Parliamo di un culto molto radicato nella religiosità popolare e di un Santo, S. Rocco di Montpellier, tra i più venerati nel mondo cristiano.
Il 1200 aveva donato la luminosissima figura di San Francesco d’Assisi, il successivo, il secolo XIV, offriva all’umanità un altro grande Santo, S. Rocco, divenuto in breve popolarissimo soprattutto nel mondo occidentale, per le sue virtù taumaturgiche e per il suo messaggio di solidarietà e fratellanza.
Nacque a Montpellier tra il 1348 del 1350. Il padre, nobile e ricco, si chiamava Giovanni Rocco de
Quando Rocco nacque, infieriva la peste nera, diffusa dai soldati mercenari, la quale mieteva vittime in tutta Europa. Rocco frequentò forse le scuole dei domenicani prima di intraprendere gli studi di medicina. Rimasto orfano a diciassette anni, decise di partire alla volta di Roma. Come San Francesco, rinunziò a tutti i suoi beni che distribuì ai poveri per dedicarsi ad opere di carità e di umana solidarietà, ed abbracciò la regola del Terz’Ordine francescano. Da terziario francescano, indossato l’abito del pellegrino, dopo aver ricevuto la benedizione del vescovo, mosse alla volta di Roma nel giugno del 1367. Si fermò per alcuni mesi ad Acquapendente e poi a Cesena per curare gli appestati, che segnava e guariva con un segno di croce (si dice che sia nato con un segno di croce sulla parte sinistra del petto). Arrivò a Roma del 1368 e passò da un ospizio all’altro, in particolare prestò aiuto agli appestati ricoverati nell’ospizio di Santo Spirito; guarì dalla peste anche il cardinale Angelico Grimoaldo, che lo presentò al Papa Urbano V. Dopo poco più di due anni prese la strada del ritorno verso Montpellier, nel 1370; nel 1371 era Piacenza a curare gli ammalati dell’ospizio di Nostra Signora di Betlemme, presso la chiesa di S. Anna. Ma fu anche lui contagiato dalla peste e si ritirò nel bosco di Sarmato. Un cane gli portava ogni giorno un pane.
Guarito dalla peste, Rocco riprese la via del ritorno. Era in corso la guerra tra il duca di Milano, Bernardo Visconti, e la lega costituita dal papa Urbano V, guidata da Amedeo VI di Savoia, guerra che durò dal 1371 al 1375. Rocco fu creduto una spia, arrestato e tradotto in carcere a Voghera dove rimase cinque anni ed ove morì (un’altra tesi sostiene che morì nella città natale), forse tra il 1378 ed il
Nel 1584 Gregorio XIII lo iscrisse tra i Santi e nel 1629 Urbano VII confermò il suo culto in considerazione della santità della sua vita e della sua potenza taumaturgica. A Lui sono intitolati oratori, cappelle e chiese (oltre
Questa grande figura di Santo sempre in cammino e tra uomini sofferenti, nella doppia veste di guaritore e malato, ha offerto ed offre molti spunti all’arte ed all’iconografia sacra, che lo rappresenta vestito da pellegrino, con barba, fiasca, bordone, scarsella, sanrocchino (specie di mantello incerato che usavano i pellegrini), con le conchiglie sul petto o sul cappello, anche con due chiavi incrociate sul petto, simbolo dei pellegrini che andavano a Roma, e con un dito che indica la piaga all’inguine o su una gamba, per lo più la sinistra. Gli fa compagnia un cane che reca in bocca un pane e spesso, soprattutto nelle pitture e nelle immaginette, gli fanno corona gli appestati cui il Santo dedicò la vita.
S. Rocco è riconosciuto protettore di ospizi, medici, malati, prigionieri, appestati, pellegrini, viandanti, animali da cortile ed armenti. Protegge da catastrofi naturali e per molti aspetti può essere considerato un Santo ecologista per il rapporto che si stabilì tra Lui, gli animali e la natura in genere.
Rientra nella categoria dei santi medici e guaritori, molti dei quali sono con lui venerati proprio a Sant’Agata di Puglia, come S. Biagio, protettore della gola, S. Antonio Abate invocato contro peste ed epidemie e contro il fuoco detto di S. Antonio o herpes zooster, protettore di uomini ed animali, S. Paolo che protegge dal veleno dei rettili, S. Vito che protegge dalla rabbia canina, S. Lucia protettrice degli occhi, S. Pantaleone che protegge da ernie, emicranie, e soccorre le puerpere che non hanno latte, S. Donato che guarisce dall’epilessia, S. Agata invocata dalle nutrici e per le malattie al seno.
