Il rapporto degli emigranti col proprio paese è interessante perchè il più carico di sentimento. Spesso si è trattato di amore-odio, ma comunque è stato un rapporto intenso, non ravvisabile in nessun altro che non si sia allontanato dal paese. La storia che segue ha per protagonista uno che, nonostante fosse consigliato di non tornare per via della debolezza causata dalla nostalgia, tuttavia ritenne fondamentale e prioritario continuare a tenere vivo il legame col paese. Ecco il suo racconto:
Rocco C. - Sono emigrato nel Nord della Germania nel 1952. In Germania non c'era il sole nostro, l'aria nostra. D'inverno nella baracca non riuscivo a prendere caldo. Mi ravvolgevo con la coperta come in una specie di sacco a pelo, ma solo quando mi ficcavo sotto anche con la testa, allora col fiato riuscivo a scaldarmi. Quando riuscivo ad avere qualche giorno libero correvo a Sant'Agata, ma ci mettevo due giorni e due notti di viaggio all'andata e altrettanto al ritorno. I treni erano strapieni e la notte dormivo nei corridoi dei treni, sdraiato con la valigia per cuscino sotto la testa. All'amico italiano, che lavorava con me in Germania, spesso raccontavo di come avevo passato i giorni in famiglia, parlavo del mio paese. Finchè, dopo avermi ascoltato, una volta mi disse:
“Stai sempre a parlare del tuo paese, ma la tua vita è in Germania. Qui c'è il tuo lavoro, e il tuo posto è qui. Se decidi di farti una famiglia dovrai per forza averla qui. Non vorrai mica fare su e giù tutta la vita? ”
“ Io voglio sposare una ragazza del paese mio” dissi io.
“Come fai a sposare una del paese tuo se ci vai sì e no due volte all'anno? Come farai ad innamorartene in quei pochi giorni che ci stai? Tu hai bisogno di una forbice. Devi tagliarti le radici. Sei una pianta piena di radici. Le tue radici sono lunghe chilometri e chilometri. Non lo vedi che ti tengono imprigionato? Le radici sono un pericolo. Se non sei capace di liberartene, rischi di rovinarti.”
Secondo lui le radici potevano rovinarmi perchè potevo cedere alla tentazione di rimanere al paese e non tornare più in Germania. Lui infatti non andava mai al suo paese in Italia, anzi aveva fatto di più: si era fidanzato con una tedesca. Nella baracca la notte russava che faceva tremare le pareti. Sembrava che segasse il tronco ben seccato di un albero. Io gli tiravo una scarpa per farlo smettere, ma poi si vede che mi addormentavo e segavo anche io il mio bravo tronco e tutti e due facevamo una segheria.
Sapevo che non sarei mai stato capace di tagliare le mie radici, ma, anche se ne fossi stato capace, non avrei voluto perchè la volontà di conservare il legame con le origini ero convinto che fosse una ricchezza che ero contento di avere. Come avrei fatto, non so, a passare il Natale, lontano in Germania, senza i fratelli e la famiglia? Era una cosa inconcepibile. Passare le feste senza i miei fratelli? Ma non esisteva proprio. Io avevo bisogno come il pane di stare con loro, di scherzare, di abbracciarli. Perciò preferivo correre il rischio – come diceva l'amico – di essere preso dalla tentazione di non voler tornare più in Germania, piuttosto che pensare di non venire al paese. Quando potevo, lasciavo il lavoro e mi facevo il mio bravo viaggio buttato nei corridoi dei treni, vicino a una toilette puzzolente, calpestato mentre dormivo per terra, morto di sonno, ma l'importante era arrivare a Sant'Agata dove mi saziavo di chiacchiere, di affetto, finalmente insieme alla famiglia, ai compaesani, insieme al mio paese. Quando riprendevo il lavoro, tornavo assonnato, stanco e affamato, ma sazio di quello che per me era più importante al mondo: il legame con le mie origini.
Oggi a volte mi trovo a pensare come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasto al paese tentando di ricavare da vivere con quel poco di terra che mi lasciava mio padre (tata). Ma poi mi dico che è stato meglio andare via, perchè la bellezza del paese natìo nessuno la puo' sentire di più di chi è stato costretto ad emigrare. Adesso che sono passati tanti anni e torno l'estate per qualche giorno, rivedo i colori, i campi di grano gialli, il sole cocente, risento i profumi, ascolto il dialetto e ho ancora la conferma che è stato bene andare via. Se fossi rimasto non sarei stato così felice di trovarmi a Sant'Agata.