Innanzitutto vorrei ringraziare il maestro Castello per aver parlato del ritorno. Lo ringrazio perchè io, non volendo, temo di aver trattato l'argomento, forse annoiando, più di una volta e sempre con la sensazione di essere una mosca bianca per il fatto di interpretare un sentimento non proprio felice perchè lo sappiamo – Gino Marchitelli insegna – quando ci si trova al cospetto del proprio paese si viene presi da qualcosa di indefinito che, se vai bene ad analizzare, ha poco a che vedere con la gioia. Di certo però il paese intenerisce perchè rimanda al mondo dell'infanzia. Vi si trova tutto ciò che si riferisce all'infanzia: le case, le strade, il dialetto, gli odori, l'aria. Manca solo il ragazzo che eravamo. È come se con una macchina del tempo tornassimo indietro di cinquant'anni e venissimo a vedere noi stessi da ragazzi. Allora tornano i ricordi, come quella volta che a scuola presi la lista dei libri per frequentare la prima media e, trovandoli numerosi e costosi, decisi – sappiamo quanto valgono le decisioni dei ragazzi - che non sarei più andato a scuola. E quando andai a vedere i risultati degli esami della terza media e lessi “licenziato”: ci rimasi così male che scelsi di non dire niente in famiglia per evitare discussioni e botte. Senza sapere che licenziato significava promosso.
Invece nell'estate del 1964 stavo solo, cioè senza la famiglia, al paese in occasione delle feste di metà agosto e abitavo a casa di nonna in via Barbarito (scusate se sono ripetitivo, perchè di questo in parte ne ho già parlato). Nella piazza c'era il palco con le luci e c'era il concerto. Vi cantavano le arie famose tipo “Vesti la giubba” o “Ridi pagliaccio”, e intanto, siccome ci annoiavamo, io e i compagni giravamo giravamo - la piazza il Perillo San Rocco - e poi alla fine, a notte fonda, ognuno se ne tornava a casa sua. E oggi viene spontaneo chiedersi: “Ma avevamo almeno mangiato qualcosa? Eravamo lavati? Avevamo vestiti puliti?”
A casa di nonna, che dormiva della grossa, puntualmente c'erano i gatti sui tetti che tenevano anch'essi il loro concerto. Io pure c'avevo i gatti a casa mia, in via Le Grazie, ma sui tetti della casa di nonna c'era un'intera popolazione di gatti che passavano dal gorgheggio calmo alle improvvise miagolate sguaiate e straziate. E nonna, secondo me, risentiva di questa eccessiva presenza felina, infatti se li sognava pure la notte. I tetti erano ad altezza d'uomo, così che il materasso del letto di nonna, con cui dormivo insieme, era sullo stesso piano e a pochi metri dal tetto della casa vicina. Attraverso la finestrella vedevo distintamente i gatti che brulicavano sulle tegole.
Mi chiedevo se quelli delle case riuscivano a dormire. Non c'era nessuno che lanciasse un urlo o che come minimo scaricasse un macigno su quei tetti.
Come dormiva nonna, non avevo mai visto dormire nessuno. Russava in un modo che tremavano i muri. Anche se non andava a lavorare nei campi da qualche tempo, tuttavia lei dormiva il sonno di sasso dei contadini, come se sfogasse ancora la fatica dei tanti anni passati in campagna. Mentre dormiva, parlava anche, come quella volta che, nel buio della notte e nel pieno della caciara felina, disse da sonnambula:
“Sei stato tu a uccidere il gatto?”
Ma quale gatto se di gatti ce n'era un allevamento intensivo? Un'altra notte invece mi gridò nell'orecchio:
“Che fine ha fatto il gatto nero?”
Allora io glielo volevo proprio dire:
“Senti, nonna, perchè non te ne vai a dormire nella bara che tieni sotto al letto?”
Ma lasciai perdere, così lei continuò a parlare, la colonia dei gatti continuò ad alternare le miagolate struggenti a quelle disperate, e la bara di nonna che stava sotto il letto continuò a rimanere vuota.