By Rai Vaticano | Gennaio 23, 2012
Il naufragio della Costa Concordia fa parlare da dieci giorni di una tragedia in termini di perdite umane, della irresponsabilità di un comandante, della straordinarietà degli abitanti dell’isola del Giglio, della professionalità e abnegazione con cui i soccorritori stanno incessantemente cercando superstiti e, sempre più, recuperando vittime.
Già questo potrebbe bastare a raccontare un avvenimento assurdo, sul quale è auspicabile siano fatti piena luce in merito alle responsabilità dirette e a quanto di poco chiaro sembra emergere attorno a pratiche di “inchini”, ospiti o lavoratori non registrati e quant’altro dovrà garantire ai cittadini il senso di giustizia e di tranquillità ogniqualvolta si mette la propria vita nelle mani di altri.
Tutto questo, dicevamo, potrebbe abbondantemente bastare. Ma non è così. Le cronache raccontano, talvolta senza neppure il minimo di indignazione, dell’incremento di curiosi che corrono al capezzale della mastodontica nave da crociera spiaggiata come una balena in agonia.
La curiosità è un aspetto naturale dell’uomo, dosata in quantità e bramosie differenti in ognuno di noi. È quindi naturale – inutile negarlo – che un avvenimento così grave richiami gente smaniosa di vedere con i propri occhi, di rendersi conto, di poter raccontare a colleghi e amici, di dire un giorno “io c’ero”, di dare la propria lettura dei fatti alla luce di quella onniscienza di cui siamo affetti.
Fino a qui si può persino comprendere e tollerare anche qualche foto scattata per imprimere nei propri ricordi un avvenimento così grave. Ma non un passo in più. Non quelle centinaia e centinaia di macchine fotografiche che vanno a immortalare i visitatori in posa davanti a quel drammatico scenario. In questi giorni abbiamo visto sin troppe famiglie farsi riprendere dal parente di turno, coppiette sorridenti, bambini con i gelati, persino qualche segno di vittoria o gesti che vorrebbero apparire simpatici e spiritosi. Ma a chi?
Nella giornata di ieri l’isola del Giglio è stata presa d’assalto da più di mille persone, contro il centinaio di una domenica normale. Turisti del dopo naufragio, turisti dell’orrore, attratti proprio da quell’orrore e loro stessi produttori di un orrore ancora maggiore.
L’orrore dell’assoluta mancanza di pietà, di rispetto, di sensibilità, di condivisione e compassione. Di decenza.
Dopo aver parteggiato per il “buono”, il capitano Gregorio De Falco, che aveva fatto con rigore e serietà il proprio lavoro (divenendo proprio per questo un eroe) contro il “cattivo” comandante Francesco Schettino, il gioco di società passa alla fase della partecipazione in presa diretta. E magari in quel viaggetto sull’isola può essere che si finisca dietro al conduttore dei tanti, troppi, speciali televisivi. Da lì si può dimostrare a tutta Italia e alla mamma di esserci, si può sorridere alle telecamere, salutare con la manina e dimostrare a tutti di stare proprio a pochi metri dal luogo della tragedia.
In fin dei conti niente di nuovo: ogni disgrazia ha i suoi turisti che, a costo di intralciare le operazioni di soccorso o le indagini, devono andare a vedere e partecipare alla giostra mediatica. Così è accaduto, tanto per citare gli ultimi gravi fatti di cronaca, per il terremoto dell’Aquila, per il delitto di Avetrana e per quello di Brembate. Ma la ripetitività di questi comportamenti non deve causare un’assuefazione e uno stordimento del proprio senso civico e critico, della propria sensibilità e indignazione.
Ieri sono stati fatti dei servizi televisivi proprio su questi turisti dell’orrore e al momento dell’imbarco un rubicondo signore ha motivato il suo viaggetto con un bel sorriso e con il desiderio di vedere una cosa che non accade frequentemente. Viene tanta voglia di dire a quel signore che per lui la giornata di ieri ha avuto sicuramente lo stesso valore di un pomeriggio trascorso a fare picnic o a giocare a bocce con gli amici. Per i familiari delle vittime, invece, quello era il decimo giorno di un inferno appena iniziato che cambierà completamente le loro vite.
Appare sempre più necessario chiedersi dove affondi questa dilagante insensibilità, questa sorta di virtualità che va a depositarsi sui sentimenti ingabbiandoli inesorabilmente. È una domanda che dobbiamo porci da cittadini e, soprattutto, da operatori dei media proprio per la responsabilità che deve accompagnare il modo in cui trattiamo i fatti.
Sappiamo che l’eccezionalità e la negatività di un evento sono due dei criteri principali che attirano da sempre le attenzioni della gente. Ma, viene oggi da chiedersi, cosa fanno i media per tenere strette le redini delle notizie e lasciarle nel solco dell’informazione senza (troppi) sconfinamenti nella spettacolarizzazione? La generalizzazione è una cattiva tentazione ma si è portati a rispondere che fanno solitamente poco.
Forse questa è solo una risposta immediata, che non vuole essere una attenuante né tantomeno esaustiva, su questa morbosità da parte dei fruitori dei media. I mezzi di informazione fanno diventare quel fatto un evento mediatico e i cittadini accorrono in massa non solo davanti ai teleschermi ma anche laddove si consuma il dramma, per una presenza che può riservare magari un breve istante di visibilità.
Dunque ci troviamo davanti a una “cattiva maestra televisione”, per citare Popper e Pasolini, oppure a una cattiva gestione dei propri comportamenti ed emozioni? Sicuramente su quegli scogli, dinanzi alla Costa Concordia ancora carica di morti, sarebbe opportuno rivolgere uno sguardo dentro se stessi più che su quella carcassa. E probabilmente ci si potrebbe rendere conto che nelle acque dinanzi all’isola del Giglio, così come su molti schermi televisivi, sta andando in onda l’affondamento di una grande nave ma anche della nostra residua dignità di esseri umani.
Elisabetta Lo Iacono