Il culto per S. Rocco a Sant’Agata di Puglia
Il culto per S. Rocco a Sant’Agata di Puglia può essere stato introdotto dai francescani (presenti dal 1443) considerato che S. Rocco era un terziario francescano, o dai duchi Orsini. E’ certo, comunque, che nel 1656 il popolo santagatese volle dedicare al Santo una chiesa, per averlo salvato dalla peste bubbonica che quell’anno colpì anche Sant’Agata. La chiesa fu costruita extra muros, come tutte le chiese che dovevano accogliere appestati e contagiati. Ad una sola navata, con altare e nicchia sovrastante che custodisce la statua lapidea del Santo, ha subito nel corso dei secoli numerosi interventi di restauro.
Si accedeva il tempietto per stradine mulattiere, quelle stesse che portavano verso i campi, uscendo dalle porte del paese che allora era protetto e fortificato ancora dalle mura di cinta.
I santagatesi non solo dedicarono al Santo una chiesa nel 1656 ma, perché il culto fosse sempre vivamente praticato, vollero che s’istituisse un beneficio semplice perpetuo da annettere a quella chiesa ed all’altare. Il beneficiato, detto anche cappellano, rettore o abate, doveva dedicarsi tanto alla chiesa ed all’altare di San Rocco da non far mancare nulla per quanto atteneva al culto, all’officiatura e alla manutenzione. Il beneficio era costituito da beni mobili ed immobili donati dal popolo.
La devozione dei santagatesi verso questo grande Santo si è manifestata anche nell’eleggerlo a compatrono, elezione corale, popolare, non suffragata, allo stato attuale della ricerca, da alcun decreto vescovile. Devozione che non ha subito flessioni nel corso dei secoli che, anzi, si è sempre più radicata tanto da far attribuire a S. Rocco un altare con statua nella chiesa matrice di S. Nicola.
Nel 1786 ci fu una grandissima moria di animali per epizoozia. Ancora una volta i santagatesi bussarono al cuore di S. Rocco. Ed i coloni, particolarmente Nicola e Donato Carrillo, vollero, in segno di rinnovata devozione, esprimere la gratitudine al Santo rinforzando le strutture murarie della chiesa. Nel 1822 la stessa venne rimessa a nuovo. Verso la fine dell’800, grazie all’impegno del devoto Michele Danza e con il contributo di altri fedeli, fu allargato lo spiazzo antistante in mezzo al quale campeggia una colonna in pietra alta metri 4,80, sormontata da una croce pure in pietra.
Nel corso degli anni successivi altri restauri sono stati effettuati per mantenere decoroso il sacro tempio. I più importanti quelli fatti eseguire nel 1932 dalla famiglia Giovanni e Francesco Cancellaro, agricoltori, che fecero ampliare la chiesetta dalla parte posteriore e rifare il prospetto; quelli più recenti fatti eseguire dal Comitato pro S. Rocco negli anni Novanta del secolo scorso, durante i quali è stato rifatto il pavimento, l’altare, il tetto, acquistata una nuova campana, un Crocifisso, inserito un orologio nella parte superiore del tetto. E’ stata introdotta la pia pratica del pane benedetto, detto “pane del cammino”, che si rifà al pane di S. Rocco, e vuol simboleggiare il pane dell’Eucarestia.
La festa in onore di S. Rocco.
Al culto di San Rocco è legata la celebrazione di una grande festa, il 16 agosto, prima a cura dei “campieri” ed agricoltori ed ora del suddetto Comitato, festa condivisa dalla patrona S. Agata e dal compatrono S. Lorenzo martire.
Con le funzioni liturgiche e devozionali come messe, panegirico, processione, si svolgevano manifestazioni a carattere profano, tra cui una serie di giochi e gare di abilità, ora non più praticate.
La sera del 15 agosto una fiaccolata muoveva dalla Chiesa extra moenia di S. Rocco e si snodava per le strade processionali con l’accompagnamento della banda locale. Si portava in processione la tela del Santo, quella che si conserva ancora il quella chiesa. Il giorno 16 si apriva con lo sparo dei fuochi e trasèva la festa, si diceva, ciò iniziava la festa: la banda locale accompagnava il Comitato addetto alla festa per raccogliere elemosine per il paese. Il grosso delle elemosine si era già ottenuto con la “cerca” per le aie durante la trebbiatura del grano.
La chiesa fuori le mura era gremita di fedeli, ed il piazzale antistante di fedeli con i propri animali (chi li aveva) per la benedizione. Molto rispetto gli animali dovevano al Santo in cambio di protezione: dopo essere stati benedetti con i loro padroni dovevano girare per tre volte intorno alla chiesa..
