24/04/2013
LETTERA A MIA FIGLIA SULL'IMMIGRAZIONE OVVERO UN'ALTRA VIA PER TORNARE AD ARTEMISIUM
di Maria Michela Soldo

Lettera a mia figlia sull'immigrazione
ovvero
Un'altra via per tornare ad Artemisium
Cara Chiara,
Mi sono svegliata stamattina col pensiero di scriverti questa lettera. Come a darmi ragione, stormi di nuvole migravano rade e multicolori verso un'alba spettacolare nell'angolo sinistro del telaio della porta finestra di fronte al nostro letto. Lentamente, fino ad accalcarsi sulla meta luminosa.
Non sono nata esule. Nessun immigrato nasce esule. Immigrato non è un termine che amo e non mi sento tale. Immigrato è uno che fisicamente si sposta da un posto all'altro, esule è uno che parte portandosi dietro anche l'anima. Immigrato è più uno che arriva da qualche parte. Esule è uno che parte e basta.
Sono nata ad Artemisium da padrona, e il mio senso d'appartenenza a quel luogo con tutta la sua anima (Sant'Agata sta ad immigrato come Artemisium sta ad esule) non si misura in metri quadri di casa un tempo posseduta o in ettari, diventati acri, di terra venduta. Io appartengo ad Artemisium sempre e dovunque. Me la porto appresso. Spero che trapeli la mia meridionalità in questo parlarti un po' a braccio, con qualche espressione tipica che ormai sta defluendo dal mio stile sempre più nordicizzato, se non a volte addirittura anglicizzato.
Abitavo al Perillo, una strada ad anello. Il nome dovrebbe venire dal latino o dal greco, non ricordo, e significare proprio una via che i filosofi solevano percorrere discorrendo. Quei filosofi che camminando riflettevano sulla vita venivano detti peripatetici, comunque "perilium" c'entra qualcosa, almeno così penso nella mia memoria confusa.
Il Perillo è una strada che da qualunque parte inizi, là pure finisce, come il "worm ouroboros", il serpente che mangia la sua coda, un'antico simbolo di ciclicità e infinitezza. E così uno che passeggi al Perillo potrebbe parlare e girare all'infinito.
Il Perillo era la strada su cui si passeggiava d'inverno, d'estate si andava a San Rocco. D'inverno pagani, d'estate cristiani. E dovunque passeggiassi, anche per i più sperduti vicoli del borgo, potevi affacciarti alla finestra della montagna sempre aperta verso orizzonti lontani, su paesaggi collinari divisi a pezze colorate a seconda delle stagioni e delle coltivazioni. E se i tuoi occhi indugiavano invece sulle sole pietre, non c'era scorcio che fosse uguale a un altro, e non c'e n'era uno meno bello di un altro. Chiaro che chi osservava guardava anche all'anima delle pietre. Un turista, un occasionale visitatore può solo ammirare il bello di Sant'Agata. Solo chi vi è nato e, a volte, solo chi da lì è partito, può godere del bello e dell'anima delle pietre, del bello e dell'anima di Artemisium.
Vedi, un esule non ti parlerà mai della delusione che ha provato a stanziarsi sulla terra promessa e luminosa che pensava l'attendesse a destinazione. Un vero esule ti parla del posto che ha lasciato, o al massimo dell'anima multicolore che si è portato dietro.
Tua madre
Michela
Corsichese in prestito
Altre Foto:
Strada Perillo