I RICORDI DELL'INFANZIA A SANT'AGATA – prima parte
Sono tanti i ricordi dell'infanzia a Sant'Agata. Alcuni sono legati a scene di vita quotidiana, altri a un'immagine, un sapore o a un odore. Per esempio l'odore dell'incenso di quando si assisteva messa da chierichetti. Nella funzione pomeridiana della chiesa delle Grazie, i vecchi della Confraternita cantavano appassionatamente il “Pange Lingua” (versione ovviamente in latino) mentre uno di loro girava con l'incensiere e riempiva la chiesa di fumo. L'acre odore dell'incenso caratterizzava tutta la funzione. E dopo era la volta delle donne dal pubblico che cantavano delle canzoni altrettanto appassionate rivolte alla Madonna con le voci dalle note così alte e acute che venivano sentite dalle vicine campagne.
Ricordo, nel mese di maggio, una chiesa addobbata di rose, e a giugno di gigli.
La gente animata da una devozione vera, per dover passare quei pomeriggi nella chiesa. Fare il chierichetto era quasi un passaggio obbligato, anche se si era costretti a masticare una lingua, il latino, che non si conosceva e, non avendo a disposizione nemmeno un foglietto con lo scritto, si inventava al momento una cantilena che si avvicinava più o meno all'originale in latino. La mattina ci si alzava presto, si assisteva messa e dopo, tolta la cotta, si tornava a casa e si indossava il grembiule per andare a scuola. Eravamo avvantaggiati nelle risposte in latino perchè insieme a noi assisteva anche un ragazzo che conosceva a memoria tutte le risposte. Lui era uno che aveva in mente di farsi prete. E siccome c'era lui che era il pezzo forte, da buoni pigri e superficiali non ci preoccupavamo di impegnarci a imparare le vere risposte. La materia del latino poi la studiammo l'anno dopo in prima media, e per noi, che sapevamo esprimerci solo in dialetto, fu molto interessante scoprire che gli antichi latini ci tenevano anche alla bellezza della frase, che avesse una sua forma, insomma che il parlare non fosse scadente o noioso ma fosse interessante senza banalità, quasi come se non c'era gusto se non era anche un po' complicato. Già lo scritto tendevano a farne un'opera d'arte. Erano antichi, eppure erano già viziatelli.
I vicini, i parenti, mio padre, avevano l'asina, e la sera, al crepuscolo, si ritiravano dalla campagna, sempre trasportandosi enormi fasci di rami di salice sull'asina sovraccarica, i rami talmente lunghi che strusciavano per terra. Come tanti maniaci di questa pianta, si portavano i rami a casa perchè tutti avevano l'hobby di fare canestri o impagliare sedie, e allora nelle lunghe sere invernali, che non sapevano stare senza fare niente, passavano il tempo con il loro hobby.
La maggior parte di loro non ricavava un soldo bucato dal poco terreno di proprietà, che non valeva la pena di insistere, e infatti c'era chi aveva avuto il coraggio di piantare tutto e andarsene mentre loro si ostinavano a fare i campagnuoli quando invece un po' di buon senso avrebbe suggerito di cercarsi un lavoro altrove, meglio all'estero. Il mondo andava avanti, qualcuno nel paese aveva il primo trattore o l'attrezzo meccanizzato, c'era chi aveva già la macchina, e invece loro là, fermi, con l'asina e le galline, l'aratro tirato dall'asina che al massimo dissodava la terra di cinque centimetri, la raccolta dell'oliva, dell'uva, coscienti che era un lavorare senza guadagno, senza però mai a pensare come far soldi, l'inverno veniva a nevicare e loro - per alcuni giorni bloccati in paese - a pensare “Quelle povere galline, con 'sta neve come faranno a resistere senza mangiare?” Non toccati dal consumismo, non avevano soldi, ma nemmeno sentivano una grande necessità di procurarseli.
Senza riscaldamento nelle case, senza acqua calda, senza il bagno, non possedevano niente di superfluo, le case spartane, i consumi spartani, non si concedevano nulla che non fosse strettamente necessario. Oggi diremmo erano molto ecologisti. Uno, che si era comprato un ombrello nuovo, non lo usava mai, anche se si doveva buscare un acquazzone, perchè diceva che era un peccato rovinarlo.
Erano tipi che non sarebbero mai andati sotto padrone, come dicevano, cioè non avrebbero mai fatto i dipendenti, perchè ognuno nel suo terreno si sentiva padrone e non avrebbe mai cambiato. Nella loro proprietà non dovevano dar conto a nessuno, anche se facevano un orario di lavoro doppio rispetto a quello che avrebbero fatto da dipendenti. Le sere che nel buio si ritiravano al paese, tornavano stanchi, emaciati, infreddoliti per la giornata passata a raccogliere olive, però l'importante era non cambiare e continuare a lavorare la terra, sebbene in condizioni spesso difficili. Per loro era inimmaginabile pensare di prendere uno stipendio. Non lo avrebbero mai messo in conto. Si sarebbero sentiti in una situazione troppo precaria. Per poter vivere, dipendere dai soldi che avrebbero avuto da qualcuno? Ma nemmeno per sogno. E se il datore di lavoro fosse fallito? Se avesse deciso di licenziarli da un giorno all'altro? No, la vera sicurezza era la campagna, anche se si ricavava poco. Pensare di prendere uno stipendio, abbandonando la consueta possibilità di approvvigionarsi il cibo direttamente dalla campagna, sembrava un'assurdità. Temevano un inganno. La cosa era ingannevole in sé, perchè per loro, di lavoro che veramente potesse considerarsi tale, c'era soltanto il lavoro di contadini. Perciò, qualsiasi lavoro si fosse andato a fare, era da considerare leggero. E quindi, ricevere uno stipendio per un lavoro leggero, già questo puzzava di bruciato.
E poi, erano abituati a guadagnarsi le cose col sudore, col sacrificio, senza orari, senza ferie. I soldi che si fossero guadagnati diversamente non li allettavano, anzi consideravano la cosa come se nascondesse un'insidia. Guadagnare del denaro, farsi un bene o una proprietà non poteva prescindere da un concorso di rinunce e abnegazione. L'estate che si passava in campagna era facile rendersi conto del modo di fare dei contadini, per esempio nel periodo della mietitura, quando si alzavano alle quattro che nemmeno albeggiava. Quando si fermavano per fare colazione, alle otto, avevano già fatto il grosso del lavoro. E proseguivano in quel modo fino al tramonto concedendosi una bevuta ogni tanto, ma non di acqua, bensì di vino, perchè evidentemente a nulla poteva l'acqua contro l'arsura della fatica e del caldo, e invece occorreva il vino. A volte smettevano di stare calati e rizzandosi, con le mani sui fianchi, dicevano: “Me fèce mèle la corla”. La corla doveva essere la parte bassa della schiena dove, stando sempre nella posizione china, ovviamente si scaricava lo stress.
Alle volte in paese arrivava il vicino di casa dalla Svizzera, dove faceva il muratore, e regalava la cioccolata, le sigarette “Turmac” e raccontava di come si stava bene in Svizzera, che gente elegante, che vetrine. Era vestito bene, profumava, apriva un portafoglio pieno di soldi. Ma non aveva nessuna presa su quei quattro campagnuoli. Non si fidavano.