Artemisium News
23/12/2010
MESSA DI MEZZANOTTE
di Rina Di Giorgio Cavaliere

Foggia, 23 dicembre 2010.

Si era nell’imminenza del Natale, giornali e manifesti pubblicitari reclamizzavano film, prodotti e regali. Anche le vetrine dei negozi più modesti scintillavano di lampadine; neve e aghi di pino sintetici facevano da cornice alla merce esposta, invitando a spendere.
Alle ore 7 di quel freddo mattino di dicembre, Sara, visibilmente contrariata per i disagi che avrebbe dovuto affrontare, con la troupe televisiva partiva da Roma per Bari sul furgone contenente i pacchi dono natalizi destinati a un orfanotrofio di Bijela e alle suore francescane di Cetinje. Giunti a Bari in tarda mattinata, dopo le pratiche doganali, venivano accolti con il resto della spedizione dalle autorità locali per imbarcarsi poi, nella serata, sulla nave diretta verso Bar (Antivari), ove giunsero il mattino successivo sotto una piaggia battente. La delegazione fu ricevuta dalle autorità religiose e dallo spedizioniere incaricato della custodia del materiale.
Sara, di solito, non amava guardare indietro e tantomeno guardarsi dentro. Già dopo i primi disagi, però, cominciò a chiedersi se quel viaggiare le avrebbe indicato non la rotta della felicità, ma le risposte al bisogno di interrogarsi, che avvertiva in quel periodo.
Nella piccola chiesa cattolica di Cetinje ascoltò con particolare religiosità la Santa Messa, poi tutti si recarono in visita alla famiglia di un bambino che nel mese di marzo era venuto in Italia per motivi di salute. L’ente d’assistenza, che l’aveva seguito in quel percorso, voleva fargli dono di uno zainetto e di altro materiale per la scuola.
La piccola casa era immersa in una zona campestre; le sembrava di camminare come gli alberi, con le braccia protese verso il cielo. I genitori del bambino, due persone semplici e generose, avevano preparato una tavola festosamente imbandita, in un angolo della stanza c’era un piccolo abete modestamente addobbato. Prima del pranzo, erano riusciti a comunicare un sentimento di attesa condivisa, perché desideravano dare un forte segno della loro gratitudine.
Trovò emozionante anche la visita al monastero di Ostrog, incastonato nella parete di roccia verticale di un’alta montagna, ove poterono rendere omaggio a San Basilio, il cui corpo è custodito in un reliquiario.  Infine l’appuntamento all’orfanotrofio di Bijela per consegnare ai bambini i pacchi dono loro destinati. I bambini restano le principali vittime della guerra e della povertà, pensò Sara, infatti, molti di loro erano rimasti orfani o vivevano in condizioni di estremo disagio. Spesso, proprio dove c’è l’abitudine agli stenti e al dolore, troviamo i valori più autentici del Natale!
Sapeva di avere poco tempo da trascorrere con i piccoli; alcuni nelle loro cullette, altri più grandicelli e intorno, oltre al personale, tanti volontari generosi. Tra quei bambini ritrovò quel sentimento, che rende autentico il Natale: una festa in cui, oltre al significato religioso, si cerca di rientrare in ciò che è più tipico di noi stessi e della nostra famiglia, e che la vita, con le sue necessità frenetiche, ci ha tolto o tende a farci dimenticare. Sara percepì la distanza che la separava dal Natale tipico della società consumistica, che aveva lasciato. Ripensò al Natale sentito come nostalgia dell’infanzia o di un tempo, che aveva qualcosa di magico e di fiabesco; simbolo di un’età perduta che avrebbe voluto rivivere.
Al rientro avrebbe scritto e raccontato con l’intento di cogliere e di mostrare agli occhi disincantati dell’uomo d’oggi ciò che aveva visto: le ragioni più profonde di una grande fede, della Natività più autenticamente vissuta, intesa come momento di riflessione e di pausa. Sulle sue labbra riaffiorarono i versi della poesia, che recitava da bambina, “Messa di mezzanotte” (Pietro Mastri):
«C’era un silenzio / come d’attesa / lungo la strada / che andava alla chiesa / e fredda l’aria / di notte, in quell’ombra / là solitaria. /
C’eran le stelle / nel cielo invernale; / e un verginale candore di neve, / ma rado e lieve. / C’era una siepe / nera e stecchita; / pareva fiorita / di biancospino. /
E mi teneva / - oh mio sogno lontano! - / mia madre per mano. / E nella tiepida / chiesa, che incanto! / Fra lumi e un denso / profumo d’incenso / e suono d’organo / e voci di canto, / ecco il presepe / con te, bambino».

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