I ragazzi sono molto “affezionati” al loro banco o alla loro stanza, di cui si considerano padroni. Brontolano, infatti, contro qualsiasi sostituzione e rivendicano, spesso con modi scarsamente educati, il diritto di rimproverare il compagno intruso, il genitore o i fratelli. Il loro atteggiamento, che correggiamo sovente, è la manifestazione di una tendenza naturale propria di molte specie, compresa quella umana. Il nostro compito è di guidarli a riflettere su tali comportamenti, sul motivo per il quale hanno scelto un determinato posto a scuola o un certo angolo di gioco, cui accedono solo gli “addetti ai lavori”. Il comportamento territoriale è proprio dell’animale, che compie azioni al fine di impedire a esseri della sua stessa specie di penetrare in una certa zona. Eliot Howard parlò per primo di territorialità, che spinge in natura un individuo a conquistare il proprio spazio vitale, riferendosi al canto di alcuni uccelli in primavera.
Quando parliamo di territorio con i ragazzi, dobbiamo paragonare costantemente il comportamento animale con quello umano, perché la territorialità esiste anche nella specie umana e varia secondo il luogo; ad esempio in campagna la casa occupa più spazio, compreso quello verde, che non l’appartamento cittadino in un grosso condominio. Le dispute tra condomini, tra automobilisti, oppure tra proprietari di terreni confinanti, ricordano da vicino gli animali, ma con una differenza a svantaggio dell’uomo, che spesso insegue il rivale fino a ucciderlo.
La competizione è un meccanismo di regolazione biologica, che agisce sulla distribuzione geografica delle specie animali. Gli animali lottano tra loro e il confronto con le zuffe “tra amici”, che avvengono a scuola, nelle strade, in ambienti ricreativi dev’essere fonte di conversazione in classe. Gli animali, se costretti alla lotta, non si colpiscono nei punti più deboli, infatti, seguono un rituale preciso, non si raggiunge la morte dell’avversario; quando questo si arrende, non è perseguitato.
In tempi molto remoti anche l’uomo era ligio alle stesse regole; ricordiamo alcuni gesti compiuti dai guerrieri nei poemi omerici, per implorare pietà al vincitore. Lo sviluppo della civiltà umana ha attutito queste tendenze naturali, che permangono solo in alcune tribù africane. L’aggressività, la xenofobia, il razzismo, esasperati da conflitti diversi, anche mediatici, spesso conducono l’uomo a combattere il proprio nemico perfino a distanza.
Il nostro limite maggiore, forse, risiede proprio nel non accettare la possibilità del male; la consapevolezza del male dovrebbe angosciare in primis gli educatori, genitori compresi, per insegnare anche in famiglia a chiedere scusa, ad assumersi le responsabilità del proprio comportamento, che influisce sempre sugli altri e, non ultimo, a perdonare! Il male non sembra razionale, non può essere sempre spiegato, perciò preferiamo identificarlo come una malattia; mentre ci sono costantemente illustrate su infiniti palcoscenici mediatici le tante forme di ferocia, che si traducono in omicidi, rapine, violenze, menzogne . . .
Educare è da sempre la grande sfida, che occupa l’uomo nella sua globalità; l’uomo antico vedeva nell’educazione il supporto con cui la natura umana poteva essere aiutata a inclinarsi verso il bene, perché la possibilità del male era data per scontata, quanto l’inevitabilità dell’educazione. La nostra contemporaneità, al contrario, che sottilmente distingue fra almeno cinque stadi dell’età evolutiva e discrimina almeno tre fasi di adolescenza, confonde poi senza problemi, sul piano della riflessione pedagogica e della prassi educativa, l’adulto con il bambino, gli attribuisce l’autonomia del volere come un dato di partenza e nello stesso tempo cerca giustificazioni sociali alla condotta deviante dell’adulto. Sottintendiamo la stessa libertà o responsabilità negli uni e negli altri, confondendo l’educazione con l’istruzione coatta e la formazione dell’adulto con l’obbligo di successo formativo. Se mai una generazione umana futura dovesse tentare di ricostruire la nostra storia dalle teche supersiti, che cosa saprebbe dell’umanità? Forse anche le ultime generazioni, guidate dalle manipolazioni evidenti o nascoste della televisione, allevate nel vociare della debordante comunicazione, non ne sanno molto di più.
di Rina Di Giorgio Cavaliere