Sono tante le storie di persone che nei primi anni del ‘900 lasciarono il loro paese natio per cercare altrove una vita diversa e più dignitosa. Storie semplici, che raccontano l’emozione e il ricordo di quanti partirono spesso per luoghi molto lontani in cerca di un’esistenza migliore. Come Gerardo Fratello, nato a Sant’Agata di Puglia il 2 agosto 1882, il quale partì giovanissimo per Boston con nel cuore un sogno: costruirsi una casa al paese e comprare un pezzo di terra per poterci lavorare al suo ritorno.
A raccontarci la sua storia, la nipote Gerarda Leo.
“Dopo un lungo viaggio in mare, mio nonno Gerardo Fratello arrivò con altri emigranti a Boston. Qui trovò lavoro nelle miniere di carbone. Quando partì, lui aveva due sogni nel cuore: costruirsi una casa a Sant’Agata e comprare del terreno, da coltivare appena avesse potuto fare ritorno in patria. Furono anni di grandi sacrifici e di lavoro faticoso. Una volta, insieme ad altre persone, rischiò di perdere la vita nel crollo di una galleria.
Mi raccontò che un giorno, mentre era nella miniera insieme ai suoi compagni, avvertì un boato lontano e, subito dopo, sentì chiaro e armonioso come il suono delle campane della chiesa di S. Nicola del suo paese.
Illuminato dalla sua fede, e dalla convinzione che la Madonna del Carmine voleva salvarli, gridò: “...Fuori, andiamo fuori, ...sento il suono delle campane di S. Nicola, ...sta per succedere qualcosa di grave...”.
Alcuni lo derisero, perché convinti che ciò non fosse possibile; altri invece uscirono di corsa con lui, e si salvarono dalla galleria crollata. Quando mio nonno guardò il cielo, appena fuori, vide la Madonna del Carmine che sorrideva. S’inginocchiò e pianse.
Durante gli anni di permanenza a Boston, aveva trovato anche il tempo, dopo il lavoro estenuante, di leggere libri e approfondire le sue conoscenze. Immensa fu la sua commozione e la sua gioia quando, tornato a Sant’Agata, trovò la realizzazione del suo primo sogno, ovvero la casa che nel frattempo mia nonna aveva fatto costruire con i soldi arrivati da Boston.
Si dedicò alla coltivazione dei terreni a borgineto, lagarelle, fiumarelle e, in particolare, alle cesine, dove piantò un vigneto e un uliveto con eccellenti risultati.
In quegli anni, mio nonno frequentò anche dei corsi di agricoltura dimostrando, per quei tempi, di avere una mente aperta a nuove acquisizioni e di essere una persona desiderosa di migliorare.
Ricordo che da piccola sapevo orientarmi in mezzo alle viti e trovare l’uva dagli acini lunghi e dolci, il moscato bianco e l’uva barbarossa di cui ero ghiotta. Era una gioia per lui vedermi andare in mezzo alle viti e agli alberi da frutta, dove mi arrampicavo come potevo.
Quando lui si accorgeva che ero stanca, si sedeva vicino a me e mi raccontava le avventure del Conte di Montecristo con tanta dovizia di particolari, che io m’incantavo ad ascoltarlo.
Era un uomo aperto, gioviale e generoso non solo con la sua famiglia, ma con tutti. Spesso mi parlava dei minatori di colore che aveva conosciuto a Boston e che, diceva, erano tutti semplici e buoni. Se un forestiero o un mendicante capitava all’ora di pranzo e non aveva mangiato, gli offriva il suo piatto adducendo a scusa, che lui era già sazio. Io lo guardavo ad occhi spalancati ed increduli e lui mi diceva:” fa bene e scorda, fa male e pensa!”. Quando vedeva i bambini il suo viso si illuminava: li guardava con tenerezza e sperava sempre per loro un futuro migliore, perché, ripeteva: “sono la forza dell’Italia”.
Mi raccontava spesso, nelle lunghe sere d’inverno, vicino al fuoco, le imprese di Garibaldi, per il quale nutriva ammirazione e rispetto. Ancora oggi io ringrazio questo umile e grande uomo per la sua bontà, l’aiuto e la comprensione che mi ha donato. Grazie, nonno per aver riempito di magia la mia fanciullezza.
Gerarda Leo
Tratto dalla rivista di vita e cultura “Il Santagatese”.
Nella foto, Gerardo Fratello