Dora Donofrio Del Vecchio
Con la Bolla del 18 dicembre 1443, indirizzata al vescovo di Bovino, mons. Pietro Scalera, papa Eugenio IV consentiva al duca Francesco Orsini di costruire in S. Agata un convento per i Frati minori sul luogo ove sorgeva un’antica chiesa dedicata alla Vergine Annunziata. L’Orsini, che era prefetto dell’Urbe e signore di S. Agata, metteva a disposizione case, magazzini, orti, terreni di sua proprietà e quanto potesse essere necessario per la costruzione di chiesa e convento.
Il convento di S. Agata sorgeva proprio quando la rete ubicativa francescana s’andava completando verso la zona occidentale della Capitanata e, consideravate le direttrici di marcia dell’Ordine e la sua strategia insediativa, tenendo conto anche del carattere itinerante delle fraternità del primo secolo francescano, non possiamo escludere, cronologicamente parlando, che i francescani siano giunti a S. Agata prima del 1443. Bisogna tener presente il rapporto che essi ebbero con la Capitanata, in cui già nei primi tempi del francescanesimo, cioè tra la seconda metà del 1200 e la prima del 1300, erano sorti conventi a Foggia, Troia, Corneto (questo pare sia stato fondato dallo stesso S. Francesco e in esso si spense il beato Benvenuto da Gubbio, le cui reliquie, dopo la distruzione del paese da parte di Carlo II d’Angiò, nel 1258, furono portate a Deliceto, ove il beato si venera come compatrono), Casalnuovo e Sansevero. Erano questi i centri gravitazionali da cui si irradiava l’azione pastorale, vasta e molteplice, della famiglia minoritica, ed il convento di Corneto, che era presso Ascoli, era molto vicino a S. Agata. Ci è grato riscoprire e ritrovare una presenza la cui voce ci giunge dal lontano medioevo.
La chiesa dell’Annunziata era ubicata extra muros, su un roccioso sperone a sud est della collina su cui sorge il paese. Da essa derivò l’intitolazione ancora oggi in uso, anche se dal ‘600 e ‘700 si disse indifferentemente chiesa “dell’Annunziata” e chiesa “di S. Antonio”, essendo divenuto molto popolare il culto per il Santo di Padova. Fu una chiesa cara a vescovi e Papi che l’arricchirono di privilegi e di indulgenze.
Ha subito nel corso dei secoli molti rifacimenti ed ampliamenti strutturali per frane e terremoti, ma anche per volontà dei devoti, che l’hanno voluta sempre più adorna, più ampia, più funzionale. I più significativi interventi si realizzarono nei primi decenni del ‘700 (fu consacrata dal beato mons. Antonio Lucci, frate francescano conventuale, nel 1729); nel 1920, dopo il crollo di buona parte dell’edificio causato da una frana; dopo il terremoto del 1930 e nel 1972.
La primitiva chiesa era ad una sola navata e dalla struttura lineare, rispondente agli ideali di semplicità e di chiarezza predicati da S. Francesco. Aveva coro, sacrestia, cappelle ed altari consacrati, di cui tre erano di ius patronato con diritto di sepoltura, e tre rispettivamente delle confraternite della SS.ma Annunziata, del SS.mo Rosario, di S. Antonio di Padova attive già dal 1500 (ad esse si aggiunse, nell’800, la confraternita dell’Immacolata Concezione, nel 1881 il Terz’Ordine francescano maschile e femminile, nel 1953 la Milizia Mariana ed il gruppo di Piccoli Militi). Nella ricostruzione seguita al terremoto del 1930 divenne una chiesa ampia, spaziosa, a tre navate. Nel 1937 si ricostruì il campanile, progettato dall’architetto Gino Marchitelli. Una completa ristrutturazione del sacro edificio fu realizzato nel 1972, sempre su progetto del Marchitelli, grazie all’interessamento del compianto padre guardiano P. Michele Massa, di P. Emanuele Popolizio e P. Bernardino Fondaco, con contributi dello Stato, del popolo e del benefattore Gerardo Maruotti di Palino. Con il tempo la chiesa è stata dotata di nuove suppellettili, nuovi confessionali, di un armonium, di organo, di porte di bronzo realizzate da padre Tarcisio, di vetrate istoriate, di impianto di riscaldamento, di un salone per incontri culturali e di catechesi.
La chiesa dell’Annunziata, anche durante l’assenza dei francescani in seguito alla soppressione dell’Ordine del 1809, è rimasta sempre aperta al culto ed officiata, grazie alle confraternite dell’Immacolata Concezione e di S. Antonio di Padova. E’ loro merito aver mantenuto vive tutte le pratiche devozionali accese dalla famiglia francescana (come la Via Crucis e le tre Ore di Agonia della Settimana Santa, il digiuno nella vigilia dell’Immacolata Concezione, il culto del Presepe), di aver provveduto alla manutenzione ed alla ricostruzione dei locali, alla dotazione delle campane, di aver salvato suppellettili, arredi ed archivio. E non possiano, con le confraternite, non ricordare i secolari che hanno curato la chiesa e caldeggiato il ritorno dei frati, come don Raffaele Anzano, don Francesco Lavilla, don Francesco Mariconda, don Nicola Mavilia, don Francesco Fredella, don Francesco Paolo Mazzeo, don Remigio Cela, ed i numerosissimi benefattori.
