RACCONTO
Pian piano le labbra del vecchio duca si aprirono in un sorriso, rivedendo se stesso. Quanta strada aveva fatto da quel giorno in cui il padre lo aveva diseredato. Quante imprese e quante avventure da raccontare al figlio che stava nascendo. Improvvisamente, il vecchio, nel ricordo, trasalì.
Era ormai giunta l’alba del 5 febbraio, quando in lontananza sentì vagiti di neonato; il suo primogenito era nato e, ebbro di emozione, corse dall’altra parte del Castello per accoglierlo.
Non avrebbe mai pensato che si sarebbe potuto emozionare per la nascita di un figlio e, tenendolo stretto, iniziò a piangere come un bambino.
Il miracolo di molti anni prima si era ripetuto con immutata gioia, proprio nel giorno dell’anniversario del prodigioso salvataggio.
Al bambino fu dato il nome di Capre Agatone in onore proprio della Santa di Catania che lo aveva graziato, accorrendo alle sue innumerevoli preghiere.
**********
Capre Agatone, sebbene allevato nel benessere, rispettava il prossimo, era leale e corretto con tutti, dimostrandosi ben presto intraprendente e coraggioso, nonché abile alla vita d’arme fin da tenera età.
Da adulto, vinse molte battaglie al servizio dei Normanni e per i meriti acquisiti sul campo gli fu conferita la carica di duca, capo militare e governatore con poteri giurisdizionali, al posto del padre ormai vecchio.
Tuttavia, un Castello così ben in vista, con un così abile condottiero, non poteva passare inosservato, non solo ai malviventi che si aggiravano nella zona per compiere saccheggi, ma anche ai pirati dei mari, i quali, avendo oramai vita dura, cominciavano a risalire le vallate in cerca di prede.
Malfattori di ogni razza tentarono di prendere il Castello, tenendolo sotto assedio, non riuscendovi però mai a penetrarvi.
Per scavalcare le mura di cinta erano state usate lunghe scale a pioli; per decimare i difensori erano state scagliate frecce; per penetrare all’interno venne dato alle fiamme il portone d’accesso, ma invano.
Infatti, il Castello si rivelò inespugnabile e questo grazie al signore il quale, in sede di costruzione, si era premurato, non solo di renderlo inattaccabile, ma anche di addestrare – e bene – i suoi uomini per la difesa, utilizzando scudi per schivare le frecce, pali biforcuti per ribaltare le scale, e sassi, frecce e olio bollente per annientare il nemico.
Le finestre, poi, si rivelarono provvidenziali anche per spegnere il fuoco acceso dagli assalitori contro il portone, con getti d’acqua buttati dall’alto.
Di solito i malviventi rinunciavano a portare a termine l’impresa, rivolgendosi altrove, ma non quella volta…
I Saraceni, tra un attacco e una ritirata, vennero a conoscenza del fatto che quel Castello era stato edificato nientemeno che dal pirata divenuto famoso per aver accumulato, con le sue innumerevoli scorribande, una vera e propria fortuna. È per questo che decisero di non mollare.
Dopo aver cercato di penetrare nel Castello a colpi d’ariete – antichissima e micidiale macchina di sfondamento composta da una grossa trave di legno con una punta di ferro a testa d’ariete con la quale si riusciva a fare breccia nelle mura o nei portoni dei Castelli assediati – e dopo aver visto che il portone, costruito a regola d’arte con una grossa barra lignea incardinata al centro per attutire e ridistribuire proprio quei colpi, resisteva, gli indomiti attaccanti decisero che valeva la pena di prolungare l’assedio per prendere per fame i castellani e indurli alla resa. Niente di più sbagliato, potendo i castellani utilizzare il cunicolo sotterraneo che, fatto costruire dal vecchio duca, univa il Castello alla grotta permettendo di sbucare all’improvviso alle spalle degli attoniti avversari e aggredirli, sfruttando il fattore sorpresa.
Tuttavia, Capre Agatone decise di non attaccare subito, ma di aspettare una mossa falsa del nemico, limitandosi, inizialmente, solo a mandare i suoi uomini a fare scorte di viveri.
La mossa degli aggressori non si fece attendere molto; compreso che i castellani per resistere tanto a lungo avrebbero dovuto necessariamente avere un’altra via di uscita, si misero alla ricerca di un varco, di un cunicolo che trovarono mimetizzato tra una montagna di rovi.
Sembrava, a questo punto, un gioco da ragazzi penetrare nella grotta, infilarsi nella galleria e, con la complicità del buio della notte, invadere e saccheggiare il Castello. Nulla di più devastante.
Nella grotta non c’era una galleria, come ipotizzato, ma solo un cunicolo, un passaggio molto stretto che obbligava ad avanzare carponi e strisciare al buio tra buche e pozzanghere molto insidiose.
Gli addetti alla difesa, dotati di armi da taglio a lama lunga, attesero al varco gli aggressori e man mano che spuntavano fuori dallo stretto cunicolo, li decapitarono. Fu una vera e propria carneficina; i pochi sopravvissuti se la diedero a gambe levate, giungendo alla conclusione che veramente quel Castello fosse inespugnabile.
Da quel momento, più che mai, il duca Capre Agatone riprese a festeggiare il 5 febbraio con danze, pranzi luculliani e giostre in cui gli uomini addetti alla difesa si esibivano in giochi di destrezza e di precisione con l’arco; alla festa partecipavano i signori della zona circostante per rinsaldare i rapporti di buon vicinato e al popolo venivano offerte abbondanti libagioni, innaffiate con del buon vino.
La castellana, in quella occasione amava sfoggiare i suoi gioielli sia per accrescere la sua bellezza, sia per dare un segno tangibile della sua ricchezza e del suo rango. Ciononostante, i guai erano dietro l’angolo.