Lettera aperta a Mario De Capraris
Caro Mario,
probabilmente non ci conosciamo di persona, ma “oso” darti del tu perché siamo “paesani” e forse anche coetanei e anche per facilitare la comunicazione.Ho letto e riletto le tue riflessioni sulla partenza ed ho anche tentato di darmi e di darti una risposta.Tu scrivi:” Alle volte non capivo perché i vecchi si ostinavano a ripetermi che un giorno sarei andato via, avrei dimenticato loro, il paese e i luoghi dove ero nato. Non capivo perché ci si dovesse allontanare dalle campagne, dove c’era tanto da lavorare che non c’erano braccia abbastanza, dove c’era tanta gente, tanti bambini, i campi pieni di mietitori, le aie zeppe di covoni, le masserie brulicanti di campagnoli quando arrivava la trebbia, la festa della trebbiatura, i sacchi di grano accatastati, i camion che venivano a caricarli”.Quelle frasi che tu hai sentito dirti le abbiamo sentite tutti noi emigrati da Sant’Agata nutrendo tante speranze che in parte abbiamo anche realizzato. Naturalmente parlo soprattutto per me stesso, ma se mi guardo intorno posso contare molte persone che si sono realizzate ed occupano o hanno occupato Posti di tutto rilievo nella società italiana e qualcuno si è anche affermato a livello internazionale. I vecchi che si ostinavano a ripeterti che un giorno saresti partito per non tornare più te lo dicevano a ragion veduta e con un pizzico di “invidia”.Molti di essi se non tutti erano usciti da Sant’Agata per il servizio militare ed avevano visto un po’ di Mondo; avevano assaporato un altro modo di vivere; avrebbero anche fatto una scelta, ma era irrealizzabile perché essi erano obbligati a tornare non essendo attrezzati per affrontare la città sia culturalmente sia professionalmente.Data la loro esperienza, essi si erano persuasi che la partenza da Sant’Agata preveda solamente il biglietto di andata dal momento che la città avrebbe sicuramente “fagocitato” i provinciali che la sfidavano.Non erano attrezzati culturalmente per capire che un provinciale può anche “conquistare” la città Anche se gli esempi di santagatesi affermatisi oltre il muro della folgia non sono mai mancati.E comunque in quel “non tornerai” più che ad un ritorno fisico essi pensavano sicuramente ad un Ritorno “culturale”: Ed in questo senso avevano ragione. In molti giovani e meno giovani che abitano a Sant’Agata attualmente è rimasto ancora vivo questo status della “diversità” e della “non appartenenza” che viene regolarmente attribuito a chi per mille motivi ha dovuto comprare un biglietto di sola andata. Altro che globalizzazione. Questo modo di ragionare lo comprendo e lo giustifico per la generazione che ha vissuto la seconda Guerra mondiale, ma mi fa un certo effetto vedere crescere molti ragazzi santagatesi con una visione ristretta negli angusti confini di una realtà paesana.Nulla di offensivo, per carità. Anzi. Per un certo aspetto una puntina di invidia perché il clima meteorologico a Sant’Agata in estate è bello, ma come si fa a vivere adolescenza e gioventù senza Sognare leggendo e acculturandosi per realizzare sé stessi anche affrontando la città?Mario, torna a Sant’Agata, ma preparati. La troverai cambiata e per certi aspetti non in meglio.Raccontaci, se vuoi, la tua esperienza sperando che anche qualcuno dei ragazzi di Sant’Agata ti legga.
Auguri per la vita.
Carmine Granato