Anche per gli abitanti delle “masseriole” di San Pietro veniva il momento della “verità”, e questo era quando giungeva la voce che la trebbia stava arrivando. La notizia aveva il potere di mettere tutti in agitazione, dal più adulto al più piccolo. Tutti non stavano più nei panni al pensiero che finalmente si poteva mettere mano al proprio “pignone” per trasformarlo in grano. Il nuovo ombelico del mondo tutt'assieme diventava la masseria di Petrone. Quello che avveniva sull'aia di questa masseria era uno spettacolo che è difficile descrivere a parole e solo chi si sia trovato a vivere la trebbiatura degli anni Cinquanta/Sessanta puo' capire. L'odore dei covoni, l'odore della nafta bruciata dal trattore che dava l'energia alla trebbia, la gente indaffarata, la polvere del grano, il movimento di pulegge cinghie bielle, i forconi impugnati a buttare le “gregne” sul rullo sollevatore: sono scene che non si dimenticano più. Di tutte le scene cui avevo assistito nelle campagne, quello della trebbiatura era quella più coinvolgente: la manifestazione campagnola per eccellenza. La trebbiatura era una tale esplosione di festa che quando la sera si tornava ognuno nella propria masseria – tra le “frasche”, il silenzio, la mancanza di gente – era come tornare in un mortorio. Il contrasto era talmente forte che si sentiva una grande solitudine. Se fosse stato possibile si sarebbe trebbiato tutto l'anno.
Nell'aia della trebbia si sentiva aria di progresso perchè c'erano i macchinari. La tecnologia metteva soggezione ai piccoli coltivatori che, l'unico macchinario che avevano, era l'asina. In quell'aia dai grandi spazi aperti si affacciavano le masserie messe in fila abitate dai mezzadri giovani e pieni di energia che lavoravano grandi estensioni di terreni e i cui covoni erano dei grattacieli rispetto all'esile pignoncino dei minuscoli coltivatori cui apparteneva la mia famiglia. Nell'aia il futuro si affacciava prepotentemente alla ribalta e ogni piccolo coltivatore si rendeva conto di essere impreparato e di non potercela fare ad affrontarlo. Infatti di lì a poco non lo si affrontò affatto preferendo la fuga. Semplicemente si andò via dalle campagne dove nel frattempo la ancor più nuova tecnologia spazzò via il rito della trebbiatura.
Ma nel frattempo sembrava che il cambiamento dovesse avvenire il più lontano possibile. E specialmente per i ragazzi quel mondo era qualcosa di estremamente interessante, anche più interessante del paese, oltre al fatto che a volte accadeva anche di passare un po' di tempo dagli zii che vivevano nella campagna di Contillo. Anche in questa contrada i numerosi coltivatori abitavano delle masserie costruite l'una di fianco all'altra (è possibile ancora ammirarle, sebbene abbandonate) e tutti si servivano di un mezzo sconosciuto alle famiglie di piccoli coltivatori: questo mezzo era il mulo. E non ne avrei mai fatto la diretta conoscenza se non fosse che mio cugino mi invitò a cavalcarlo insieme a lui. Il mulo, rispetto all'asina, era come il carro armato e il motorino. E poi aveva un carattere aperto, generoso, di larghe vedute, mentre l'asina per farle fare un po' di fatica ci voleva la mano di Dio. L'asina capitava a volte che si cavalcava anche senza basto quando la si andava a riprendere dal pascolo e il più delle volte lei provvedeva puntualmente a scaraventarti per terra perchè non amava che le venisse interrotta la libera uscita, per giunta da un ragazzo. Né si raccontava in famiglia dell'incidente, anche se ci si era fatti male, per non avere il “resto”.
Nelle campagne della trebbiatura non ci si annoiava come al solito, quando si arrivava addirittura a giocare con lo scarabeo con la corazza luccicante (“lu scarafone r'argiente”) a cui si era legata con il filo una zampa e tenendolo al sole si apettava che quello non sopportasse il caldo e volasse. Per il resto si chiamavano zii anche quelli che non lo erano e considerare cugini quelli che in effetti non erano. Così gli zii si sprecavano, come i compari e comari, insieme alla carrettata di cugini e cugine. I cugini più affezionati, come lo erano i genitori.