A Giovanni lu paese andava stretto.
Parlando lo diceva: “Vi premetto,
questa gente s'impiccia, è malpensante.
Io, per me, me ne andrei seduta stante.”
I vicini cercava di evitare.
Fra tutti ve n'era un da sopportare
che spesso la pazienza gli mancava
ed un Santo d'aiutarlo lui pregava.
Il Gino gli era tanto sullo stomaco
che spesso gli sembrava un vero monaco:
le scuse a chieder l'accio o la cipolla
o stava per finir d'olio l'ampolla;
restava fino a sera a sproloquiare
mentre lui quante cose avea da fare.
Giovanni per le strade s'adombrava.
Nervoso lo rendeva chi incontrava.
Spiegava che non era lui lo strano,
ma, ovviamente, qualunque compaesano.
La piazza mai l'aveva attraversata,
rischiando di guastarsi la giornata.
Anche il poco terreno coltivato:
veloce si sarebbe sbarazzato.
Quei ciliegi ed olive rinsecchite:
dal veleno soffriva di gastrite.
Al paese ad abitare era costretto.
Cambiare? Non aveva un altro tetto.
Il figlio, che sapeva questo fatto,
propose prontamente questo patto:
“Papà, mi senti? Stai con me a Torino.
Potrai dimenticare quel tuo Gino.
I tuoi averi, dai, vendi in tutta fretta
e compri casa a me che son d'affitto.”
Il nostro fu entusiasta e rivendette,
e a badare alla lira non ci stette.
In breve si piazzò dai piemontesi
e lieto si mostrò diversi mesi.
Giocava con la forma dialettale,
parlava come in lingua originale,
al punto che qualcuno a lui lo prese,
sentendolo parlar, per torinese.
Felice stette ancor, ma meno ignaro.
Nessuno lo diceva, ma era chiaro:
russava nella notte tanto forte
che per casa tremavano le porte.
Non poteva dormire in cameretta.
La nipote era affianco col suo letto.
Pensò che fosse meglio un bel giaciglio
in cantina o, non so, nel ripostiglio.
Ma spesso stava sveglio pel tranvai.
Sferragliava ad ogni ora, era un viavai.
Un gatto così forte avea scamato
che sembrava l'avessero scannato.
Allor che una ciabatta gli lanciò,
urlando quello ancora miagolò.
Poi un giorno che pioveva, era nel rione,
si trovò a ricordare re ttrasone,
i paesani, la piazza e i conoscenti.
In tutta la città, tra i residenti,
v'era forse un amico personale?
Trovava mai qualcuno sul piazzale?
Gli mancava persino
quel balengo di Gino.
Nessuno che bussasse con una scusa.
Per la noia andava fino a Porta Susa,
e poi nella stazione a Porta Nuova
un pensiero ogni volta lo guidava.
Il treno lo cercava sui binari,
con scritto sul cartel: Torino – Bari.
Poi che Gino chiamò sul cellulare
e disse: “Quando torni? Che stai a fare?
Qui tutti ti aspettiamo. Vieni presto.”
“Che piacere sentirti. Verrei lesto,
ma al paese non ho casa, dove dormo?
Dove mangio se adesso piglio e torno?”
“Per dormire c'è un letto a casa mia.
Un piatto in più a mangiar, che vuoi che sia?”
Giovanni al figlio disse: “Sai, ho compreso.
Non posso star lontano dal mio paeso.”
Allor se ne partì pe'l Meridione.
Mentre il pulman passava al Viticone
lui disse: “Finalmente vedrò Gino,
la piazza e più di un mio compaesanino.”