Una vacanza al mare (ma potrebbe essere anche in montagna) in Italia, una relazione passeggera con un Italiano, un figlio e la signorina tedesca si è assicurata introiti fino alla fine dei suoi giorni.
Per gli uomini tedeschi è leggermente più complicato, ma solo di poco; devono prima sposare la cittadina italiana e poi dividersi, ma a partire da questo punto, la vicenda si svolge secondo lo stesso identico schema: lui può portarle via non solo i figli, ma anche tutti i beni (soprattutto quelli immobili) che lei aveva prima di sposarsi. L’Italia la metterà per strada e manderà i soldi in Germania.
No, non è lo slogan dell’ufficio del turismo, è la squallida realtà che mamme e papà italiani vivono ogni giorno e sono tantissimi, più di quanto si pensi. Non se ne parla perché ogni caso di per sé non è nulla di eclatante, non se ne parla perché ogni volta si preferisce considerarlo una lotta di genere, anziché accusare le istituzioni tedesche e prima ancora quelle italiane che vergognosamente si accaniscono sui propri concittadini, anziché tutelarli. I genitori italiani vengono ridotti sul lastrico, i figli binazionali esportati, destinati a vivere in un paese che non rispetta i diritti dei bambini e dei genitori, che non si capisce perché in troppi si ostinino ancora a definire “grande Germania”, pur senza averci mai vissuto sufficientemente a lungo. Forse perché difende sempre e comunque i propri interessi?
Ma torniamo alle mamme e ai papà. Chi mi conosce sa che parlo sempre di “genitore”, ma in un momento in cui si cercano di confondere i ruoli, appiattendoli, ritengo sia importante tornare ad usare queste due bellissime parole, perché è proprio di una mamma o di un papà che i bambini italiani vengono sistematicamente privati, su richiesta tedesca e per sudditanza italiana (qualcuno lo chiama “zerbinaggio”).
Torniamo ora alla signorina che viene in vacanza. Conosce un ragazzo italiano, resta incinta e il più delle volte va a partorire in Germania. Non tornerà mai più, ma il padre (definito dai tedeschi “Erzeuger”, colui che ha donato lo sperma) dovrà riconoscere quel figlio (i regolamenti europei lo obbligano al test del DNA), non avrà assolutamente nessun diritto, ma solo quello di pagare perché, essendo il bambino in Germania, viene applicato il diritto tedesco. Così è, nella “grande Germania”. Se non paga, o paga troppo poco, arriverà dalla Germania l’ordine di pignorare lo stipendio e ogni suo avere. Nessun problema con il decreto, conforme o no alla legge, l’Italia lo riconoscerà comunque e lo applicherà contro il suo concittadino, inflessibile e rapida come non potete immaginare.
Ovviamente ci sono eccezioni che confermano la regola: la signorina partorisce in Italia e resta qualche mese a convivere con il padre italiano di suo figlio. Va tutto bene? No, presto o tardi, un giorno partirà per la Germania dicendo di voler far visita ad un parente insieme al figlio e non farà mai più ritorno. Il giorno in cui trasferirà unilateralmente la residenza in Germania, lo Jugendamt le anticiperà gli alimenti per andarli poi a reclamare, in qualità di Stato tedesco, al padre italiano con le modalità di cui sopra. Il cambio di cognome senza che il padre italiano ne sappia nulla, è all’ordine del giorno.
Esiste una terza possibilità, anche se più rara e forse per questo ancora più perversa. La signorina che ha sottratto il figlio fa rientro in Italia. Ma i tribunali italiani paiono essere a sua completa disposizione: il tribunale penale non emette mandato di arresto perché “la signora non ha rubato una macchina” e il tribunale civile rimanda di mese in mese la decisione sull’affido perché “come si fa a togliere il figlio ad una tedesca?” Di proposito non uso qui il termine “mamma” perché il tribunale italiano è invece bravissimo a togliere la mamma italiana se a richiederlo è il padre tedesco. Al contrario, provatamente non funziona.
