Artemisium News
26/09/2011
IL PONTE DIMENTICATO
di Mario De Capraris

Percorrendo la strada provinciale, senza volerlo si va a sbattere contro qualcosa che tutt'assieme, cadendo dalle nuvole, fa rendere conto di una presenza di cui ci si era completamente dimenticati: il Ponte Romano. E se vogliamo, da quando tanti anni fa venne dismesso, il fatto che è arrivato ai giorni nostri, questo in  fondo è accaduto perchè non abbiamo mai nutrito il benchè minimo interesse nei suoi confronti. Non degnato di attenzione, dimenticato, è servito nello stesso tempo a preservarlo. L'abbandono di cui è stato vittima ha fatto sì che venisse risparmiato da possibili scempi. Però, siccome troppa mancanza di interesse alla lunga porta ugualmente danno, recentemente si è cercato di proporlo all'attenzione, se ne è parlato per un po', sperando di ottenere qualche risultato con lo scopo di consolidarlo e restaurarlo. Ma non depone a suo favore sia il suo aspetto da malato terminale, sia la natura sua stessa di ponte, cioè non è una statua che avrebbe le tipiche caratteristiche di monumento da ammirare. Il Ponte è praticamente una strada e la sua storia non è diventata interessante nemmeno nei tempi moderni in cui si tende a recuperare tutto il possibile del passato, persino i pollai.

È sostenuto da puntelli che si vedono da anni: la fiancata sostenuta da croci di ferro, un'arcata sorretta da un'impalcatura di legno. Un'impalcatura di legno? Ma sarà infracidita anch'essa e certo farà a gara col ponte su chi rovina prima. C'è un senso di imminente sbriciolamento.

Sebbene gli studiosi si sono preoccupati di descriverne la storia, di spiegare la ragione della sua costruzione e di offrire un quadro esauriente degli autori del manufatto e da chi venne calpestato, tuttavia trovarsi al suo cospetto si fa fatica a riconoscergli tanta storia alle spalle. Possibile che quel rudere, che pare debba crollare da un momento all'altro, abbia delle radici così lontane?

È comprensibile che non ci sia un sentiero adiacente al ponte per permettere di guardarlo da vicino,  né che si organizzino gite scolastiche visto lo stato di degrado che ne fa una struttura pericolante. Meno comprensibile che non ci sia nemmeno una piazzola di sosta sulla strada, in modo da ammirarlo a distanza o da consentire almeno che si possano scattare delle foto. Insomma si è in presenza di un monumento che non è aiutato né dal suo aspetto, né dalla sua salute, né dai contemporanei. È aiutato solo dalla sua storia che ne fa un gigante. Ma siccome non è indicato nemmeno il suo anno di nascita sul tipico cartello giallo che viene usato per il più scacazzato dei monumenti, ecco che dimenticarlo è come voler dimenticare una parte della nostra stessa storia.

Dal lato che affaccia sulla strada il tereno è ricoperto dalla vegetazione. Dall'altra parte, la facciata esposta verso Candela, il terreno contiguo al ponte appare soggetto a coltivazione agricola privata. Messo lì, in posizione centrale rispetto alle moderne arterie di comunicazione,  rappresenta il prodotto bellissimo di un tempo che il futuro ha reso insignificante. Ciò che all'epoca costituiva l'orgoglio di un popolo dalla civiltà e tecnologia avanzata, ora giace dimenticato e inutilizzato. Le macchine scorrono vicine, sulle altre strade. Il fiume Calaggio, su cui il Ponte fu costruito, ha deviato il suo corso. La grande strada di comunicazione, che un tempo attraversava il ponte, non c'è più. Non vi transitano più i carri carichi di masserizie, di armi, non vi passano più cavalli, soldati. La rocca Artemisium, che oggi corrisponde al paese di Sant'Agata, non serve più a guardia del ponte, vive di vita propria.

 

Mario De Capraris

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