Artigiano che aveva nella sua bottega, a quei tempi, più (rescibbele) discepoli. E la produzione delle scarpe, per ogni ceto,veniva da questi artisti, per piccoli e grandi. Scarpe alte e scarpe basse,(pe dinde) per il paese, (scarpe fattezze, cu re chiòvera e re centrerre sotte, pe fore) con i chiodi a capocchia larga, per la campagna; ( hammèle re pèlle e re cuorie) gambali di pelle sottile e di cuoio doppio, ( li stuhèle o stuhalune re pèlle re crapètte, pe dinde; e chire re cuorie re vacca, pe fòre) stivali di pelle di capretto per il paese e quelli di cuoio di vacca, per la campagna, fino alle scarpe con la ( pèlle lùceta) pelle lucente.
Questo artigiano era anche invitato a recarsi nelle case, a giornata. Nelle masserie era invitato almeno una volta all’anno, prima dell’invernata certamente, dal padrone della masseria, per una riparazione di scarpe o per farne nuove, per lui e la sua famiglia e per quanti vivevano nella sua masseria, che non erano pochi allora. Il calzolaio, di solito, portava soltanto la sua attrezzatura. Tomaie, suole e quant’altro occorreva per la riparazione o per farne nuove, di scarpe, erano comprate dal padrone che lo aveva portato in campagna e da quant’altri volevano servirsi del calzolaio. Si tratteneva in campagna, per tutto il tempo necessario alla bisogna. Aveva trattamento speciale, sia per dormire sia per mangiare.a riguardo del mangiare li scarpere quanne mangiavene, nun ze fenivano meje lu piatte rumanevene sempe qualche cosa e si diceva ca quera eija la Criajanza re lu scarpere
dal libro Sant’Agata di Puglia nel Tempo del Prof.Carmelo Volpone