Artemisium News
04/10/2010
PARLANDO DI INTERCULTURA
di Rina Di Giorgio Cavaliere

Il recente fenomeno dell’immigrazione e il relativo problema legato alle politiche d’integrazione degli stranieri ci costringono a disporre percorsi, che ne favoriscano l’integrazione; una specie di bussola che ci permetta di orientare concretamente gli interventi e superare quella sensazione d’inadeguatezza, che spesso ci coglie di fronte a queste nuove emergenze. La vicenda dei campi nomadi di Bordeaux, unita all’annuncio del Ministero dell’Immigrazione del rimpatrio per alcune centinaia di Rom tramite ben tre voli charter in dieci giorni, sembra rinnovare certi attriti tra alcuni paesi europei, come la Francia e il governo romeno. Riguardo ai Rom presenti in Francia, l’esecutivo di Bucarest, per voce del proprio ministro degli Esteri Baconschi, si è detto preoccupato circa il rischio di “slittamenti populisti” o “reazioni xenofobe”. Anche nell'opinione di molti Italiani, i Rom costituiscono l'archetipo degli immigrati indesiderati. Questo sentimento ha raggiunto il culmine con l'arrivo di circa diecimila profughi Rom kosovari, giunti in Italia nell'estate del 1999, dopo la "pulizia etnica" commessa a loro danno dagli Albanesi kosovari, la fine dei bombardamenti NATO e delle azioni militari jugoslave in quella Provincia.
      Non vi sono stime attendibili sul numero dei Rom in Italia. Un calcolo ufficiale pone il loro numero a 130.000, ma il metodo usato per questo calcolo non è noto all'ERRC (European Roma Rights Centre). Alcune organizzazioni non-governative italiane stimano un numero dei Rom cittadini italiani oscillante tra 60.000 e 90.000, e un numero di Rom nati all'estero (o nati in Italia da genitori immigrati) tra i 45.000 e i 70.000, soprattutto persone provenienti dall'Est europeo.
      Conoscere un popolo significa capirlo; i Rom sono poco conosciuti, poco amati e ancor meno rispettati. In Europa sono presenti oltre otto milioni di nomadi divisi, a grandi linee, in diverse etnie: Rom, Sinti, Gitani spagnoli, Rom francesi, quelli di recentissima immigrazione proveniente dall’ex Jugoslavia. Circa il 50% della popolazione zingara europea è sotto i sedici anni: “è un popolo di bambini”, come affermò il compianto Don Luigi Di Liegro. Ciò è dovuto sia al gran numero di nascite sia al fatto che spesso gli ultra sessantacinquenni tornano a morire nelle loro terra d’origine. Numerosi, dunque, sono quelli interessati in Europa all’obbligo scolastico e, forse, proprio la scolarizzazione rappresenta un efficace strumento per la loro integrazione. L’esito di tale accezione del termine è costituito da tutte quelle iniziative che fanno capo alla intercultura, la quale ha una forte valenza educativa e formativa, in quanto fa si che emerga e venga riconosciuto il valore della diversità. Orientarsi in una società multiculturale significa riconoscerne la complessità: venire a contatto con altre culture, essere disponibile all’incontro, acquisire conoscenze sui fatti e i valori degli altri. L’esigenza di attuare percorsi specificamente integrativi non può essere esclusivo appannaggio di un gruppo di volenterosi, di solito quelli maggiormente toccati dal problema, ma deve essere ampiamente condivisa da tutti. A tal proposito ricordo il convegno di studi internazionale, nel novembre del 2001, dal titolo: “Dall’educabilità all’educazione umanistica interculturale”, organizzato dal Centro Studi Interculturale, diretto dal Prof. Agostino Portera, Dipartimento di Scienze dell’Educazione -Università di Verona. Al centro dei lavori furono poste le sfide della globalizzazione e della complessità, tenendo soprattutto conto della situazione dopo i drammatici eventi di Manhattan quando, assieme alle torri gemelle, crollarono anche molte certezze delle società industrializzate.
       Accanto all’insorgere di sentimenti di rabbia, paura, odio e alle crescenti richieste di giustizia o persino di vendetta, si registrò un costante aumento di fondamentalismo e si prefigurarono inedite stagioni di conflitti, convogliati verso sconosciuti scenari di violenza e di guerra. Non si trattava più di difendere l’una o l’atra norma di pensiero, di convivenza o di mercato finanziario, ma erano le fondamenta stesse delle società civili a entrare in crisi. Movendo dalla convinzione che molti dei più preoccupanti e gravi problemi attuali potrebbero essere alleviati, se sapessimo come educare giovani e adulti alle sfide del XXI secolo, lo scopo precipuo del convegno fu di riflettere sulle risposte più idonee che la pedagogia interculturale può fornire. Questa negli anni ha fortemente influenzato le politiche delle istituzioni educative europee e le legislazioni scolastiche di molti stati, fra cui l’Italia. Auguriamoci che il cammino dell’umanità superi le incertezze e i disorientamenti attuali, che spingono gli esseri umani a erigere o esasperare barriere religiose, culturali e sociali o accettare tutto e tutti in maniera acritica e indiscriminata e proceda con determinatezza verso un giusto obiettivo comune e condiviso.

di Rina Di Giorgio Cavaliere

 

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