Artemisium News
13/10/2010
IL FILO DELLA MEMORIA, NONNA ELEONORA ( NURECCHIA )
di Mario De Capraris
Nonna e nipote opera pittorica di Antonio Bergantino

Al termine di un anno scolastico a Foggia, mi fu concesso di trascorrere alcuni giorni da nonna Eleonora, a Sant’Agata. Ero al settimo cielo, perché avevo finalmente la possibilità di stare al paese e di rivedere qualche vecchio amico. Nonna abitava nella zona alta, sotto il Castello in via Barbarito, un posto con strade strette e tanti tetti –  più tetti che case – tetti ad altezza d’uomo (del tipo di quelli dove si andavano a buttare i denti da bambini dicendo la filastrocca “Tìttele tìttele, tè lu tuorte, damme lu dritte…”), quelli delle case sottostanti, quelli lontani: ovunque guardavi trovavi tetti. Bastava che uscivi sulla loggetta, appena fuori della porta, e si apriva il panorama dei tetti, o almeno così ricordo. A me piaceva guardare i tetti. Mi davano l’idea di un villaggio fatto di quei tetti che vedevo, dominati dal campanile che doveva essere quello di San Nicola. Nella casa di nonna, attraverso una porta nel muro largo più di un metro, si andava nell’altra casa, composta da una sola camera, che era la casa di zio, dove c’era il letto e l’armadio. Qui non c’era mai nessuno perché lo zio e la famiglia vivevano in campagna. Riconoscevo l’odore di stantìo. Sul comodino capovolgevi la palla con San Gerardo e si faceva la neve.   Nonna però non dialogava, né faceva mai una carezza a me che ero nipote, come d’altronde anche agli altri nipoti, così come era il comportamento di tutti, privo di tenerezze e di esternazioni d’affetto. Secondo una mentalità diffusa si tendeva a tenere fuori i ragazzi dai ragionamenti, per cui in genere c’era questa specie di incomunicabilità. Tuttavia  notavo che invece nonna comunicava abbastanza col gatto di casa, sebbene tra loro due ci fosse un pessimo rapporto.  Il gatto, secondo lei, faceva ogni tanto qualche marachella, allora lei andava su tutte le furie e saltando gridava “sicce rra”. Il gatto capiva la mala parata e spariva. Poco dopo tornava  con un’aria così strafottente, a dire di nonna, che lei andava ancor di più in escandescenze.  Ed era sempre così: la giornata passava che all’improvviso nonna partiva in quarta. Non facevi in tempo a pensare a qualcos’altro che subito il gatto veniva colto in flagrante e di conseguenza sgridato.   La notte era tutto un miagolare. Sul tetto di fronte si riuniva regolarmente una comitiva di gatti e, finchè si limitavano a fare il gorgheggio melodioso, poco male, era pure sopportabile, ma tutt’assieme facevano delle urla così sgraziate che sembrava che li stessero scannando; contemporaneamente saltavano in strada e, rifugiandosi in casa per il buco della porta, attraversavano velocemente nell’interno, anche schizzando sul letto, tanto che occorreva coprirsi alla meglio per evitare di essere graffiati. Poi tornava la calma, ma la domanda uno se la faceva comunque: a chi era venuta la felice idea di fare il buco nella porta? Nonna, che cosa facesse tutto il giorno, non saprei dirlo, ma so che ogni tanto aveva bisogno di andare in strada a parlare con la vicina di casa o a intrattenersi con qualcuno che passava.  Si puo’ dire che la strada era il suo salotto. Un salotto che non difettava mai di conversazione. Però nonna in passato aveva lavorato in campagna e, come sentivo da quello che dicevano i figli, essendo morto il marito, aveva sgobbato abbastanza per portare avanti i lavori. Era noto come, nella masseria in quel di Contillo, desse la sveglia ai figli ancor prima dell’alba.  Adesso però lei non lavava, non stirava, non puliva, non toglieva la polvere, non cucinava. Cosa mangiassimo, nemmeno saprei dirlo. Insomma venendole a mancare il lavoro agricolo, non l’aveva sostituito con le faccende che occorrono in una casa. Perciò era come se continuasse a vivere in campagna. Tra l’altro non faceva nemmeno la spesa, coerentemente al costume contadino secondo cui i generi di prima necessità si reperivano facilmente in campagna e perciò non si aveva bisogno di nessun negozio. Infatti non circolavano soldi, sia perché ce n’erano pochi e sia perché non esisteva il consumismo. Insomma era un modo di vivere spartano, ma del tutto naturale, senza che per questo ci si sentisse poveri. C’erano solo pochi bisogni. Lei vestiva sempre di nero, la veste larga fino a terra. Per acconciarsi i capelli, ogni tanto faceva venire la “capera” che le scioglieva la treccia e le pettinava la chioma per tutta la lunghezza dei due o tre metri. E tutto il lavoro della parrucchiera consisteva in quello: pettinare. La pettinatura svolgeva la funzione di pulizia. Una pulitura a secco. Finché lo dissi:

   “Nonna, perché non ti fai lo shampoo?”