Le donne di buon’ora, con la sedia in testa per assicurarsi il posto a sedere, si recavano a S. Nicola per trovare posto, sedersi, e seguire la prima messa. Per tutta la mattinata le celebrazioni eucaristiche si susseguivano ininterrottamente fino all’uscita della processione, cioè a mezzogiorno. Con la statua di San Rocco (quella della chiesa matrice) in processione si portavano e si portano le statue di San Lorenzo martire (avanti), Sant’Agata (al centro). La processione esce dalla chiesa matrice.
Per questa festa, se il raccolto era stato abbondante, i “campieri” facevano venire il miglior complesso bandistico (anche la famosa banda di Gioia del Colle con 85 musicanti), e si sparavano fuochi in un’interminabile gara pirotecnica.
Non si badava al risparmio: era la festa dell’estate e del raccolto. Ritornavano in paese gli emigrati a “riappropriarsi delle loro radici culturali e religiose”, si ricomponeva la comunità, ed insieme, per un giorno, mettendo al bando difficoltà e differenze sociali, si dimenticavano sofferenze e miserie.
Il pomeriggio era tutto divertimenti, musica, luminarie e “struscio”.
Tra le gare di abilità c’erano quelle del “solco di San Rocco” e della presentazione del “carro di covone”.
Il primo coinvolgeva gli aratori: bisognava tirare un solco diritto dalla località “Puzze re miézze carre” di Palino fino alla chiesa di S. Rocco. Cosa non facile considerata la distanza e le asperità del luogo. L’altra gara, di cui ci parla anche l’Agnelli, praticata fino alla fine dell’800, consisteva nel raggiungere, percorrendo i non facili sentieri di campagna, la cappella del Santo nel minor tempo possibile con un carro carico di fieno trainato da buoi.
Tra i divertimenti c’era il palo della cuccagna, che veniva issato in piazza, la corsa degli asini che si svolgeva sul tratto S. Rocco-Casa del Sacro Cuore di Gesù, oppure Perillo-Molino Fredella. Molti anziani ricordano anche lo sparo del viccio cu lu rujebbotte (fucile a due canne, doppietta).
Nella piazza si allestiva l’orchestra per eseguire musiche la sera. Tra i pezzi più amati dai santagatesi erano l’Aida e il Rigoletto.
La piazza, illuminata a giorno da artistiche luminarie, era gremita. I più fortunati trovavano posto davanti ai bar di Picariello, Carlone ed Antonacci, che per la festa preparavano i migliori gelati, cassatine alla siciliana, sorbetti, oltre a bancarelle stracolme di cupeta (torrone) e croccante di mandorle.
Al Santo per antica consuetudine si offriva un maialino, lu purciérre re Sande Rocche, che girava libero per il paese tutti i giorni dell’anno, alimentato per devozione dalle famiglie e ritenuto quasi sacro e, perciò, degno di grande riguardo (c’è ancora il detto piére lu purciérre re Sande Rocche per indicare persona che ama girare per case altrui e sostarvi per eventuale spuntino). A tempo giusto il maiale veniva macellato ed il ricavato dalla vendita delle carni utilizzato per la festa del Santo.
Questa tradizione, che è anche di altri paesi della fascia appulo-irpino-lucana, sembra legata al fenomeno della transumanza ed al rapporto montagna-pianura. Giuseppe Galasso nel libro L’altra Europa parla del derku ‘s’ mandolit di Ururi, paese in cui il 17 gennaio si offrono a S. Antonio Abate maialini che, dopo la benedizione, si lasciano circolare liberi per il paese, dovendo la comunità provvedere ad alimentarli, per venderli e celebrare con il ricavato la festa del Santo. Secondo G.G. Libertazzi, questa tradizione può essere legata alle immigrazioni degli albanesi del XV secolo.
Alla chiesa di S. Rocco di Sant’Agata non era annesso il romitorio, però un devoto aveva cura della chiesa e del maialino. Spesso lo portava con sé quando girava per le strade del paese per elemosinare.
Oggi la festa è animata da noti personaggi dello spettacolo e da una serie di manifestazioni culturali e folcloriche, che rientrano nel programma “Santagataestate. Festa patronale”.
Al Santo sono dedicati inni e preghiere, che lo esaltano nella beltà, nella forza, nel potere che ha di liberare dalla peste, dal tumore infiammatorio (ndrècia), dai contagi, dalla morte. Molto attestato nell’onomastica è il nome Rocco (lo si trova già nel ‘500), più raro Rocchina.
Il comitato pro S. Rocco, che conta 24 iscritti, aspira a diventare confraternita per attestare maggiormente l’antica devozione dei santagatesi verso questo grande Santo.
Dora Donofrio Del Vecchio