Parlare di punizioni corporali nelle istituzioni scolastiche, oggi, ci fa sorridere e la mente va alle illustrazioni dei libri di storia, al tempo dei Romani, che raffiguravano allievi con i glutei scoperti che venivano regolarmente frustati dai propri precettori. Chi, come me, ha frequentato le elementari negli anni cinquanta, ricorderà certamente che alcune pratiche punitive erano piuttosto diffuse nelle scuole primarie del nostro paese. Le classi, allora molto numerose, erano tutte maschili o tutte femminili e certe scuole elementari avevano addirittura entrate distinte per uomini e per donne; proprio come si fa per i servizi igienici. Ogni anno mi toccava un nuovo maestro, sempre uomo e sempre più severo del precedente. In seconda ne avevo uno con un occhio di vetro che provava gusto nel punirci e me ne accorgevo regolarmente da come gli brillava l’occhio buono. Durante i compiti in classe camminava continuamente tra i banchi per sorvegliarci e quando era in prossimità della mia postazione, io smettevo addirittura di respirare e mi riprendevo solo a pericolo scampato. Vi chiederete perché avessi una tale paura? E’ presto detto. Se lui si accorgeva di un errore ortografico o di un calcolo sbagliato, aveva l’abitudine di far partire sonori ceffoni all’indirizzo del malcapitato. Allora si menava? Eccome! Ecco un elenco delle punizioni maggiormente in voga nelle classi di allora: se ti andava bene, ti mandavano dietro la lavagna, con la testa rivolta verso il muro; se ti andava male, ti mettevano le “orecchie d’asino”: due imbuti di carta che si applicavano sulle orecchie e ti facevano girare per le altre classi, come esempio negativo da non seguire; mentre tutti ridevano di te. Un ulteriore esempio di mortificazione che ci veniva inflitta era l’abitudine di far accomodare l’ultimo della classe nel “ciuccio banco”, ovvero, “ il banco degli asini”, un banco che veniva sistemato appositamente in fondo all’aula e comunque isolato da tutti gli altri. L’umiliazione davanti ai coetanei era la peggiore delle punizioni che ti poteva capitare e i bambini che a quell’età sono carogne, facevano presto a farlo sapere direttamente ai tuoi genitori. Altro metodo punitivo era quello di far inginocchiare il malcapitato su uno strato di ceci o fagioli secchi. Poi c’era l’abitudine delle “bacchettate” sulle mani o sui glutei, con verghe di salice fornite spesso dagli stessi alunni che, così facendo, pensavano di farla franca. Poteva capitare, dopo una tua negligenza, che il maestro dicesse: “Ora proviamo se la bacchetta che mi hai appena portato funziona a puntino” e ti toccava prestarti al rodaggio. La bacchetta era il simbolo di una scuola che praticava la punizione corporale come metodo educativo, la così detta terapia d’urto che: o ti risvegliava o finiva per rincoglionirti del tutto. Punizione più indolore era il ricopiare svariate volte una stessa pagina di quaderno; “repetita iuvant”, dicevano i latini. Questa massima ha una sua validità, se allo scolaro negligente gli fai prima capire dove ha commesso l’ errore; altrimenti capita come ad un certo Pasquale che si era firmato erroneamente Pasqulo e che dopo una ripetuta copiatura, portò al maestro diecine di pagine con la scritta Pasqulo, Pasqulo, Pasqulo! La famiglia era sempre solidale con la scuola e spesso era proprio questa che incitava il maestro all’uso di maniere sempre più forti, cosicché l’alunno non aveva vie di scampo. Mi sono sempre chiesto se avessero un effetto positivo su comportamento e rendimento scolastico degli allievi quei metodi così duramente punitivi o non accendessero piuttosto sentimenti di avversione per la scuola. Mi sono chiesto se una relazione di forte autorità non escludesse invece la possibilità di avvicinarci positivamente al sapere, come sostiene Houssaye. Comunque in anni in cui solo i più fortunati finivano le elementari, non ci si poneva troppe domande. Ci pensate a come è cambiato e s’è addirittura capovolto il rapporto fra insegnanti ed allievi dopo appena mezzo secolo? Oggi ci troviamo a combattere fenomeni dilaganti di bullismo scolastico quotidianamente ripresi su telefonini e sbattuti sul web come trofei. Una volta le nerbate del maestro erano solo l’acconto del resto che avresti ricevuto poi a casa. Oggi un insegnante si deve guardare bene dal riprenderti, perché potrebbe correre il rischio di essere schiaffeggiato da un suo allievo o addirittura accoltellato dal genitore di questi. Decennio che vai, usanze che trovi! Chi non ha mai ricevuto almeno uno scappellotto (mappulett), alzi la mano!
Buona vita!
maestrocastello.
P.S. A proposito, gradirei tanto sapere dalle ragazze dell’epoca se venivano punite come noi e quali erano le forme punitive nei loro confronti. Ve lo davano anche a voi qualche mappulett o vi tiravano solo le trecce?