Leggo sempre volentieri i gustosi racconti che i cugini De Capraris regalano a noi santagatesi nel mondo su momenti di vita di una Sant’Agata ormai sparita, risvegliando ricordi e belle emozioni in persone come me che quel paese, raccontato cos’ bene, l’hanno realmente vissuto. Trovo, a dir poco, magistrale il racconto ”Stralci di vita santagatese” sulla vendemmia o “vernegna” evocato dal bravo Alfonso De Capraris in questa settimanaAggiungi un nuovo appuntamento per questa settimana. Trovo, innanzitutto,lo stile puro ed originale. E’ gustoso l’intervallare del dialetto con la lingua italiana che sembra tutto un continuo. Crea una bella musicalità questa che io definirei poesia in prosa. Le espressioni dialettali sono come delle diapositive che si susseguono nella memoria e, sembra proprio di vederli i contadini che si passano “la fiasca re lu vine pe ffè na vèppeta, oppure “li ciucce ches’abbendàvene cu nu jàccule attacchète sòtt’a n’aliva. Questi racconti sono palpitanti come le bucoliche di Virgilio che studiavamo al ginnasio, con la differenza che quelle raccontavano di un mondo del passato; questi, invece di una vita che ci appartiene. Chi non ricorda la scena degli asini mentre mangiavano (ammagliavene n’continuazione) e “nu nze stevèvene nu pòche fitte” per via delle mosche, muovevano la coda continuamente. Le avevo del tutto rimosse frasi come “ammenazzè lu ciucce cu lu ‘ngine”, o termini come “ spuòrchele”, “jàccule”, “s’anghièva”, “ammagliavene”. Bravo Alfonso! Questi racconti parlano di un mondo che era permeato di serenità, quella serenità che solo la natura sa infondere; in contrapposizione alla vita caotica e contraffatta che stiamo vivendo.
maestrocastello