I Santagatesi provengono da famiglie di grandi raccontatori, cioè da gente cui piace raccontare di tutto, dalla cosa futile a quella impegnata. A ognuno del nostro paese, raccontare viene naturale, ed è fondamentale come bere o mangiare o respirare. Anche la persona più taciturna possiede una capacità nascosta di raccontare fuori dal comune.
Ovviamente questa capacità ha radici antiche e probabilmente in parte ha la sua origine nella forza rilassante della parola, quando quest'ultima alla fine della faticosa giornata lavorativa serviva ad alleggerire il peso della stanchezza. Parlare doveva essere un modo per scaricare lo stress.
Ma un altro motivo deve risiedere nella formazione che ha dato la piazza. Uscire di casa e abbandonarsi ai ragionamenti senza limiti che permette la piazza è uno dei pochi piaceri che non tutti al mondo sono in grado di apprezzare. E il chiacchierare in piazza ha un solo scopo: quello terapeutico. Come ci si sente dopo avere chiacchierato per un tempo incalcolabile sulla piazza è una sensazione che non si puo' spiegare a chi non l'ha mai provato.
Ogni santagatese è un maestro nell'arte di raccontare l'irraccontabile. È un'arte che non ha appreso a nessuna scuola e che non gli è stato insegnato da nessuno, in quanto gli è stato solamente tramandato dai suoi antenati e dalla piazza.
Di maestri raccontatori ne ho conosciuti diversi, ma uno più di tutti mi è rimasto impresso, che ormai credo sia difficile trovarne ancora di uguale valore. Questo maestro era una zia che abitava sotto il Castello e a volte, d'inverno, scendeva e veniva a casa in via Le Grazie. Noi a quell'ora in famiglia si era a tavola. E lei, senza alcun imbarazzo, veniva a intrattenersi. Era una raccontatrice fantastica, perchè da un tema frivolo e assolutamente privo di sostanza ne ricavava un discorso di ore, con dialoghi tutti in forma diretta da far invidia al miglior romanziere.
Dimentica del tempo, delle occupazioni e dei pensieri, raccontava raccontava che sarebbe potuta passare la notte e venire la mattina seguente, sembrava che non se ne curasse affatto. Aveva un atteggiamento che sulle prime poteva apparire studiato, ma in effetti le veniva naturale ed era l'arma segreta della sua oratoria.
Operava in questo modo: trascorsi cinque minuti dal suo arrivo, dopo avere scambiato poche chiacchiere di circostanza, improvvisamente si congedava per andare via, tanto che lasciava sorpresi per la rapidità della visita. Lei, però, mentre si avvicinava alla porta continuava a rimestare sulle frasi di circostanza appena dette e, come estraendo il coniglio dal cilindro, riprendeva una delle frasi - era sulla porta con la maniglia in mano che si apprestava ad aprire - ed ecco che quella frase - che prima aveva detto così, senza pensarci, cui noi che l'avevamo sentita non ci avevamo fatto caso - diventava un imprevisto trampolino di lancio per tutto un ragionamento che andava prendendo piede. Tutt'assieme il racconto diventava appassionato e al che lei era costretta a tornare al centro della stanza per fare in modo di colloquiare meglio.
Ma ecco che era nuovamente attratta dalla porta, cui si avvicinava come una calamita al ferro, mentre lei, che avrebbe voluto continuare a raccontare, non poteva farlo perchè doveva andare via. Tranne che poi sulla porta nuovamente il discorso si faceva interessante e lei tornava dentro.
Questa scena si ripeteva una infinità di volte, ma evidentemente il negarsi di chiacchierare senza riuscirci la faceva sentire giustificata: che si tenesse presente che lei voleva andare via. E la cosa comunque era di aiuto anche agli interlocutori, i quali non potevano non convenire sulla sua buona volontà di andarsene, anche se poi, poverina, per cause non dipendenti dalla sua volontà rimandava ogni volta la partenza.
Non so in quale ora della notte la zia infine varcava la soglia, ma allora non c'era la televisione né internet né svaghi, perciò aver fatto quella discussione interminabile era stato di giovamento a tutti.