E’ un viaggio storicamente affascinante quello di andare alla ricerca delle vestigia etrusche nelle antiche città disseminate lungo la nostra costa (Populonia, Vulci, Tarquinia, Cere e, nell’interno, Volterra, Arezzo, Cortona, Perugia, Chiusi, Bolsena, Vejo), particolarmente in questo periodo, dopo la notizia comunicata ai media dagli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i beni archeologici dell’Etruria meridionale. E’ stata rinvenuta, nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, una tomba contenente lo scheletro di un principe etrusco morto 2700 anni fa e, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli. In un cortile, inoltre, sono stati ritrovati affreschi su scene della vita quotidiana. La storia, non somma di eventi salienti, diventa incontro personale con l’uomo, che vive i bisogni fondamentali dell’esistenza per quanto concerne l’aspetto materiale, poi sociale e spirituale: la ricerca della divinità, il rapporto con la vita dopo la morte.
All’alba del terzo millennio aggiungiamo un prezioso tassello alla conoscenza degli Etruschi, che fanno parte dello sviluppo storico dell’Italia; un popolo pur avvolto in una luce di mistero, essendo molti aspetti della sua civiltà ancora oggetto di studi autorevoli. L’origine di questa gente è lacunosa, insoluta; la loro lingua è rimasta incomprensibile per buona parte, così la cronologia storica. Da questa popolazione, per molti versi illustre e ricca di doti culturali e naturali, trasse principi di vita il popolo latino e romano. Si sa poco della loro origine, alcuni storici ritengono che vengano dal mare o dall’oriente, altri dalla Padania, altri che siano popolazioni italiche autoctone. Incerto è il momento della loro apparizione in Italia (VIII sec. a. C. lo stanziamento in Etruria). Anche gli elementi a favore di una derivazione della loro scrittura dai caratteri greci non sono sufficientemente documentati, mancando la chiave di lettura, non è possibile entrare con sicurezza nel mondo di questo popolo affascinante.
Interessante rimane il modo di governare le loro città-stato riunite in confederazioni di dodici città (dodecapoli), ciascuna autonoma e con propri governanti (re-lucumoni) con poteri assoluti di tipo monarchico; almeno fino al V secolo, quando si delinea una certa tendenza democratica che ne determina la decadenza. In molte città la popolazione era divisa in tribù; nella Roma delle origini troviamo le tribù di Ramnes, Tities, Luceres e, tra i sette re di Roma, giusto per citare i più conosciuti, Tarquinio il Prisco e Tarquinio il Superbo. Solo il gusto per la storia dell’uomo ci può abituare a ricostruire la realtà del passato in modo pulsante, anche se secoli ci separano da essa, a “donner le sens de la vie”, come dice H. Pirenne; in caso contrario tale studio sarà un inutile collezionare oggetti polverosi, collocati in teche protette da vetri, ma condannati alla dimenticanza.