PROGETTO VERDI
“Un giorno di regno”.
Seconda Opera di Giuseppe Verdi (per l’introduzione vedasi l’articolo su “Oberto, Conte di San Bonifacio”, pubblicato sul sito il 29/01/2013), la prima buffa, ma si potrebbe dire anche la meno conosciuta, perché la meno eseguita, in quanto la meno fortunata, per una serie di ragioni che cercherò di spiegare in seguito, a cominciare da una peculiarità del Musicista, quella di essere un autore poco, o quasi per niente, incline all’opera comica.
Infatti bisogna arrivare al 1893, cioè dopo 53 anni, con “Falstaff”, per trovare la sua seconda opera comica, che tra l’altro chiude il percorso creativo di Verdi, e non perché il Maesto fosse privo di una certa vena comica, ma forse potremmo dire meglio ironica, tant’è che la si può scorgere en passant in alcuni suoi lavori, come ad esempio “La forza del destino”, ma perché egli prediligeva, e a buon ragione perché ne era maestro, il genere drammatico.
Inoltre, diciamo pure i fatti come stanno: l’opera buffa oramai, e non solo in Italia, volgeva al declino, avendo raggiunto il suo top insuperabile con Rossini, e quindi qualunque tentativo successivo avrebbe brillato di una luce meno intensa, anche se effettuato non da un Verdi qualsiasi, il quale, comunque, per sua indole vedeva il melodramma giocoso appartenere ad un mondo che non gli era consono.
L’Opera, di cui ci occupiamo questa volta, articolata in due atti, andò in scena la prima volta al Teatro alla Scala la sera del 5 settembre 1840, e fu un disastro, “cadde” con un tonfo di una portata tale da fare giurare a Verdi che in vita sua non avrebbe mai più composto (proposito poi fortunatamente per noi non mantenuto); le cause dell’insuccesso furono molteplici e concomitanti, in parte di ordine tecnico e formale ed in parte contingenti.
La nuova stagione del Teatro non aveva per l’autunno opere in cartellone, allora come rimediare da parte dell’impresario Bartolomeo Merelli, se non approfittando del buon esito riportato un anno prima dall’ “Oberto” e delle doti geniali che mostrava di avere il giovane compositore?, al quale il lungimirante impresario già aveva commissionato tre opere per i due anni successivi, con un cachet di quattromila lire austriache per ogni lavoro, oltre alla metà degli utili ricavati dalla vendita degli spartiti.
Un’altra opportunità di guadagno per il giovane compositore gli venne offerta dalla sua conoscenza con l’editore Giovanni Ricordi, vero talent scout, il quale, da copista della “Scala”, si era aggiudicato i diritti derivanti dalla pubblicazione delle opere di Rossini, ed ora, con fiuto infallibile, acquista il primo lavoro del giovane Verdi, allacciando con il Maestro un legame durato poi tutto l’arco della sua vita.
Il Merelli sottopose al Compositore alcuni libretti del poeta Felice Romani, noto ed affermato autore di molti testi, ma il suo orientamento era per un’opera buffa, che Verdi, suo malgrado, accettò di comporre, anche per non venir meno alle clausole del contratto ed alla parola data all’impresario; la scelta fra i libretti cadde su quello “meno peggio”, però bisognava fare in fretta, e Verdi era nelle condizioni meno ideali per comporre, tra l’altro avendo davanti un soggetto allegro, in pratica una commedia e non un dramma.
Difatti si era da poco trasferito a Milano, dove era andato ad abitare con la sua famiglia in un modesto alloggio nei pressi di Porta Ticinese, quando venne colpito da una serie di lutti a catena: nel 1838 gli muore la primogenita Virginia Maria e l’anno successivo il secondo nato Icilio Romano, entrambi i bambini avevano appena compiuto un anno di vita.
Come se ciò non bastasse, nel 1840, dopo soltanto quattro anni di matrimonio, colpita da un’encefalite il 19 giugno finisce di vivere anche la giovane sposa Margherita Barezzi, e Verdi, rimasto solo, si trova ad attraversare un momento di profonda prostrazione psichica, appesantita da una condizione economica non propriamente florida, a cui fino ad allora avevano provveduto in maniera cospicua il suocero Antonio Barezzi e la moglie in prima persona, la quale arrivò ad impegnare i propri gioielli per poter pagare i 50 scudi dell’affitto della casa.