E comunque, “sei riuscito a far rientrare tuo figlio dalla Germania? Non sei ancora sul lastrico? Bene, allora continua a pagare!” Dopo aver pagato in Germania tutte le spese legali e processuali per il rientro in Italia del figlio (in caso contrario invece lo Stato italiano paga le spese del genitore straniero che viene a reclamare un figlio in Italia legittimando la sua richiesta persino con traduzioni falsificate che l’Italia recepisce!), il cittadino italiano deve lasciare la propria casa alla signorina tedesca che era scappata con il bambino, pagarle ogni spesa (oltre ovviamente a tutte le spese per il bambino) e mantenerla, deve continuare a pagare i legali in Italia nel disperato tentativo di ottenere giustizia, deve finanziare “specialisti” (psicologi, ecc…) che rifiutano si informarsi su questa realtà e insistono nel sostenere “la Germania fa parte dell’Unione europea, quindi non ci sono problemi” …. Fino alla prossima sottrazione quando, anche solo per mancanza di fondi, quel bambino italo-tedesco non farà più ritorno. Il padre continuerà a mandare bonifici, finalmente (per i teutonici) in Germania.
Se invece il genitore italiano è la mamma, criminalizzata preventivamente dal sistema tedesco solo perché italiana, le autorità italiane si faranno in quattro per toglierle il figlio e rimandarlo in Germania. Tutte le considerazioni fatte nel caso inverso, quello riportato più sopra, dell’importanza della figura materna, della necessità del minore ad avere rapporti con entrambi i genitori, dell’attenzione al suo equilibrio psico-fisico non valgono più. Le autorità italiane accettano, oltre alle traduzioni falsificate, ai decreti non conformi ai regolamenti europei, ai documenti pre-datati (e molto altro!) anche delle relazioni di psicologici (tedeschi) su un presunto rapporto simbiotico madre (italiana) –figlio. Il fatto che detto psicologo non ha osservato l’interazione tra i due, anche in base alla semplice evidenza che alla data della stesura del rapporto la mamma italiana non poteva rimettere piede in Germania, non interessa assolutamente a nessuno e a nessuno sorge il dubbio che la relazione sia stata scritta ad hoc. Ma viene dalla Germania, che nessuno osi metterne in dubbio la correttezza e la serietà! Dunque la relazione, accolta senza batter ciglio dalle autorità italiane, farà sì che la mamma in questione venga condannata anche per maltrattamenti in famiglia perché evidentemente la sottrazione, costruita tra l’altro sui documenti falsi di cui sopra, non bastava! Tutto questo, cioè questa esportazione, costa al contribuente italiano circa 300.000 euro (appostamenti, pedinamenti, cimici, telecamere a infrarossi, ecc… tutte le risorse che non vengono utilizzate quando si tratta di riportare un bambino in Italia). Per la mamma italiana che credeva di poter tutelare il proprio figlio c’è un processo, una condanna, il carcere; ogni suo avere viene sequestrato e poi pignorato perché in questo caso il procuratore non ha detto “la signora non ha rubato una macchina”, bensì “la signora ha rubato una macchina di pregio, è una pericolosa criminale” che inoltre osa mettere in difficoltà i rapporti bilaterali con la Germania.
Che ne è di questi figli-pacchetti spediti in Germania che in un solo momento perdono la mamma, la famiglia, la lingua e la cultura italiana? Saranno traumatizzati? E chi se ne preoccupa? Non sono figli di personalità di rilievo, sono i figli dell’italiano qualunque e possono dunque essere usati come merce di scambio.
Ah, dimenticavo, scambio imperfetto, perché l’Italia in cambio dei suoi figli barattati (quello con il papà italiano e la mamma tedesca e quello con la mamma italiana e il papà tedesco) non ottiene poi nulla. Il detto “promessa da marinaio” si è modificato in “promessa da tedesco”.
E attenzione a chi pensa di schierarsi dalla parte degli italiani (mamme e papà), potrebbero dargli del nazionalista e chiamarlo complice ….
I fatti riportati non sono puramente causali, ma integralmente veri e documentati
Fonte www.corritalia.de