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Cultura, arte e musica
02/05/2012
I FRANCESCANI A SANT'AGATA DI PUGLIA DAL 1443 AL 2012
di Dora Donofrio Del Vecchio

In un momento in cui tutta la popolazione santagatese è in forte apprensione per l’annunciata chiusura del Convento dell’Annunziata e per l’allontanamento dei Padri francescani conventuali, vogliamo ricordare la loro plurisecolare presenza a Sant’Agata di Puglia.  

I Francescani a Sant’Agata di Puglia dal 1443 al 2012 

Con la Bolla del 18 dicembre 1443, indirizzata al vescovo di Bovino, mons. Pietro Scalera, papa Eugenio IV consentiva al duca Francesco Orsini di costruire in Sant’Agata di Puglia un convento per i frati francescani sul luogo ove sorgeva un’antica chiesa dedicata alla Vergine Annunziata. L’Orsini, che era prefetto di Roma e signore di Sant’Agata di Puglia, metteva a disposizione case, magazzini, orti, terreni di sua proprietà e quanto potesse essere necessario per la costruzione di chiesa e convento.

La chiesa dell’Annunziata (o “di S. Antonio”), era ubicata extra muros, a sud est della collina su cui sorge il paese. Era ad una sola navata e dalla struttura lineare, rispondente agli ideali di semplicità predicati da S. Francesco. Aveva coro, sacrestia, cappelle ed altari consacrati, di cui tre erano di ius patronato e tre rispettivamente delle confraternite della SS.ma Annunziata, del SS.mo Rosario, di S. Antonio di Padova, attive già dal 1500 (ad esse si aggiunsero, nell’800, la confraternita dell’Immacolata Concezione, nel 1881 il Terz’Ordine francescano maschile e femminile).

Il sacro edificio ha subito nel corso dei secoli molti rifacimenti in seguito a frane e terremoti. I più significativi nei primi decenni del ‘700 (fu consacrato nel 1729 dal beato mons. Antonio Lucci, vescovo di Bovino), nel 1903, nel 1920, dopo il terremoto del 1930. Nel 1937 si avviò la costruzione del campanile, progettato dall’architetto Gino Marchitelli. Nel 1972 si pose la prima pietra della nuova chiesa (si fece salva la facciata) sempre su progetto del Marchitelli, grazie all’interessamento del compianto padre guardiano Michele Massa, di p. Emanuele Popolizio e p. Bernardino Fondaco, con contributi dello Stato, del popolo e del benefattore Gerardo Maruotti di Palino. Con il tempo la chiesa è stata dotata di nuove statue e suppellettili, nuovi confessionali, di un armonium, di organo, di porte di bronzo realizzate da padre Tarcisio Pasinetti, di vetrate istoriate, di impianto di riscaldamento, di un salone per incontri culturali e di catechesi.

La chiesa dell’Annunziata, anche durante l’assenza dei Francescani in seguito alla soppressione dell’Ordine del 1809, è rimasta sempre aperta al culto ed officiata, grazie alle confraternite dell’Immacolata Concezione, di S. Antonio, al Terz’Ordine. E’ loro merito aver mantenuto vive tutte le pratiche devozionali accese dalla famiglia francescana, di aver provveduto alla manutenzione ed alla ricostruzione dei locali, alla dotazione delle campane, di aver salvato suppellettili, arredi ed archivio. E non possiamo, con le confraternite, non ricordare i sacerdoti secolari che hanno curato la chiesa e caldeggiato il ritorno dei frati, come don Raffaele Anzano, don Francesco Lavilla, don Francesco Mariconda, don Nicola Mavilia, don Francesco Fredella, don Francesco Paolo Mazzeo, don Remigio Cela, ed i numerosissimi benefattori.

Complessa è anche la storia del convento. Nel ‘500 ospitava cinque Padri e non aveva ambienti sufficienti per ospitarne di più. Fu soppresso nel 1652, si riaprì due anni dopo. Poi venne la soppressione del 1809, che chiuse anche il nostro convento ed allontanò i frati. In quell’anno venne valutato, con la chiesa, 3400 ducati, contava nove stanze di abitazione, oltre a cucina e refettorio, “magazzini”, cantina e fosse granarie. Fu assegnato al Seminario di Bovino. Gli oggetti preziosi furono riservati allo Stato, le rendite furono assegnate allo studentato dei Liguorini di Deliceto ed al collegio governativo di Lucera. Allo stesso collegio furono destinati i libri della biblioteca.

