Artemisium News
04/11/2011
IL 1860 E IL PLEBISCITO
di Dora Donofrio Del Vecchio

Tutto il regno, già da qualche decennio prima dell’unità nazionale, era una polveriera pronta ad esplodere alla prima occasione. Le vittorie garibaldine ed il rapido cedimento di una struttura politica che scricchiolava paurosamente di fronte alla rivoluzione avevano indotto il re Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, ad emanare, il 25 giugno 1860, lo Statuto, ripristinando la Costituzione del 1848. Fu un rimedio? Tutt’altro! E mentre Garibaldi dal Sud marciava verso il Nord e dal Nord scendeva l’esercito piemontese, il re incoraggiava in ogni modo la resistenza e l’opposizione. Esplose la grande crisi del ’60: una guerra sociale dalle dimensioni terribilmente incontrollabili. Esplose la rabbia contadina generata da soprusi e da ingiustizie secolari contro i galantuomini ed i “liberali e contro quell’unificazione politica che liberali e galantuomini volevano perché avrebbe continuato a dare loro possibilità di prestigio e ancora di soprusi”. Forte era il divario fra queste classi e la corsa alla rottura era inarrestabile.

Animavano la maggior parte dei liberali soprattutto ideali “politici ed ideologici”, poco o affatto quelli sociali. In molte località, tra cui anche Sant’Agata, prevalevano interessi locali, beghe di famiglie, si agiva per fazioni, spesso per rancori, mossi anche da ambizioni, come quella di occupare cariche comunali e gradi nella Guardia Nazionale. Il basso popolo ed i contadini poco o nulla capivano di Costituzione, ma erano spesso strumento di faziosità, e tutti esasperati da un’avvilente miseria e da precarie condizioni di vita. L’atto sovrano del 29 gennaio 1848, che stabiliva i principi cui doveva ispirarsi la Costituzione Napoletana, aveva messo in fermento i paesi e nella maggior parte dei casi inacerbì contrasti e incomprensioni tra galantuomini, civili, basso popolo e contadini. Questi speravano di essere finalmente tutelati e che si realizzasse la spartizione delle terre demaniali usurpate dai galantuomini.

Il 6 settembre 1860 Francesco II di Borbone con tutta la corte abbandonò Napoli e si trasferì a Gaeta. Il plebiscito di annessione si tenne il 21 ottobre 1860.

Nel novembre la dittatura passava da Giuseppe Garibaldi a L. Carlo Farini. Per ordine di Cavour l’esercito garibaldino fu disciolto.

Ma come si giunse all’unificazione politica italiana? La storia ufficiale non ignora quanto accadde in tanti paesi della Capitanata (Sant’Agata di Puglia, Accadia, Biccari, Bovino Lesina, San Marco in Lamis, Roseto Valfortore, San Giovanni Rotondo, Vieste, ecc.) e tra quante difficoltà e violenze si realizzò la difficile Unità.

Una testimanianza importante ci lascia lo storico santagatese Lorenzo Agnelli, che a noi piace riportare perché ci offre lo spaccato di una società tormentata, dilaniata da odi e animosità, in cui si confondevano ruoli, competenze ed aspirazioni; di una massa popolare inquieta ed in odio con i liberali, per lo più proprietari; di “civili” e benestanti coinvolti in ruberie, vessazioni e prepotenze, realtà confermata, per la Capitanata, da processi e altra documentazione custodita negli Archivi, particolarmente quello di Stato di Foggia e di Lucera.

Così ne parla l’Agnelli:

Si avvicinava l’infausto giorno 21 ottobre designato pel plebiscito, con cui doveasi compiere col nome santo d’Italia l’ultima vendita dell’indipendenza napolitana. Un cupo presentimento annunziava che quel giorno doveva esser lordato di sangue cittadino e sventuratamente anche in Accadia. In Sant’Agata spuntarono liberalissimi quelli che mai pensarono all’Italia e non seppero di libertà…Alcuni applaudivano non avendo coraggio di dire l’opposto…Tra gli avversari i liberali presero di mira il giovane sacerdote Giuseppe Danza… Io...amico d’infanzia e di studii col Danza mi gli strinsi di più quando il vidi assalito ingiustamente…Quei gracchiatori insolenti…mi apparivano traditori i quali sempre facili a gridare contro chi non pensava con le loro vuote teste, prendevano diletto alla guerra fratricida, e le sconfitte ed i tradimenti delle schiere napoletane trombavano a trionfi…Questa che potrà apparire malvagia demenza era una proterva provocazione al povero popolo i cui figli e fratelli erano appunto quei sfortunati soldati. Le cause migliori si pervertono e disamorano quando si vedono patrocinate da persone, che le drizzano ad intento perverso. Si poteva essere in pace con uomini che in piazza inneggiando turpamente alla libertà, organizzavano in segreto i furti alla proprietà privata e alla comunale, preparavano calunnie e minacciavano libidini? Il cuore aborriva tale strapazzo di moralità e, temendo di giorni peggiori, riaccumulava sul capo dei tumultuanti tutti i mali che erano venuti e che verrebbero…Chi era la cagione di tante angosce? I galantuomini gridava il popolo: e l’eco tremenda di quel grido si ripeteva nell’anima e l’addolorava…

L’Agnelli e l’amico Danza il giorno 21 si allontanarono dal paese e si ritirarono in campagna. Trascorsero la notte nel convento di S. Carlo in compagnia dei “buoni frati”. Alle due di notte Accadia era un bagliore di fuoco e

la baldoria sanguinosa durò quasi tutta la notte. La dimane concorse buon nerbo di nostra guardia nazionale capeggiata dal santagatese ex scolopio Decio Vinciguerra ridicolmente in fascia tricolore e una masnada di garibaldini, che fecero come ovunque e sempre ladronerie e vendette vandaliche. In quel medesimo giorno quasi tutti i paesi del Gargano più o meno sanguinosamente reagirono: in tutto il Regno peggio. Alla votazione santagatese non intervennero senza sapere quello che facessero una cinquantina di persone ma si trovarono nell’urna forse tremila voti. Così in tutte le provincie. I pochi audaci posero a larghe mani i sì. Le plebi reagirono numerose, il Regno tra il sangue e l’odio si trovò annesso. Ma di là spuntò fiero e irriconciliabile il brigantaggio.

(da D. Donofrio Del Vecchio, Cultura e società del Mezzogiorno nell’opera di LorenzoAgnelli – Sant’Agata di Puglia 1830-1904, edito dall’Amministrazione comunale di Sant’Agata di Puglia, Foggia 2007).

 Dora Donofrio Del Vecchio

 


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