L’intervento di Giovanni sul Guestbook ha avuto il potere magico di farmi andare con il pensiero indietro nel tempo, ad un pezzo della mia vita trascorso nell’agro romano in occasione dell’espletamento del servizio militare, prestato presso la Scuola di Artiglieria per Ufficiali di Bracciano.
Considerata la vicinanza di quella località alla Capitale, era logica conseguenza che tutto il mio tempo libero, soprattutto nel fine settimana, lo trascorressi per, vestendo i panni del turista, visitare l’Urbe, con tanto di guida turistica del Touring Club dalla copertina rossa e della grandezza di un vocabolario sotto il braccio.
Di solito mi recavo a Roma in macchina, e poi per vedermi con gli amici, l’appuntamento lo fissavo alla Stazione Termini, che, però, per la sua grandezza diventava dispersiva, per cui l’incontro avveniva, dove e se non, gioco forza sotto il “Lampione”.
Eravamo agli inizi degli anni Sessanta, e la OSRAM, in occasione delle Olimpiadi, aveva da poco fatto piantare a proprie spese nel bel mezzo del piazzale della Stazione un grosso palo, alla cui sommità splendevano come una luna piena delle lampade al mercurio, che riuscivano non soltanto ad illuminare tutta la piazza, ma fungere anche da faro di riferimento per chiunque avesse avuto voglia o necessità di incontrarsi con amici o ragazze.
Questi incontri, normali nei giorni normali, il giovedì e la domenica pomeriggio assumevano una fisionomia diversa, perché erano i giorni in cui le ragazze sbarcate dalla Sardegna (guai a chiamarle “Sardagnole”) oppure calate dal Veneto, tutte rispettivamente nere ovvero bionde di capigliatura, per lavorare a Roma come domestiche, avevano la loro mezza giornata di libertà.
Questo fatto attirava, come il miele per le mosche, centinaia di ragazzi, quasi tutti militari, animati dalla voglia di fare una conquista, quasi sempre riuscita, per cui c’era tutto un brulicare di gente di tutte le età e di tutte le razze, che trasformava il piazzale in una specie di torre di Babele.
Il mio gruppo di amici era costituito da tre unità, e così come per incontrarci sotto le lampade OSRAM, provenivamo da tre diversi punti della città, io da via Nazionale, uno da via Giolitti, ed un altro da via Marsala, anche la nostra provenienza in ambito nazionale si articolava su tre diverse direzioni; oltre a me meridionale pugliese, c’erano un ragazzo siciliano di Palermo ed un lombardo di Milano, un ragazzo meraviglioso, Oliviero von Thoson, appartenente a nobile famiglia di origine germanica, e così da buoni militari in omaggio al Tricolore rappresentavamo e celebravamo l’unità nazionale.
Questa triade si disperdeva nel nulla di una bolgia infernale la sera, quando, dovendo rientrare a Bracciano, utilizzavamo, che Dio me ne liberi, le Ferrovie Laziali; si partiva alle ore 21 dal binario 26 o 28, e dopo una diecina di fermate a stazioni intermedie eravamo ancora a Roma, di cui avevamo percorso soltanto il periplo.
Nonostante che il treno fosse pieno fino all’inverosimile, al punto che alcuni viaggiavano con le braccia e la testa fuori del finestrino, tanto l’andatura era da asino tirato per la cavezza, riusciva a rispettare l’orario, arrivando a destinazione alle 23: due ore per percorrerre una trentina di chilometri!
Man mano che la pancia del treno si svuotava, la velocità aumentava, così avveniva dopo Anguillara, dove i primi ad essere vomitati dalle carrozze erano quelli dell’Aeronautica, idem a Cesano per la Fanteria, dulcis in fundo, Bracciano, Artiglieria; ma la cosa non finiva lì, perché la destinazione finale era Viterbo, dove se e come arrivasse il treno a me non interessava un tubo, io avevo soltanto la necessità impellente di uscire da quella specie di scatola per sardine.
La mattina seguente riprendevo le mie esercitazioni “guerresche”: appartenevo ad un corpo speciale denominato “Batteria Missili”, in virtù di due sigari arrugginiti che l’America, non sapendo più che ca…farne, o a chi piazzarli, pensò bene di regalare (a pagamento) all’Italia.
Si passava, così, il tempo a cercare di capire quello che non c’era da capire, tanto è vero che quando, dopo lunghi ripensamenti, si decise di effettuare un lancio, manco a dirlo il grosso tubo arrugginito finì la sua corsa fra gli ombrelloni della spiaggia di Santa Marinella, fra lo stupore, seguito da diarrea per lo spavento, dei tranquilli bagnanti, e la costernazione (ma non tanta) dei comandanti superiori, che, comunque, dopo quell’insuccesso giurarono che non avrebbero mai più per tutto il resto della loro vita fumato un sigaro.
Io, invece, il mio “Toscano” me lo fumo ancora.
Così va la vita!
Alfonso De Capraris.