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Ed è a questa condizione di invisibilità che si abbinano le espulsioni coattive, che tuttavia si scontrano con una giurisdizione ancora insidiosa e una logistica irreale che prevede tempi molto dilatati. In questa fase subentrano i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), in cui gli immigrati resterebbero sei mesi prima di essere invitati a lasciare il Paese entro cinque giorni. Se non ottemperassero a tale ordine e fossero arrestati, sarebbero processati per direttissima. “Con il pacchetto sicurezza, insieme al reato di clandestinità, c'è il rischio del 'reato' di solidarietà”: è con queste parole che il responsabile del centro Domenico La Marca introduce il confronto con le istituzioni. Ma la provocazione riguardava appunto alcune storture che la normativa non argina pienamente, in relazione alla differenza sostanziale tra l'attività filantropica di assistenza e il favoreggiamento personale del reato di clandestinità. In questo senso ciò che evidenzia Antonio D'Introno è soprattutto la necessità di una sana e corretta informazione dal momento che, nonostante l'inasprimento di certe regole di chiusura, dice: “Per le diverse situazioni di ogni utente straniero esiste un percorso di regolarità possibile”. D'Introno spiega le questioni relative alle quote lavoro, che prevedono di programmare i flussi migratori dei lavoratori extracomunitari non stagionali, ma descrive anche ipotesi di decreti di espulsione anche in caso di necessità di cure mediche o di divieto di ingresso persino per chi abbia patteggiato una condanna oppure abbia subito solo una denuncia. Ciò implicherebbe una eventuale pericolosità sociale dei soggetti, contro cui interviene il muro innalzato dalla norma, improntata proprio a finalità di ordine pubblico. Il ruolo dell'associazionismo e il dialogo con le istituzioni si rivela fondamentale per evitare situazioni estreme, al di là di stratagemmi pericolosi e situazioni di legalità ibrida. (Il Grecale/ Samantha Berardino) |