Artemisium News
04/10/2010
SANT'AGATA: LA CAMPAGNA DEGLI ANNI CINQUAMTA, LA VIGNA
di Mario De Capraris

Nella vigna ci andavo nel mese di agosto per aiutare mio padre a spargere il verderame (la “prètaturchina”). Dalla nostra residenza estiva di San Pietro andavamo con l’asina alle Cesine, dove si trovava la vigna. Attraversavamo il  bosco e poi prendevamo la strada per il nostro ettaro di vigneto. In quella zona erano tutti vigneti e frutteti. Nella vigna c’erano i fichi, il gelso, l’amareno, il ciliegio, persino l’uva spina. La prima cosa che mangiavamo, appena arrivati, erano “re vvelòmmera”, cioè il primo frutto del fico, ogni pezzo mezzo chilo. Poi mio padre si metteva ad armeggiare giù in fondo al canneto, dove, finito il terreno in pendio, c’era uno striminzito rivolo d’acqua  che scorreva. Lui raccoglieva l’acqua in una tinozza e, una volta piena, ci versava l’anticrittogamico. Dopo di che si metteva la pompa sulle spalle e cominciava ad innaffiare (a “pumbiè”).  Il mio compito era quello di andare a fargli la ricarica di verderame  nella pompa, ma succedeva pure che una parte di liquido a volte gli scorreva direttamente sulle spalle. I tralci delle viti erano avviluppati intorno alle canne disposte a “x”. La nuvoletta di goccioline, che usciva dall’asta, era chiara, ma il liquido colava verdastro dai pampini. I grappoli pendevano pesanti sotto il rigoglioso fogliame; molti toccavano quasi il terreno. Anche se era ancora agosto, i primi acini si andavano già colorando di rosso.   Tornavo giù al rivolo d’acqua  per giocarci un po’, mentre si sentivano i colpi intervallati dello stantuffo della pompa. Non c’era anima viva nei dintorni. Oltre la fitta vegetazione si intravedeva il tetto rosso della masseria di un podere vicino. Il sole d’agosto passava a tratti attraverso i rami degli alberi. Poi un canto solitario risuonava da chissà quale sprofondo: “Si è spento il sole e chi l’ha spento sei tu…” Veramente, il sole spaccava le pietre. Me ne accorgevo quando uscivo dal canneto per fare le ricariche.   E dopo del canto arrivava puntuale il raglio di un asino da qualche posto non molto lontano, ma impossibile a vedersi per via delle piante. Era un raglio stanco e lento che non finiva mai, di una noia immane, che aveva un suo fascino perché era un suono amico e perché era l’unica voce, oltre al canto, che si diffondeva nella solitudine della valle.   Un canarino selvatico veniva a fare il suo verso melodioso. Quando arrivava il vento, il fruscìo del canneto lasciava incantati. Era fantastico avere la sicurezza di quale fosse il proprio ambiente La vigna era il mio liquido naturale. Mi sentivo realizzato come si puo’ sentire un rospo nello stagno. In quella vegetazione le cicale non conoscevano soste per tutto il santo giorno.   La sera che tornavamo verso casa, incrociavamo il compare Pasquale, che mio padre non tanto sopportava perché, diceva, quando parlava non era serio, le sparava troppo grosse.   Il compare sulle prime si manteneva sull’ovvio:   “Ti sei portato il ragazzo, eh?”   “Almène pe purtarme na veppeta d’acqua” diceva mio padre.   “Senti” continuava quello “mica vuoi fargli fare lo stesso mestiere nostro?”   E, dal tono con cui lo diceva, sembrava che lui e mio padre facevano i ladri.   “Lui che cosa vuole fare? Senti” diceva senza aspettare risposta ma rivolgendosi tutt’assieme a me che ero dietro mio padre, seduto in groppa all’asina, perso nella beatitudine che mi provocava la vigna   “tu che vuoi fare da grande?”   Bruscamente riportato alla realtà, io pensavo pensavo, ma non mi veniva in mente niente, perché era un problema che non mi ero mai posto, che non si era mai affacciato alla mente, e adesso, così, senza preavviso – non ero preparato - c’era uno che, chissà perché, gli interessava ‘sto fatto, che, se vogliamo, era semmai  qualcosa di personale.  Allora quello, scandalizzato davanti alla mia scena muta, come se avessi commesso chissà quale delitto, vestito d’autorità:   “Non sai ancora che cosa farai da grande? Si deve sapere quale sarà il mestiere. Quello, in città ai bambini si dice il mestiere come nascono. Stanno freschi se si fanno grandi e non sanno ancora cosa fare. In città, nasce un bambino al secondo. E che fanno? Aspettano che quello decide col tempo?  No. Tu non so a cosa pensi tutto il giorno, ma su questo fatto così importante devi parlare una buona volta. No no. Non vai proprio bene.”   E mentre diceva no, agitava il dito.   Pensavo ai bambini della città, che, appena nati, la levatrice li passa di mano e, mentre li passa,  ne grida nome e mestiere: Giovanni, imbianchino. Antonio, idraulico. Andrea, muratore. E poi, possibile che in città viene al mondo un bambino al secondo? E che è? Una città cinese?   Quasi offeso che non sapevo ancora quale sarebbe stato il mio mestiere, il compare salutava e proseguiva la strada col suo asino.   Io, che ero rimasto trasecolato dall’intervento, davanti alle questioni importanti, davanti al lavoro del mio futuro che non avevo ancora preso in considerazione, mi sentii così puerile che dormivo sugli allori lì nella vigna. Ancora infantile, mi crogiolavo stupidamente tra il canarino selvatico, il fruscìo del canneto, il raglio dell’asino, le cicale. Altro che un rospo nello stagno. Uno stronzo nello stagno, piuttosto.   Però poi a casa, pensandoci bene - d’accordo che non mi ero posto mai la domanda su che mestiere avrei fatto -  ma non avevo sollevato la questione perché mi sembrava ovvio quello che avrei fatto, cioè quello che avevo visto sempre fare: i lavori di campagna. Che poi il compare scandalizzato voleva per forza parlare di mestiere….  A dire la verità, fare il contadino per me non era nemmeno un mestiere, era semplicemente la mia vocazione naturale. Chi mai si sarebbe sognato di porsi la domanda: “Cosa farò da grande?” dal momento che si era cominciato da sempre il lavoro che facevano in famiglia? Perché? il loro non era lavoro?   Questo logicamente lo pensai in seguito e perciò non ebbi modo di dirlo al compare, così interessato al mio futuro. Ma forse fu meglio così, perché, se avessi dichiarato che avrei voluto fare il contadino, sarebbe stato come bestemmiare, e mio padre me le avrebbe suonate di santa ragione. Infatti a lui non glielo dissi mai.   Era fin troppo evidente che i vecchi non volevano che noi ragazzi si facesse il loro mestiere. Era tassativo non imparare. Sì, si poteva guardare quando innestavano, quando potavano, ma era vietato fare domande. Ne sapevamo tutti qualcosa, quando eravamo presi a schiaffi seduta stante. Spesso ci allontanavano con un pretesto. Il loro impegno, assurdo e tragico allo stesso tempo, era non insegnare, non insegnare. Come se apprendere potesse diventare una droga da cui sarebbe stato impossibile uscirne. Non insegnare per costringere le nuove leve a non rimanere. Non insegnare per non far mettere radici. Scegliere di portarsi nella tomba le proprie conoscenze. Per partito preso non lasciarle ai propri eredi. Non l’ho mai capito. 

Mario De Capraris

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