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C’è un disagio che cresce di giorno in giorno nei credenti. Ci si chiede in quale prospettiva e articolazione debba orientarsi il discorso sul messaggio evangelico, coscienti delle tante tirannie che, sotto aspetti diversi, oggi si presentano: potere, sesso, denaro . . . Quanti finiscono con il lasciarsi dominare da eventuali nuovi padroni o da idoli o da miti arbitrari che esigono di essere onorati come verità? Gli interrogativi, poi, si moltiplicano se ci si sofferma sul pluralismo culturale presente nella nostra società e sull’atteggiamento diffuso d’indifferenza per alcuni verso una religione astratta o avulsa dalla vita. Un atteggiamento culturale e sociale che potremmo definire “umanesimo ateo”, nel senso che riconosce l’uomo valore assoluto e unico; non accetta la dipendenza creaturale da Dio. Una soluzione al disagio è data nel superare la religiosità pratica o costume, che si risolve all’interno di un luogo di culto o nella fedeltà a una tradizione di ambiente, per stimolare l’espressione della fede che impegna a una mentalità e atteggiamenti di vita. La proposta religiosa deve sempre preoccuparsi di educare, in particolare la gioventù, a un nuovo impegno di libertà; la coscienza e la responsabilità di essere accolti in un popolo di fratelli, l’urgenza a portare sulle strade della terra la testimonianza di un mondo futuro. L’esperienza del cristiano, come osserva il teologo Schemann, non è ultraterrena ma terrena e pervasa dalla luce cristiana: vivere insieme agli altri i problemi e le difficoltà della società, impegnandosi per il rinnovamento della stessa secondo valori di onestà e giustizia. Questo periodo di preparazione alla Santa Pasqua si rivela propizio, giacché segna un passaggio fondamentale per l’identificazione del popolo di Dio. I cristiani leggono nella Pasqua la vittoria definitiva della vita e l’esperienza della salvezza. Il titolo tipico e più comune che Gesù acquisisce presso i discepoli, in conseguenza e in virtù della sua Pasqua, cioè del suo passaggio dalla tribolata esistenza terrena alla gloria della vita risorta, è quello di Signore (Kýrios). Il termine era stato già usato nei suoi confronti negli anni prepasquali, com’è dalle narrazioni evangeliche, a significare semplicemente rispetto e cortesia. Solo dopo l’evento pasquale assume un’altra e ben diversa valenza, riacquistando l’accezione nativa che indicava potenza, dominazione, autorità. Gesù di Nazaret non è tanto il fondatore, il teorico del cristianesimo, quanto il suo contenuto. La Chiesa, già nell’epoca apostolica, possedeva un suo patrimonio di principi, convinzioni e idee, ma non distinto da Chi aveva detto di sé: «Io sono la verità . . . ». Ricordiamo che le prime comunità dei credenti erano animate dallo spirito di solidarietà e dall’amore verso i fratelli, ma il destinatario ultimo era il Cristo. Sant’Ambrogio diceva: “Cristo è tutto per noi”; anche il filosofo francese Blaise Pascal, quasi ossessivamente, ripeterà: “Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Cristo, ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Cristo. All’infuori di Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte né che cos’è Dio né che cosa siamo noi stessi”.
di Rina Di Giorgio Cavaliere
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