In uno degli ultimi “mattini” Gino ha parlato della chiesa della Trinità e la cosa mi ha fatto ricordare un fatto che riporto qui di seguito.
In una lontana domenica degli anni Cinquanta – ero un ragazzo e frequentavo la scuola elementare – non so come, forse perchè ero appena uscito dall'Associazione che era sotto l'arco vicino a via Barbato, entrai nella chiesa della Trinità con l'intenzione di sentire la messa. Non era la chiesa dove andavo solitamente, cioè quella delle Grazie o Sant'Angelo, però per una volta potevo fare un'eccezione.
Mancava poco all'inizio della messa e la gente entrava sistemandosi sulle sedie. Ero seduto quasi in fondo quando inaspettatamente un uomo anziano si avvicinò a me e mi disse:
“Non c'è nessuno che assiste il prete. Vuoi venire ad assisterlo tu?”
Sorpreso per quella insolita richiesta, diretta personalmente a me, mi alzai e seguendo l'anziano andai all'altare dove, sprovvisto di sacrestia, il prete don Antonio Labriola (mi pare che si chiamasse proprio così) stava indossando i paramenti per prepararsi alla funzione. Allora, rivolgendomi a lui, dissi:
“Io veramente non è che conosco....”
“Giovanotto” mi interruppe don Antonio “se non lo fai tu, non mi assiste nessuno.”
“Guardate che però io, in effetti...” stavo per dire, ma non mi faceva finire la frase che subito teneva a rassicurarmi:
“Non ti devi preoccupare. Tanto, l'importante è che ci sia qualcuno per versarmi il vino. Se no chi me lo versa?”
“Sì, ma guardate che io...” facevo per ribattere, ma lui nuovamente mi interrompeva dicendo:
“Se ti dico che puoi stare tranquillo...”
Al che pensai che, visto che stava bene a lui, stava bene anche a me.
Era evidente che si erano rivolti a me perchè sapevano che facevo il chierichetto a Sant'Angelo. Ma ignoravano un fatto molto importante.
Insomma don Antonio celebra la messa assistito dal sottoscritto e a fine messa, come era prevedibile, si lamenta perchè non avevo saputo rispondere in latino quello che dovevo rispondere. Ma io avevo tentato di dirglielo, che non sapevo le risposte. Solo che non me lo aveva lasciato dire.
E a questo punto devo fare una precisazione:
io con altri due-tre compagni andavo a Sant'Angelo ad assistere la messa ogni mattina con tanto di cotta addosso bianca e rossa, ma in effetti chi assisteva, cioè chi parlava in latino e conosceva a memoria le risposte era uno solo, Vincenzo, il quale si diceva che si sarebbe fatto prete, e in più era accompagnato nelle risposte dal gruppo di monache sedute sui banchi. Noialtri ci limitavamo a fare una cantilena che assomigliava molto vagamente alle risposte vere. In realtà non dicevamo una sola parola di latino che potesse dirsi tale. Il latino per noi era una lingua ostica e straniera, la quale semmai serviva a divertirci creandovi sopra delle parole nostre.
Poi l'ultimo giorno da chierichetto – era quasi finito l'anno scolastico – finita la messa e tornati in sacrestia, per caso trovai un foglio di pergamena gialla dove erano scritte tutte le domande e risposte della funzione in latino, le domande in rosso e le risposte in blu.
Quindi esisteva un modo per imparare le risposte in latino. Questa non era una lingua tanto lontana e impossibile. Il prete cui facevamo da assistenti non si era curato di darci il foglio forse perchè aveva capito che non eravamo delle promesse e perciò non ritenne importante che imparassimo. Infatti dopo quell'unico anno da chierichetti non ci facemmo più vedere.
Con la lingua latina eravamo partiti col piede sbagliato, quasi odiandola o ridendoci sopra, ma studiandola negli anni successivi ne subimmo il fascino.