Artemisium News
18/08/2011
STORIA DI UN EMIGRANTE : PASQUALINO TORNA IN AMERICA 3° PARTE
di Mario De Capraris

3) PASQUALINO TORNA IN AMERICA 

Pasquale rumanìje assèje a lu paese.

Se non anni, sicuro qualche mese.

Per l'Italia viaggiò e anche per l'Europa.

“Mica v'aggia purtè a re spalle sopa?”

rispondeva a ciascuno si invitava.

Con fare disinvolto lui pagava.

Portò moglie, i fratelli e cumba Rocche,

tutt'appriesse a vestirse e a mangè a scrocche.

Regali generoso ne donava

a chiunque in famiglia accompagnava.

“Che m'importa?” diceva Pasqualino

sostando in un albergo parigino.

“Mi godo la mia vita. Poi a Nuova York,

quanne torne, me fazze l'alde solde”.

 Pasquale tornò infine negli States

e ovunque si trovava, nelle streets,

pizzerie, ristoranti e nei locali,

di Sant'Agata disse i suoi natali.

Ma la gente fu poco interessata.

Sul palco, quando fece la serata,

recìje lu vero posto 'ndo venèva.

Lu pubblico, valacchia, nun sendèva.

Fece acuti, gorgheggi e vocia forta:

“Me sembra che a nisciuno gliene importa”.

Quera, la gente, parlava e era distratta.

Qualcuno andava via e pure di fretta.

Come un sasso nel mezzo all'acqua stagna,

uno disse: “Ma questa è vera lagna”.

La gente in un secondo fu a scappare.

Pasquale non provocci più a cantare.

Il vento era cambiato. Era la svolta.

Il gusto più non era di una volta.

Pasquale, che volevano centoeuno,

adesso non chiamava più nessuno.

Chiese in giro, abbassò pure il cachet.

Diceva: “Me vulite sènde candè?”

“Pe piacere” recèvene gli astanti

“robba vecchia. Ci stanno di cantanti”.

Qualcuno glielo disse: “Hei tu, paisano,

non temere, su vai da don Gaetano”

Pasquale ci pensò quel giorno intero.

I guai se li scordava per davvero.

Finalmente poteva desinare.

Ma gli amici bisogna ben pesare.

Non era quello giusto, lo sentiva,

resistere doveva e pur soffriva.

Non andò da don Gaetano. Per decirsi,

pensieroso e nel dubbio di pentirsi.

 Per le strade cantava Pasqualino,

ai passanti porgeva il suo piattino.

La pancia brontolava per la fame,

notte e giorno sognava un po' di pane.

Quanti soldi a suo tempo guadagnava,

mentre adesso sì e no sopravviveva.

Il fratello, cui casa dato aveva,

disse “Scusa” da lui non dipendeva:

in casa non aveva da ospitarlo,

e Pasquale: “Lo so che non puoi farlo”.

Il cognato, che tanto aveva avuto,

dichiarò: “Mai ch'io l'abbia conosciuto”.

 Molti anni si trascorsero in un lampo.

Pasquale fu sparito nel frattempo.

Nessuno fu di lui che seppe niente.

Ma nel Bronx contro un muro fatiscente,

di stracci ricoperto, il viso sporco,

un povero barbone, spento l'occhio,

parlava di concerti e di recitàl.

Era lui, sì, Pasquale Jimmy Wurstel,

lasciato dalla moglie e dai parenti,

rimpiante le giornate divertenti,

per pagare un modello di virtù,

'no scarto nel bisogno e nulla più.

 Pasqualino il giaciglio sistemava

mentre al buio il vento freddo rinforzava.

La neve che cadeva sopra al ghiaccio,

il nostro preparàvasi all'addiaccio.

Si avvolse rassegnato negli stracci:

“Arrivare a domani? Nu ru ssacce”.

 Ma proprio nella notte la più amara

- quando l'animo è facile si ammala -

davanti al suo cartone un uomo nero:

“Hei, Jimmy, vuoi cantare?” Ma era vero?

L'impresario che aveva rifiutato,

che strano, proprio lui aveva bussato.

Pasquale alle sue orecchie non credette

e quello, che capiva, ci insistette.

Gli disse: “E' tutto pronto, puoi cantare,

avanti, fatti forza, non sbagliare”.

La sala era gremita come un tempo,

sul palco il nostro fu contento.

Pasqualino vestito e ripulito

cantò come una volta, inebetito,

e il pianto in mezzo al canto che scorreva.

“Perchè piange?” la gente si chiedeva.

 Oggi Brooklyn si è stretta, non è quella.

Nessuno che sa più questa storiella.

Ma se chiedi d'un uomo giudizioso,

troverai qualche anziano dignitoso,

parlando come se ci riflettesse:

“C'è stato uno, il più grande si sapesse:

Pasquale, il bravo boy santagateso,

con tutti generous, men con se stesso”.

 Mario De Capraris

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