   Al che mi guardarono, lei e la capera, e senza rispondermi tornarono alla loro occupazione. Capii che dovevo aver detto una diavoleria di città.  Stando a casa di nonna mi resi conto che il bagno era un problema, o meglio, la mancanza del bagno. Sì, c’era uno spazio ricavato nel muro, ma mancava tutto. Mancava lo sciacquone, non c’era un asciugamano, un lavabo, la vasca, uno specchio, un sapone, un dentifricio. Si doveva riempire la bacinella d’acqua in cucina, attraversare lo stanzone con la bacinella in mano e andare a scaricarla nella tazza. Una volta glielo dissi, a nonna:

   “Nonna, perché nel gabinetto non hai la vasca?”

   “La vasca?” cascò lei dalle nuvole.

   “Sì, la vasca per fare il bagno” dissi io.

   “A casa tua fai il bagno?” ribatté lei, sorpresa.

   “Sì. E tu, nonna, l’hai mai fatto il bagno?”

   “Eh. Eccome. Sapessi quante volte in mezzo ai campi, sotto l’acqua quando pioveva.”

   “Il bagno sotto la pioggia? E che bagno è?” facevo io meravigliato.

   “Se non era bagno quello. L’acqua ti entrava fino alle ossa” diceva nonna e, scuotendo la testa rassegnata, con l’atteggiamento di chi non riesce a capire l’umanità che si crea i bisogni più impensabili, aggiungeva schifata:

   “La vasca……..   Chissà dove andremo a finire.” 

   A metà agosto nel paese si celebrarono le feste. Sul palco nella piazza principale la sera si tennero i concerti con le arie delle opere più famose.  Io andavo in giro coi compagni e intanto facevo il raffronto con la città, e tutt’assieme mi sembrava come se  tutto in città fosse più interessante. Prima ancora che la festa finisse me ne tornavo solo verso casa attraverso strade larghe mezzo metro alternate a piazzette  che si aprivano spaziose sotto il cielo stellato. A tratti il vento mi portava le note del concerto insieme all’odore misto di quercia e di olmo che veniva dalla vicina campagna.  Entravo in casa adagio, cercando di non disturbare la nonna, ma mi rendevo conto che le mie accortezze erano superflue, visto che, di fronte al fracasso dell’orologio a pendolo, nonna, tranquilla, russava rumorosamente.   Venne il momento di andare via e nonna venne insieme a me al pulman per salutarmi.   “Sei contento che torni in città?” disse.E la sua era più una constatazione che una domanda. Si era accorta che mi si era spento l’entusiasmo. Volevo dire che non era colpa mia. Non l’avevo chiesto io di andare via. Cercai di rifarmi invitandola:

   “Vuoi venire a stare a casa mia?”

   Figuriamoci. Lo dicevo a lei che era solita ripetere: “Chèsa mia, uèsce mije, ogne candòne……..”

   Infatti, inorridita, come se le avessi proposto di seguirmi all’inferno, esclamò:

   “Che cosa? Mi vuoi portare in prigione?”

   E per un momento mi sentii tornare a come ero prima, lo stesso spirito, la stessa determinazione, la stessa avversione per la città. Quella fermezza la rivedevo in me alcuni anni prima, quando le prime volte veniva prospettata l’idea di dover andare via, e noi ragazzi eravamo risoluti a non partire.   Ora guardavo nonna e la capivo. Non riusciva a immaginarsi in un appartamento: la porta chiusa, le pantofole ai piedi, la mancanza del salotto, cioè della strada, con il rischio di farsi lo shampoo, e, malauguratamente, non si sa mai,  doversi fare anche il bagno nella vasca. No, troppo complicato. Per qualcuno nemmeno il paese  rappresentava la vera libertà. Addirittura la masseria in campagna era il posto preferito. Avevo zii che per schiodarli dalle campagne………… Il giorno di ricorrenza annuale della festa venivano su al paese, mettevano il vestito buono, uscivano un poco, gironzolavano per casa, ma erano come delle anime in pena, stavano sulle spine, non riuscivano a stare senza far niente, insomma non vedevano l’ora di tornarsene in campagna. Solo lì trovavano la loro libertà. 

Mario De Capraris


Altre Foto:
Nonna che va in campagna opera pittorica di Antonio Bergantino
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