Artemisium News
10/03/2011
IL FILO DELLA MEMORIA : IL RITORNO DELLO STRANIERO
di Mario De Capraris

È accaduto un giorno di alcuni anni fa che sono stato raggiunto dalla telefonata di un parente, il quale stranamente si è ricordato di me. Con fare perentorio mi dice: “Vieni che è morto zio O.” Parto e arrivo al paese che è una sera d'inverno. Di differenza, rispetto all'ambiente che ho lasciato, noto che nell'aria non c'è lo scarico delle auto ma si sente un profumo di legna bruciata. In città ho lasciato i semafori,  l'ingorgo,  ma fortunatamente qui al paese questi problemi non esistono. All'angolo della strada un gruppo di persone che chiacchierano mi danno l'impressione che non stanno lì solo per parlare ma proprio per perdere tempo. Io che vengo dalla mancanza di tempo, l'attenzione all'orologio, la corsa, il traffico, lo stress, davanti a quelli mi sento un sorcio uscito dalla gabbia. Proseguo ad arrampicarmi sulla salita per San Nicola, sempre più su col fiatone e la lingua penzoloni. E poi ecco quello che temevo: due facce conosciute, due vecchi amici che, nel riconoscermi, mi vengono incontro e, immagino, si apprestano, già pregustandola, a quella che deve essere, ed è giusto che sia, una chiacchierata interminabile. Infatti partono sparati: “Eh, ce n'è voluto di tempo per farti vedere” “Ti sei ricordato finalmente dei compagni” e così via. Cerco di far loro capire che per il momento è necessario che vado a trovare mio zio morto, non vorrei fare tardi. E siccome quelli non vogliono capire ragioni, mi tocca  fare opera di persuasione che vi pare che dopo non mi dedicherò a voi? Che non vi concederò tutto il mio tempo per soddisfare la voglia di tutti gli amici, che come voi mi stanno aspettando, di scambiare quattro chiacchiere con me? Non vi preoccupate che dopo passo per la piazza e sarò disponibile per tutti quanti, che, nel vedermi dopo tanti anni, non resisteranno a passare molto tempo insieme. Quindi riesco ad allontanarmi e arrivo alla casa dello zio. Salgo su per la scalinata della casa. Sono sulla loggia. Ma la porta è chiusa. È tutto spento. Non c'è nessuno. Forse mi sono sbagliato. Zio sarà in un'altra casa. Ho dimenticato di farmelo dire. Sto quasi per andare via, quando, senza crederci, spingo la porta. Questa si apre e lo stanzone appare tutto intero, illuminato, con una gran massa di gente, che si apre al mio passaggio mentre mi avvicino alla bara dello zio al centro della casa. Zio, per quello che mi ricordavo, ogni volta che mi era capitato di incontrarlo, non l'avevo mai visto fermo. Lui che odiava oziare, adesso si era fermato. Tutt'intorno, le donne, dagli occhi chiari ben noti. Riconosco i visi familiari. Donne rigorosamente vestite di nero, le facce di contadine meridionali. Lo stanno piangendo che zio sembra un morto ammazzato dalla mafia. Da parte, gli uomini, assembrati, silenziosi, mi vanno porgendo la loro mano vigorosa, di lavoratori dei campi, mentre ognuno rilascia una frase lapidaria sulla ineluttabilità della morte e poi con qualche altra frase smozzicata cercano di consolare me che sono un nipote dimenticato. Più tardi un cugino si fa avanti e mi dice qualcosa il cui candore  mi dà la riprova, se mai ce ne fosse bisogno, del perchè amo così tanto il mio paese. E cioè, nel mio interesse mi esorta ad andare via perchè se no si fa troppo tardi, e come riferimento cita un aneddoto che adesso ricordo che lo diceva spesso, di quando lui andò a trovare zia Carmela ad Anzano e quella lo esortava ad andare via con la luce del giorno perchè non si sa mai, il mulo poteva inciampare e via dicendo. Infine me ne vado e, anche se il pensiero dello zio non mi fa stare dell'umore migliore, tuttavia non posso tralasciare di incontrare tutti quelli cui ho promesso poco prima, ma anche quelli che avranno saputo del mio arrivo e saranno impazienti di lanciarsi nei ricordi, nella descrizione della loro vita, nelle conversazioni come quelle che si facevano una volta. Così arrivo sulla piazza e trovo naturalmente parecchia gente e naturalmente mi avvicino perchè, ripeto, naturalmente saranno i volti conosciuti che, come ho già detto, eccetera eccetera. Ma....... quali volti conosciuti? Questi sono tutti sconosciuti. E, anche gli altri che vedo più avanti, non ne riconosco uno. Cerco di consolarmi: dopotutto non si puo' conoscere tutto il paese. Vado al circolo e anche qui tante facce, ma non ce n'è una che riconosco. Cammino per strada e quelli che incontro sono tutti visi anonimi di gente anonima. Vado per la strada che una volta era la mia strada, dove negli anni '50 si era ragazzi e si giocava a pallone, le donne sull'uscio chiacchieravano, gli asini tornati dalle campagne legati all'anello, zio Vituccio spremeva le ultime vinacce della giornata, dalla strada si sentiva il ferro che saltava girando sul macchinario. Questa è la mia strada. È impossibile che non riconosca nessuno. Ma adesso nella stessa strada non c'è anima viva. Un incredibile rumoroso silenzio pervade le case e la strada. Dalla casa che una volta era la mia casa, esce una donna che mi guarda incuriosita come si guarda un forestiero. Sono straniero in patria.

 Mario De Capraris

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