LA CAMPAGNA DEGLI ANNI CINQUANTA
Per chi è andato via, spesso i ricordi, oltre che al paese natìo, sono legati anche ad altri luoghi, per esempio alla campagna, dove, da ragazzi, vi si è trascorso molto tempo. La campagna si puo’ dire che era un altro mondo, un’altra civiltà, con tutta una serie di vocaboli particolari, anche se ogni famiglia viveva nel suo podere e i momenti di socialità erano pochi, e si limitavano alla mietitura e alla trebbiatura.
“SAN PIETRO URSITANO”
Vi raccontO quando, a fine anni Cinquanta – inizi anni Sessanta - a Santu Pietro, vicino “re Jummarerre”, passavo l’estate in pochi ettari di terreno e la masseria. Questo terreno era coltivato ad uliveto e a grano, “lu Strampelle”. Il 1° giugno, finita la scuola, noi ragazzi si andava in campagna, dove saremmo stati ininterrottamente fino alla fine di settembre quando avremmo fatto ritorno al paese. Quella campagna, insieme al paese, ha rappresentato l’imprinting, il richiamo della foresta, l’ambiente che avrebbe fatto la differenza con gli altri ambienti cittadini in cui si sarebbe vissuto. Da lì nelle notti estive si vedeva Sant’Agata con le luci accese; e il paese illuminato, che appariva così vicino, era di grande compagnia in quello che allora era un remoto angolo di campagna. La notte il grano rischiarato dalla luna si curvava mosso dal vento. Si acchiappavano le lucciole e, chissà perché, si schiacciavano sulla fronte. Gli alberi che stavano allora nelle campagne! In una notte di vento si sentivano frusciare incessantemente. Alle volte, mentre si dormiva, si veniva svegliati dal verso dell’astore, il rapace notturno. Il tetto della masseria era fatto di tavole di legno perché in tempi remoti - come raccontavano - c’era stato un fulmine che aveva distrutto quello originario, e nel rifarlo avevano usato il legno. Quei terreni, di San Pietro Ursitano, originariamente erano tutti coltivati a vite. Poi i vitigni erano stati rimossi e si coltivava soltanto grano.
LA MIETITURA
Che il grano fosse l’elemento fondamentale dell’ambiente circostante, si capiva subito. Infatti, giunti sul posto, mentre dalla strada ci si immetteva nel podere, si camminava in mezzo al grano alto. Le spighe piene e nere erano curve sul viottolo. Si sentiva la pressione. Quel grano era lì che chiedeva il suo tributo di fatica, di sudore, di trapazzo. Finché poi si mieteva. Si impiegavano i mietitori che arrivavano dai paesi dell’entroterra campano, Bisaccia, Scampitella, Trevico, Vallata, e si cominciava a mietere ancor prima dell’alba. Alle otto di mattina si faceva colazione in un unico piatto di cipolle e pomodori. E il grosso del lavoro era già stato fatto. Il grano tagliato si raccoglieva in fasci, “re ggregne”, che poi formavano “l’asierre”, cioè i cumuli di fasci di grano.
IL TRASPORTO DEI FASCI DI GRANO
La mietitura era un lavoraccio. E un lavoraccio non indifferente era anche quando si trasportavano i fasci sull’asina per la masseria di Petrone, dove sarebbe arrivata la trebbia. L’asina, sopra la “varda”, il basto, portava due contenitori fatti di assi di legno – non vorrei sbagliarmi, ma penso che si chiamassero “li ‘ngegne” – che erano simili a una grossa imbracatura, da un lato e dall’altro, del basto, in cui si caricavano i fasci di grano. L’aia della trebbia si trovava in una posizione più alta rispetto al nostro terreno, e perciò era necessario, proprio quando si andava carichi, affrontare la salita. Quest’aia apparteneva a un gruppo di masserie. Qui ci vivevano i mezzadri, i quali avevano i muli, che erano la cilindrata superiore, rispetto all’asina dei piccoli proprietari. La nostra asina tante volte faceva avanti e indietro – sovraccaricata in salita e priva di pesi e leggera in discesa – che alla fine nell’aia si riusciva ad alzare il nostro covone, sebbene piccolo e sbilenco, rispetto agli altri enormi e mastodontici dei grossi coltivatori, li “cambieri”. L’itinerario che portava dal nostro terreno all’aia della trebbia consisteva nell’attraversare il terreno de “lu pastore”, con annesso casone con le pecore. Poi si attraversava il bosco e qui a un certo punto ci si inerpicava per una salita dove pareva che l’asina da un momento all’altro dovesse andarsene all’indietro e si dovesse trascinare a valle anche chi la seguiva, attaccato alla sua coda. Il tutto nel caldo e nel sudore che se ti capitava una “puca” (cioè una spina della spiga del grano) erano fastidi, come d’altronde era anche fastidiosa la “josca” della trebbiatura, cioè la polvere della paglia. All’asina, tale il sudore che le scorreva, che si poteva raccogliere in un secchio.
(continua)
Mario De Capraris