Artemisium News
28/01/2011
LE MASCHERE POVERE DI CARNEVALE
di Mario De Capraris

Quell'anno ci fu assegnata una nuova sede. Non si sa per quale motivo, ma quello era il nostro nuovo stanzone. Nuovo per modo di dire, perchè in realtà il fabbricato era vecchio, anzi vetusto. Sembrava che fosse stato alzato nella preistoria, le pietre dei muri senza malta, a secco. Non ci saremmo meravigliati se attraverso le pietre avesse fatto capolino qualche lucertola. Lo stanzone si trovava a “lu vùcchele chiatte”, un posto che era tutto un programma, nel senso che attraverso quel grosso buco della strada tra le case spiravano i venti più gelidi, imperavano le condizioni climatiche più esasperate. Se nel paese pioveva, a “lu vùcchele chiatte” diluviava. Se dalle altre parti nevicava, lì c'era la tormenta. Insomma per quell'anno scolastico dovemmo adeguarci. Frequentavamo la quarta elementare e assicurarono che la permanenza sarebbe stata solo per quell'anno. Ma il posto non era una novità per me che ci ero abituato. Infatti lì vicino ci abitava Gerardo, l'amico col quale passavo le giornate. Più o meno stavo sempre a casa sua, senza che per questo pesasse a lui, né tanto meno alla mia famiglia, come accadeva per molte famiglie che, talmente erano impegnate in campagna, figuriamoci se potevano pensare a dove passavano le giornate i figli. Gerardo viveva da solo e ci si faceva compagnia in quella casa scavata nella roccia. Poi un giorno piombarono così, all'improvviso, senza che avessero avvisato Gerardo dell'arrivo. Infatti lui rimase tutto trasecolato quando li vide entrare in casa che non sapeva se dimostrare la sua euforia o mettersi a piangere dalla commozione. Ma il cugino lo tolse dall'imbarazzo perchè si buttò ad abbracciarlo. Quando si staccarono, lo sguardo di noi due si posò sul vestito del cugino che, talmente era nuovo e tirato a lucido, che sembrava che un minuto prima era passato dal negozio a comprarlo e l'aveva indossato. Poi fu la volta della zia che ci abbracciò prima l'uno e poi l'altro. Portava delle scarpe stupende e un vestito smagliante che non portavano le nostre mamme. I suoi capelli erano pettinati come se non avesse fatto altro nella sua vita che pettinarsi, e soprattutto quando ci abbracciò aveva un profumo che toglieva il fiato. Il papà del cugino portava la camicia con la cravatta, e la faccia era tutta bianca. Non come le facce che conoscevamo, il viso cotto dal sole e la fronte bianca. Dissero che a Torino avevano lasciato la neve e erano contenti di aver trovato la giornata col sole. Siccome erano arrivati nel periodo di Carnevale, noi non vedevamo l'ora di far vedere agli ospiti come ci saremmo vestiti da maschere. Così al momento opportuno chiamammo a raccolta gli altri della banda di cui facevamo parte. Fu facile trovarli perchè stavano in strada intenti come al solito ad accapigliarsi e a darsele di santa ragione, per cui sembravano tanti gatti spelacchiati che si erano azzuffati e ancora soffiavano e mostravano la schiena inarcata. Quindi procedemmo a rivoltarci i vestiti, a pittarci sotto il naso con il nero del fondo della pentola, a calarci in testa qualche cappello trovato nell'armadio. Così, orgogliosi per esserci mascherati con il nuovo aspetto, ci presentammo al cugino sicuri che sarebbe rimasto a bocca aperta. In effetti quello rimase a bocca aperta, ma per la meraviglia di vedere delle maschere così povere, dove niente faceva pensare a una mascherata. “Tutto qui?” disse. Però acconsentì ad accompagnarci nel giro delle case, senza che però si mascherasse per niente. Quando fummo soli, gli chiesi perchè mai le nostre maschere secondo lui non erano delle vere maschere. Allora lui disse: “Ma come? Non le conosci le maschere? Non hai mai visto la televisione?” E la cosa finì lì. Ma ormai la curiosità era troppo forte. La sera volli andare insieme a mio padre al suo circolo, il circolo “degli operai”, dove avrei potuto vedere la televisione.  Appena entrati, una nuvola di fumo denso stagnava nella sala. Il fumo era simile ad una nebbia. Si poteva tagliare col coltello. Al centro un gosso tavolo, che copriva quasi tutto lo spazio, era coperto di tanti giornali. Lungo i muri laterali c'erano delle sedie fisse. Una moltitudine di uomini, tutti esclusivamente anziani e vestiti di nero, sedeva dappertutto. Verso l'interno si apriva una seconda sala con tanti tavolini rotondi dove gli uomini giocavano a carte. In fondo alla sala, in alto, in corrispondenza del limite della volta, un finestrino centimetri 20x20 dava l'illusione di portare via il fumo. Accanto alla finestrella, un televisore. Guardai le immagini che vi scorrevano aspettando le maschere di cui aveva parlato il cugino, ma per tutta la serata non ci fu l'ombra di una sola maschera. Apparivano solo delle persone che tra l'altro non parlavano nemmeno in dialetto, ma in un italiano incomprensibile. Mi chiesi a cosa servisse quella scatola con le immagini in bianco e nero e chi fosse mai quel raro spettatore che vi perdesse tempo a guardare. Infatti lì nel circolo non la guardava nessuno. Era come un soprammobile. Gli uomini nella sala o leggevano o chiacchieravano (c'era un brusìo continuo) o giocavano a carte.  Così tornai dal cugino di Gerardo e glielo chiesi. “Ma tu come ti vesti a carnevale?” E fu allora che tirò fuori dalla valigia la sua maschera, che era un vero vestito. L'aveva portata, ma, di fronte alle nostre maschere povere, si era vergognato di indossare la sua maschera ricca.  La diversità era che lui non si vestiva da maschera, ma usava un vestito completamente diverso. E il vestito che mostrò, a noi non destò né invidia né altro. Semplicemente sapevamo che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di comprare un vestito apposta per Carnevale. Non c'avremmo provato gusto. Il piacere invece consisteva nell'inventarsela, la maschera. Il vestito che indossavamo noi era frutto della fantasia, che veniva modificato anche nella serata stessa, mentre si girava per le case. Indossare un vestito senza che ci avessimo potuto mettere niente di nostro, non sarebbe stato divertente.

Mario De Capraris

 

 

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