Sentirne parlare da Gino Magnisio mi ha fatto ricordare quando ci andavo anche io insieme ad altri, spinti da qualche insegnante che, si vede, voleva cercare di ricavare qualcosa da delle rape. Inutile aggiungere che, per come eravamo motivati, a tutto prestavamo attenzione fuorchè al misero libro che chiedevamo di leggere. Come è noto la biblioteca provinciale di Foggia, prima dell'attuale sede di viale Michelangelo, si trovava in piazza Venti Settembre, al palazzo Dogana. Al banco accettazione quattro o cinque impiegati non-udenti erano alle dipendenze di quello fra loro più sveglio, il quale di solito stava affaccendato a spiegare a cenni ai suoi scagnozzi in quale scaffale dovevano andare a prendere il libro richiesto. Ovviamente sia per il posto sia per via dei non-parlanti tutto avveniva in un silenzio come se vi fosse il morto in mezzo alla casa. L'impiegato faceva cenno allo studente di seguirlo perchè così poteva anche aiutarlo nella ricerca. Si attraversavano le varie stanze dagli scaffali colmi di libri. Presso ogni scaffale un impiegato in camice nero cercava. Dopo diverso tempo che ci andavo, ormai mi ero fatto il mio accompagnatore fisso, il quale, per essere diventato un vecchio conoscente, non si preoccupava di sbrigarsi nel cercare il libro ma prendeva tempo, e quando ero insieme, non so perchè, sentivo lui il mio infermiere e io il suo malato. Poiché per la confidenza che si era venuta a creare non si faceva scrupoli nel manifestare quello che pensava, aveva una particolare disponibilità nei miei confronti come se capisse e mi aiutasse nella mia malattia. Una volta trovato il libro, me lo porgeva con un'aria commiserevole come per dirmi: “Ma che ci trovi a leggere queste porcherie?” Il suo atteggiamento comprensivo pareva dirmi consolandomi: “Non ti preoccupare. Nessuno è perfetto.” Evidentemente era sua opinione che leggere rimbecillisce, perciò cercava di riportarmi sulla retta via, di distrarmi dalla fissazione, e, indicandomi qualche ragazza, mi faceva capire quali erano le cose sane a cui avrei dovuto dedicarmi. Una volta mi trascinò in giro per alcune stanze come se volesse far perdere le tracce e, arrivati in quello che doveva essere uno spogliatoio, tirò fuori da un armadietto una bottiglia di vino e, versandosi, offrì da bere anche a me. I suoi gesti insomma erano di tipo rieducativo. Cercava di riabilitarmi da una dipendenza che secondo lui era bene che venisse stroncata per tempo, altrimenti a lungo andare avrebbe potuto diventare tossica. Ne sapeva qualcosa lui che vedeva certi come si erano ridotti, a topi di biblioteca. E un po' la mentalità del rieducatore faceva riflettere, perchè, a pensarci bene, passare i giorni in biblioteca, leggere, forse era qualcosa da ricchi che non ci si poteva permettere. Forse era una perdita di tempo, mentre invece bisognava darsi da fare a imparare un mestiere. Veniva da chiedersi se poteva forse avere ragione il non-udente. Avrebbero potuto i libri rappresentare un'occasione in più per trovare lavoro? E quale mestiere era possibile imparare per potersi garantire un futuro? E soprattuto si faceva ancora in tempo a impararlo, o invece era troppo tardi? Interrogativi importanti, che però ognuno preferiva tralasciare perchè troppo impegnativi. Si preferiva più semplicemente non pensarci. Nella biblioteca la sala di lettura, per come era fatta, costituiva di per sé un tipico composto per gustare anche l'atmosfera che gravita attorno ai libri. I lunghi tavoli di legno massiccio erano provvisti di lumi, e le sedie, anch'esse di legno, erano larghe, rigide, coi lunghi braccioli, papali. Alla parete centrale libri, tanti libri. Sopra tutti noi che leggevamo, dominava la figura del guardiano. Un vecchio Caronte si manteneva a ridosso della parete. Stava in piedi, ma pareva che per reggersi fosse puntellato. Gli mancava solo uno scudiscio da usare sulle “anime prave”. Pensavo che quel vecchio ce lo avevano messo di proposito, perchè l'arredo antico non venisse guastato. L'antica finestra, coperta dalla grata di ferro, affacciava sul quartiere vecchio fatto di case basse e strade strette. Non vi arrivava nessun rumore di traffico. Solo ogni tanto si sentivano i passi di qualcuno. In tarda mattinata puntualmente si sentiva l'odore di sugo. Il nostro carceriere con gli occhi vigili sorvegliava e faceva osservare il silenzio mettendo a zittire il pur piccolo bisbiglio. Lo trovava impotente il grido irriverente dalla strada che distoglieva tutti dal libro: “Assunta, Assuntinaaaaaa.” Nello stanzone si respirava il legno e la muffa dei libri vecchi, delle pagine tarlate e le copertine nere. Dappertutto odore di vecchio, di stantìo, di cosa antica. La sedia era scomoda. Sempre a stare seduti ci si stancava. A un certo punto si aveva voglia di mettersi distesi, di curvarsi, di tirare calci.
Mario De Capraris