05/04/2011
ITALIA PAESE D'IMMIGRAZIONE
di Rina Di Giorgio Cavaliere

Clifford Geertz nel suo ultimo libro “Antropologia e filosofia” dice: «Guardare le altre civiltà da lontano è un lusso che non ci possiamo più permettere: c’è bisogno di una più duttile e diffusa immaginazione cognitiva e morale . . . Se è pur vero che, come sosteneva Wittgenstein, i limiti del mio linguaggio delimitano il mio mondo, ciò non implica che la portata delle nostre menti, di quello che possiamo dire, pensare, apprezzare e giudicare sia intrappolato nei confini della nostra società, del nostro paese, della nostra classe o del nostro tempo, ma la portata delle nostre menti, ossia la gamma dei segni che possiamo in qualche modo interpretare, è ciò che definisce lo spazio morale, emozionale ed intellettuale nel quale viviamo».
Parliamo di educazione storica alla mondialità. Incomincia nel momento in cui il mondo è inteso innanzitutto come spazio vivente e mobile di relazioni. In questa luce il rapporto tra aree forti e deboli, tra centri e periferie, tra popoli, etnie e confini, diventa condivisione, lontana dalla tolleranza di comodo o da un pigro relativismo. Assistiamo da giorni a un doloroso e complicato processo di ridefinizione dell’ordine mondiale in atto, con sistemi di valori sottoposti a forti tensioni, sia sul fronte della politica e delle istituzioni sia su quello del rapporto fra civiltà e ambiente, civiltà e natura.
E’ ragionevole, quindi, mirare a un riconoscimento della differenza non solo come dimensione esistente da affrontare, ma come risorsa da avvalorare. Il nostro paese negli ultimi decenni, da terra d’emigrazione per oltre un secolo, è diventato terra d’immigrazione, destinato a convivere con tale realtà sulla quale di recente i giornali e le emittenti radiotelevisive hanno attratto la nostra attenzione con una quantità considerevole di notizie e di emergenze legate in particolare allo sbarco dei profughi a Lampedusa: “A Lampedusa situazione inaccettabile. Riprendono gli sbarchi . . . ”.
Una città che da sempre assume il valore, la connotazione di laboratorio per la multiculturalità è New York: i morti delle torri gemelle appartengono a sessantacinque nazioni diverse. La cifra dà la misura della funzione cosmopolitica che la città assume. I problemi che le autorità scolastiche newyorkesi affrontano sono quelli di una piccola nazione culturale e le loro politiche educative diventano oggetto di studio in vari paesi. Neil Postman, docente di ecologia dei media presso il Dipartimento di arti e scienze della comunicazione alla New York University, nel suo volume sul valore della scuola per il terzo millennio, rileva che una delle ragioni per cui la scuola (noi aggiungiamo la società) recupera affidabilità e ragione di essere è la possibilità di rielaborare la diversità, qualora sia proposta come fattore di ricchezza culturale.
Ricordando la nostra storia recente, possiamo parlare anche di crogiuolo - Italia, dietro la spinta dei movimenti migratori del secondo dopoguerra dal Sud al Nord; necessaria trasformazione socio economica che ha visto molte forze del lavoro passare per esodo interno, dall’agricoltura all’industria, con conseguente dilagare del fenomeno dell’urbanesimo e del difficile inserimento degli immigrati in un ambiente urbano diverso da quello agricolo - patriarcale di origine. Per portare il discorso in letteratura, penso a uno scrittore come Lucio Mastronardi (Il meridionale di Vigevano), la cui forza sta soprattutto nella creazione di un impasto linguistico molto originale; oppure a Carlo Emilio Gadda che nei suoi romanzi parla di Roma, il grande calderone in cui tutto confluisce, nord e sud, gente e linguaggi. Punto di arrivo dei percorsi individuali e crogiuolo in cui tendenzialmente si fondono le specificità settentrionali e meridionali, ma anche da millenni le culture di altri popoli.
di Rina Di Giorgio Cavaliere