Artemisium News
17/02/2011
IL CONVENTO DI SAN CARLO
di Mario De Capraris
Se c'è un monumento di Sant'Agata che più ha suscitato interesse e immaginazione quando si era ragazzi, questo non puo' essere che il Convento di San Carlo. Ma ciò non è dovuto al fabbricato in se stesso, quanto piuttosto al fatto che si trovasse in un posto in cui, siccome vi si svolgevano delle attività particolari, riscuoteva un'attenzione che diversamente non avrebbe avuto. Infatti non fosse stato per le partite di calcio, nessuno se ne sarebbe ricordato. Ma bastava che qualche domenica ci fossero quattro scalmanati a tirare calci a un pallone, ed ecco che quel vecchio fabbricato veniva degnato di essere guardato, se non altro perchè si era costretti ad andarvi a fare i bisogni tra i suoi ruderi. E faceva una certa pena pensando alla bellezza che aveva dovuto avere ai tempi d'oro. Dal campo di San Carlo, in terra battuta, si sollevava un polverone a ogni movimento. Figuriamoci mentre si disputava la partita. I giocatori, che arrivavano dai paesi vicini ma anche da Foggia, si cambiavano per mettersi pantaloncini e maglietta sulla parte sinistra del convento, di fianco alla chiesa. Il sole che tramontava mandava una luce tagliente che spesso non si riusciva a capire se era stato goal o meno, anche perchè, mancando la rete tra i pali, era difficile comunque stabilirlo. E la partita era fatta più della discussione sul goal vero o presunto, piuttosto che del gioco vero e proprio. Al convento si andava dopo, a partita e a polemiche finite. Allora ci si metteva a girare attraverso gli anfratti di quello che rimaneva della struttura. Ricordo molto vagamente il chiostro con il pozzo. Forse c'era il portico con le arcate. Si riusciva a salire anche al piano di sopra, ma, tranne lo stato di abbandono, che cosa vi notassi di particolare non ricordo, né a ognuno di noi ragazzi si poneva il problema del perchè di quelle macerie non ci fosse nessuno che se ne occupasse. Il Convento di San Carlo era sempre stato così. Per quale ragione al mondo avrebbe dovuto cambiare aspetto? Tra le mura del primo piano, d'un tratto ci si trovava di fronte a una improvvisa voragine, a un'apertura sul muro da cui ci si sporgeva per guardare cosa ci fosse di sotto. Ci si muoveva con l'autorizzazione dello scempio cui non si era posto mano fino ad allora, con la consapevolezza che quel fabbricato più di come era sfracellato non poteva ridursi. Dopo la partita, le urla del tifo, la confusione, la scorribanda nel convento come voleva la prassi, nella piana di San Carlo tornava il silenzio. Il Convento, o meglio, quello che rimaneva di esso, ritrovava la sua pace e ridiventava anonimo e dimenticato. Affacciandosi a una delle pareti sventrate poi,  dopo che si era girato in lungo e largo attraverso i meandri delle rovine,  tutt'assieme, guardando verso il campo di San Carlo ci si accorgeva che si era rimasti soli, tutta la gente era andata via. E cominciava anche ad imbrunire. D'un tratto i ruderi prendevano le sembianze di un sinistro maniero.  Come fino a poco prima il posto era stato pieno di vita, di gente, di baraonda rumorosa, così adesso appariva inospitale e solitario.A mala pena si riusciva a pensare ai monaci come avevano fatto nel tempo passato ad abitare in quelle quattro mura, che immediatamente scappavamo a gambe levate verso il paese. Un'altra attività che veniva svolta nella piana adiacente al Convento era la mietitura. Il campo si poteva considerare l'aia più grande in assoluto. Vi avevano alzato i covoni più numerosi di tutte le altre aie. Quando la trebbia era in azione, era uno spettacolo imperdibile. Ricordo mattinate intere passate al fresco di una delle strade soprastanti a guardare il grande lavorio che avveniva giù al piano di San Carlo. Il rumore appena attutito dalla lontananza del trattore; il girare cadenzato dei meccanismi della trebbia; le figure che vi si muovevano instancabili sotto un sole implacabile. Coi giorni si poteva assistere al lento diminuire dei covoni e all'alzarsi delle “mete” di paglia. Infine si aveva ancora la possibilità di rivedere il Convento quando vi si recava per la fiera. Il campo, che solitamente era in terra battuta, questa volta, siccome si era appena finito di trebbiare, era ricoperto da uno strato di paglia, di cui, camminando tra le bancarelle, si sentiva l'odore. Tra i commercianti c'era quello classico che, il microfono legato alla gola, era impegnato a mostrare al pubblico la bontà dei piatti che, mentre venivano manomessi, facevano un fracasso assordante. Il Convento doveva stare da qualche parte, evidentemente oltre i banconi dei commercianti. Le innumerevoli e voluminose bancarelle dagli spaziosi teloni sembrava che non potessero lasciare spazio per altro, men che meno per un rudere che di fronte a quelle bancarelle spariva al punto che non si riusciva a vederlo. Ma girata l'ultima bancarella in fondo, in una esplosione di imprevista solennità, ecco che appariva il Convento a ristabilire le proporzioni, a ricordare i veri valori della vita, ad ergersi maestoso e imponente, padrone in un contesto che tendeva a renderlo marginale. Gigante malato e mai curato.
Mario De Capraris 
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