Cionondimeno, pur sofferente a causa di un forte attacco di angina (“che mi tenne lunghi giorni a letto”), il Maestro agli inizi del 1840 si mette all’opera, perché, comunque, le energie non gli mancano, e la musica c’è, sia pure con evidenti influssi rossiniani e donizettiani, anche se deve vedersela con un libretto di scarsa levatura artistica, privo di contenuti e con evidenti incoerenze nella trattazione dei personaggi, carenze che, comunque, non intaccano la genuinità e la freschezza della melodia.
Il librettista, infatti, per la mancanza del tempo necessario o per scarsa predisposizione, mette giù in maniera un po’ arrangiata un testo non del livello di quelli in precedenza approntati per opere di Bellini, Donizetti ed altri, tirando fuori un vecchio libretto tratto da una farsa francese “Le faux Stanislas” del drammaturgo Alexandre Vincent Pineu-Duval del 1808, che circa vent’anni prima era già stato musicato dal ceco Adalbert Gyrowetz col titolo “Il finto Stanislao”.
Il motivo, comunque, del totale fallimento della “Prima”, le cui cinque repliche previste furono immediatamente annullate, e l’Opera, ritirata dal cartellone, venne sostituita dal già collaudato “Oberto”, non lo si può fare ricadere soltanto sul libretto obsoleto non al passo con i gusti del tempo, proiettati piuttosto verso situazioni legate a sentimenti patriottici, come di lì a poco dimostrerà il “Nabucco”.
Stando, infatti, a quanto si apprende dalle cronache dell’epoca, fra cui quella del prestigioso Le Figaro, pare che anche l’esecuzione risultò alquanto scadente, forse condizionata dalla valanga di fischi, senza meno spropositati, che tanto amareggiarono il giovane compositore, nonostante che la bacchetta direttoriale fosse stata affidata ad Eugenio Cavallini, che era anche il primo violino, e che rappresentava una garanzia, così come del resto tutto il cast dei cantanti, e con Verdi stesso maestro al clavicembalo, così come era già avvenuto con “Oberto”.
La musica, però, come innanzi detto, c’è, ed è piacevole, fresca, allegra, in alcuni passaggi anche divertente, si nota una scrittura pregevole, soprattutto spontanea e non sforzata, in alcuni duetti la si vede scorrere liberamente con caratterisiche tipicamente verdiane, così come non mancano arie intessute di puro lirismo come quella della cavatina Grave a core innamorato della Marchesa del Poggio, mentre la stessa Ouverture, pure essendo di chiaro stampo rossiniano, ha già in sé tutta la forza prorompente che esploderà nei lavori successivi.
Questi elementi, a dispetto di tutte quelle avversità che determinarono il fiasco del debutto, faranno sì che l’Opera stessa si prendesse la rivincita, quando l’11 ottobre 1845 venne ripresentata, questa volta con il titolo “Il finto Stanislao”, al Teatro San Benedetto di Venezia, dove “ha fatto furore” (Lettera di Verdi a Vincenzo Luccardi del 17.10.1845); successo meritato se vogliamo, non fosse altro che per il fatto che, comunque, si trattava di un lavoro giovanile, con il Compositore agli esordi della sua carriera.
La trama del lavoro, un tantino farraginosa, si riferisce ad un fatto storico reale, riguardante Stanislao Leszczynski, re di Polonia nel 1704 con il titolo di Stanislao I, ed è ambientata nel castello di Kelbar nei pressi di Brest, dove nell’anno 1733 si stanno festeggiando le prossime nozze di Giulietta, figlia del Barone di Kelbar ed amante di Edoardo di Sanval, con il Gran Tesoriere degli Stati di Bretagna, il Signor Gasparo Antonio La Rocca, e quelle della Marchesa del Poggio, giovane vedova, nipote del Barone ed amante del Cavaliere Belfiore, con il Conte di Ivrea, Comandante di Brest.
Ospite del castello nelle vesti del re di Polonia è Stanislao con lo scudiero Delmonte, che però non è il vero re, bensì si tratta del Cavaliere di Belfiore, che si presenta sotto mentite spoglie, per consentire al vero re di tornare in incognita in Polonia travestito da cocchiere, per cogliere di sorpresa i nemici e riconquistare il regno, perduto nella guerra contro il re di Sassonia Federico Augusto; nello stesso tempo, però, Belfiore, innamorato della Marchesa, teme di essere riconosciuto e smascherato, col pericolo che se ne vada all’aria il piano di re Stanislao.
