetto. Farebbe un figurone in salotto.