Complessa è anche la storia del convento. Nel ‘500 ospitava cinque Padri e non aveva ambienti sufficienti per ospitarne di più, ragion per cui fu soppresso nel 1652. Rimesso a norma, si riaprì due anni dopo. Poi venne la soppressione del 1809, quella del periodo francese, che interessava gli ordini religiosi possidenti, e fu l’inizio di una triste odissea anche per i nostri Francescani. Il convento, che con la chiesa venne valutato 3400 ducati, contava nove stanze di abitazione, oltre a cucina e refettorio, “magazzini”, cantina e fosse granarie. Una volta chiuso ed allontanati i frati, fu assegnato al Seminario di Bovino; gli oggetti preziosi furono riservati allo Stato, le rendite furono assegnate allo studentato dei Liguorini di Deliceto ed al collegio governativo di Lucera; allo stesso collegio furono destinati i libri della biblioteca.
Nel 1950 fu ricostruito ex novo grazie alla generosità dei fratelli Gennaro e Rocco Fredella di S. Agata di Puglia, gli stessi che contribuirono alla costruzione dell’annesso Collegio serafico che ha ospitato fino a 30 fratini l’anno, dal 1955 al 1981. Rifatto l’impianto elettrico e quello d’illuminazione, è stato installato l’ascensore.
Nel corso della sua esistenza il complesso conventuale ha raccolto numerose testimonianze di fede e di devozione, strettamente legate alle proposte cultuali francescane, che spaziavano da quelle proprie quelle dell’Ordine (S. Francesco d’Assisi, S. Chiara, S. Antonio di Padova, Immacolata Concezione, S. Maria degli Angeli) alle devozioni più fresche rispondenti a nuove correnti spirituali, come quella per la Madonna di Pompei, per S. Vito, S. Gerardo Maiella, S. Leonardo, P. Fasani, P. Pio. Forte impulso essi hanno dato al culto mariano, come attestano anche le confraternite ed i sodalizi da loro promossi. Con particolare solennità venivano e vengono celebrate le festività di S. Antonio, di S. Gerardo e S. Leonardo. Per la festa del Taumaturgo di Padova, il 13 giugno, si animava il paese, si abbandonavano le campagne e si interrompevano tutti i lavori; si preparavano con anticipo stendardi di paglia bianca e cappelloni carichi di gigli, oltre a monumentali “palii” ricchi di gigli e ciliegie che sfilavano con la processione. Molti devoti si consacravano al Santo e per voto vestivano il saio francescano. Nel 1918 il popolo raccolto nella chiesa del Santo decise di eleggerlo patrono principale di Sant’Agata, ma non si diede attuazione a questo disegno.
Il forte richiamo esercitato dalla famiglia minoritica è attestato anche dai numerosi lasciti di beni mobili ed immobili, tra cui anche un mulino ad acqua (documentati dagli inventari della soppressione del 1809 e, per la cappella di S. Antonio di Padova, dal Catasto Onciario di S. Agata di Puglia del 1754), dalla scelta di molti, nobili, abbienti ed umili, di essere sepolti nella chiesa dell’Annunziata; dal coinvolgimento dei frati nella vita civile ed economica della comunità, gestendo i beni di cui erano destinatari e partecipando anche alla gestione del Monte frumentario e dei Monti di maritaggio.
E fu tale il “ruolo catalizzatore ed animatore” esercitato dai francescani, che il convento sorto extra moenia, si è trovato al centro di un popolatissimo rione, quello dell’Annunziata, detto anche “di S. Antonio”, cresciuto dal ‘600 in poi.
Ci chiediamo il perché di tanto calore intorno ai frati di S. Francesco: perché alla loro scuola si apprendeva un umanesimo nuovo, ispirato al valore dell’umana fraternità, dell’uguaglianza fra gli uomini, dell’amore e della pacifica convivenza. Perché essi, calandosi nel concreto del contesto socio-religioso, seppero prenderne parte attiva, aiutando materialmente e moralmente, istruendo, formando le coscienze, soccorrendo nel bisogno (durante la peste del 1556 trasformarono il convento in lazzaretto, riuscendo a contenere il contagio ed a salvare tante vite umane). Adattandosi alla realtà ambientale ed utilizzando le strutture sia laiche che ecclesiastiche esistenti, riuscivano, con l’aiuto delle confraternite da loro promosse e che si rivelarono utili strumenti di penetrazione sociale, attraverso un vasto e variegato campo di attività ed interventi, a coprire le varie esigenze e da religioso il loro impegno seppe farsi “storicamente sociale”.