Fin qui tutto scorre liscio, la vicenda si ingarbuglia nel momento in cui la Marchesa riconosce nel finto re il suo amato,e, credendosi ingannata, dà a credere che vuole sposare realmente il Conte Ivrea; Giulietta, dal canto suo, non ne vuol sapere di andare in sposa al vecchio tesoriere, del cui nipote, Edoardo di Sanval, è innamorata e corrisposta, mentre quest’ultimo, squattrinato e disperato per le nozze della sua amata con lo zio, vorrebbe un giorno seguire il re in Polonia, per arruolarsi e morire su un campo di battaglia.
Belfiore, intanto, prende a cuore la situazione di Edoardo, e, per scongiurare le nozze di Giulietta con il Tesoriere, offre a questi un ministero in Polonia ed il matrimonio con l’altolocata principessa Inesca, proposte ovviamente che non si potranno concretizzare, ma che risultano allettanti per il Tesoriere La Rocca, tali da indurlo ad annullare la promessa di matrimonio con la figlia del Barone, il quale va su tutte le furie, arrivando addirittura a minacciare di morte il Tesoriere; le acque si calmano soltanto in seguito all’intervento autoritario del (finto) re.
Forte del successo ottenuto, il Cavaliere Belfiore va oltre, e per far sì che il Barone acconsenta alle nozze di Giulietta con Edoardo, dall’alto della sua autorità ordina al Tesoriere di assegnare al nipote un castello ed una cospicua rendita, sapendo bene che a questo mondo di fronte al denaro tutte le ire si placano.
Anche la Marchesa, però, per sistemare le cose sue, vorrebbe ritornare ai vecchi amori, e, ventilando la minaccia di andare realmente in sposa al Conte di Ivrea, supplica il Cavaliere di abbandonare le mentite spoglie, per rivelarsi chi sia realmente, ipotesi questa al momento inattuabile perché, finchè il vero Stanislao non raggiunge incolume Varsavia, la missione non può dirsi compiuta.
Fino a quel momento Belfiore sarà costretto a continuare la finzione, però, per evitare che la Marchesa vada per davvero a nozze con il Conte, para il colpo dichiarando di dover partire immediatamente, portando con sé, per imprescindibili ragioni di Stato, il Conte, per cui il matrimonio non si può celebrare.
L’impasse viene superata dall’arrivo di una lettera, con cui il vero re Stanislao comunica di avere raggiunto il suo scopo, per cui Belfiore può dismettere l’abito regale; prima, però, che la farsa cessi, Belfiore compie un ultimo atto con la forza della regalità, ordinando che sia immediatamente celebrato il matrimonio fra Giulietta ed Edoardo che intanto è diventato suo scudiero, mentre egli stesso, promosso nel frattempo maresciallo, torna fra le braccia della Marchesa, realizzando così il classico lieto fine proprio dell’opera buffa, in cui tutti vissero felici e contenti.
Per gli appassionati segnalo che, nell’ambito della Stagione lirica e di balletto 2012-2013 della Fondazione Arena di Verona, l’Opera andrà in scena il 3 marzo p.v. al Teatro Filarmonico, per la regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi nell’allestimento interamente curato nel 1997.
Stefano Ranzani dirigerà l’Orchestra e il Coro della Fondazione Arena di Verona.
Gli interpreti saranno gli allievi dell’Accademia di canto del Teatro alla Scala.
Repliche: 5, 7, 10 e 12 marzo 2013.
Discografia consigliata.
Come detto all’inizio, l’Opera non è stata molto rappresentata, del pari poche sono le incisioni su disco, comunque una menzione merita quella effettuata dal bravo, come sempre e particolarmente attento alle opere giovanili di Verdi, Lamberto Gardelli in una registrazione dell’agosto 1973 a Londra con la Royal Philharmonic Orchestra ed il Coro Ambrosian Singers, M° del Coro John McCarthy.
Il cast d’eccezione vede Fiorenza Cossotto, Mezzosoprano (Marchesa), Jessye Norman, Soprano (Giulietta), José Carreras, Tenore (Edoardo), Ingvar Wixell, Baritono (Belfiore), Vincenzo Sardinero, Baritono comico(La Rocca), Wladimiro Ganzarolli, Basso comico (Barone), Ricardo Cassinelli, Tenore (Conte di Ivrea), William Elvin, Basso (Delmonte).
Philips 422 429-2 (Cofanetto con 2 CD Stereo disponibili per l’ascolto presso il sottoscritto).
Alfonso De Capraris.