Il ritorno dei Francescani a S. Agata nel 1953 (25 ottobre, festa di Cristo re), ritorno a lungo atteso ed invocato da tutto il popolo, dopo 144 anni dalla soppressione, consente di riprendere un dialogo mai interrotto. E’ un piccolo drappello che arriva (P. Bonaventura Popolizio, P. Massimiliano Amoroso - superiore, P. Giuseppe Piemontese, frate Francesco Rinaldi) che rende, operativamente parlando, più di un esercito. Ad essi si aggiunsero i padri Bernardino Fondaco, Giuseppe Rolli, Bernardino Nonni, Alfonso Granchelli, Giuseppe Maria Sorgente, Beniamino Manzo, Michele Massa, Giuseppe Daprile, Lorenzo Aracri).
La fraternità ritornava in un momento difficile: il paese si andava spopolando per l’emigrazione, il lavoro mancava, le ferite della guerra non erano ancora rimarginate, e dura era la ripresa. Ma loro, sulla scia dei predecessori, con quell’empito di vitalità che è propria francescana, riuscirono subito ad immettersi nella realtà quotidiana, più forti ed agguerriti che mai. Adeguandosi alla concretezza della vita ed percependo i segni dei tempi nuovi, essi risposero con la massima efficienza e competenza alle istanze ambientali, sociali e religiose del luogo. Coinvolgendo i laici nelle loro forme di apostolato, promuovendone la sensibilità e curandone la formazione spirituale, costituirono un’associazione cattolica interparrocchiale (GIAC) il 15 novembre 1953; istituirono la Giornata Pro emigrato il 29 novembre, il 9 dicembre la Milizia di Maria Immacolata. Celebrarono la Giornata universitaria e fecero il “falò della stampa cattiva” sul sagrato della chiesa di S. Antonio. Consacrarono Sant’Agata all’Immacolata l’8 dicembre 1954 e avviarono la peregrinatio Mariae, portando la statua della Vergine nelle carceri, nelle scuole, negli uffici, nelle case, e promovendo la recita del S. Rosario in tutte le famiglie. Collaboravano con i parroci delle tre parrocchie santagatesi nelle feste religiose, nella benedizione delle case dell’area extra urbana nel periodo pasquale. Portarono la loro parola di “Pace e bene” ai carcerati, cui consegnarono un gran Crocifisso. Con grande solennità celebravano in particolare le feste dell’Annunciazione, di S. Antonio, dell’Immacolata, del Perdono d’Assisi, di S. Francesco, dell’Immacolata Concezione, di S. Elisabetta, protettrice del Terz’Ordine femminile e di S. Ludovico, patrono del terz’Ordine maschile. Un loro foglio, l”Eco di S. Antonio”, raggiungeva benefattori e cittadini lontani dal paese, recando note di vita religiosa, cronaca locale, ed interessanti pagine di studi francescani (ricordiamo quelle di padre Bernardino Fondaco sui beati vescovi A. Lucci e A. Fasani).
La loro attività non si è mai esaurita nella predicazione né ha avuto i limiti del campanile, come documenta un convegno realizzato il 21 ottobre del 2000 per trattare un tema di grande interesse “L’amministrazione penitenziaria all’inizio del terzo millennio”. Fu un incontro di studio che riunì rappresentanti del Governo centrale, del Ministero della giustizia, della Provincia di Foggia, del Comune di S. Agata di Puglia, della Provincia dei Frati Minori Conventuali, e che raccolse ampi consensi di critica e di stampa. Ne vengono pubblicati gli Atti. Ed è una felice realtà la ricaduta di quelle proposte nelle vita carceraria italiana: molti ne hanno compreso la valenza e si moltiplicano le iniziative imprenditoriali nelle carceri, con corsi di formazione professionale.
Sono trascorsi secoli, sono passati uomini, e molti di preclari virtù, che meriterebbero menzione e degna considerazione. Di molti la polvere del tempo ha cancellato anche le orme, ma del loro apostolato restano tracce indelebili in ambito squisitamente etico e spirituale.
I nostri cari padri non sono mai venuti meno alle aspettative della gente; il loro è stato l’intervento del fratello, dell’amico, della persona cara. Hanno asciugato lacrime e consolato, assistito moribondi e benedetto ogni forma di vita. Tutti hanno avuto da loro una considerazione, soprattutto i carcerati, gli umili, i giovani, i bisognosi. Loro è stata la cura della chiesa di S. Maria delle Grazie di ascendenza benedettina e l’assistenza spirituale degli anziani ricoverati nella “Casa del S. Cuore” di S. Agata.
Per il pane quotidiano hanno dovuto bussare al cuore ad alla generosità dei benefattori, si sono fatti “figli del popolo” mentre sono “gli apostoli di una nuova vita religiosa”. La loro presenza ha portato “nuovi valori nella vita di ogni focolare e di tutta la comunità”, contribuendo alla sua promozione e crescita umana e culturale. Per la sua storia i nostri Padri hanno scritto una pagina eroica, luminosa e di grande interesse.
Dal 2012, purtroppo, i Padri Conventali hanno lasciato il convento dell’Annunziata dopo oltre sette secoli dal loro insediamento, lasciando nella comunità un vuoto incolmabile.
La chiesa dell’Annunziata è aperta al culto ed officiata dal parroco della chiesa matrice di S. Nicola.
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