Nel 1950 il complesso conventuale fu ricostruito ex novo grazie alla generosità dei fratelli Gennaro e Rocco Fredella di Sant’Agata di Puglia, gli stessi che contribuirono alla costruzione dell’annesso Collegio serafico che ha ospitato fino a 30 fratini l’anno, dal 1955 al 1981.

Nel corso della sua esistenza il convento ha raccolto numerose testimonianze di fede, strettamente legate alle proposte cultuali francescane (S. Francesco d’Assisi, S. Chiara, S. Antonio di Padova, Immacolata Concezione, S. Maria degli Angeli, S. Elisabetta d’Ungheria) ed a devozioni rispondenti a nuove correnti spirituali o a culti locali (la Madonna di Pompei, l’Incoronata, S. Vito, S. Gerardo Maiella, S. Leonardo, P. Fasani, P. Pio). Forte impulso i Francescani hanno dato al culto mariano, come attestano anche le confraternite ed i sodalizi da loro promossi. Con particolare solennità venivano e vengono celebrate le festività di S. Antonio, di S. Gerardo e S. Leonardo.

Per la festa del Taumaturgo di Padova, il 13 giugno, si animava il paese, si abbandonavano le campagne e si interrompevano tutti i lavori; si preparavano con anticipo stendardi di paglia bianca e cappelloni carichi di gigli, oltre a monumentali “palii”, ricchi di gigli e ciliegie, che sfilavano con la processione. Molti devoti si consacravano al Santo e per voto vestivano il saio francescano; molti preparavano “il pane di S. Antonio” con farina propria o raccolta per elemosina, “pane” che distribuivano dopo la benedizione.

Nel secolo scorso lo offrivano i “Fratelli Fredella molini e pastificio”, gli stessi che si fecero carico delle spese per culto e festa.

Nel 1918 il popolo raccolto nella chiesa decise di eleggere S. Antonio patrono principale di Sant’Agata, ma non si diede mai attuazione a questo disegno.

Il forte richiamo esercitato dalla famiglia minoritica è attestato anche dai numerosi lasciti di beni mobili ed immobili (tra cui anche un mulino ad acqua), dalla scelta di molti di essere sepolti nella chiesa dell’Annunziata; dal coinvolgimento dei frati nella vita civile ed economica della comunità, partecipando alla gestione del Monte frumentario di S. Lorenzo e dei Monti di maritaggio.

E fu tale il “ruolo catalizzatore ed animatore” esercitato dai francescani, che il convento sorto extra moenia, si è trovato al centro di un popolatissimo rione, quello dell’Annunziata, detto anche “di S. Antonio”, cresciuto dal ‘600 in poi.

Ci chiediamo il perché di tanto calore intorno ai frati di S. Francesco. Perché alla loro scuola si apprendeva un umanesimo nuovo, ispirato al valore della fraternità, dell’uguaglianza fra gli uomini, dell’amore e della pacifica convivenza. Perché essi, calandosi nel concreto del contesto socio-religioso, seppero prenderne parte attiva, aiutando materialmente e moralmente, istruendo, formando le coscienze, soccorrendo nel bisogno. Durante la peste del 1656 i Padri trasformarono il convento in lazzaretto, riuscendo a contenere il contagio ed a salvare tante vite umane. Con l’aiuto delle confraternite riuscirono a coprire le varie esigenze del popolo e da religioso il loro impegno seppe farsi “storicamente sociale”.

I Francescani conventuali ritornarono a Sant’Agata nel 1953 (25 ottobre, festa di Cristo re - si è celebrato il cinquantenario nel 2003), dopo 144 anni dalla soppressione. Fu un ritorno a lungo atteso da tutto il popolo, che consentì di riprendere un dialogo mai interrotto. Arrivò un piccolo drappello (p. Bonaventura Popolizio, p. Massimiliano Amoroso, superiore, p. Giuseppe Piemontese, frate Francesco Rinaldi) che rese, operativamente parlando, più di un esercito. Si aggiunsero successivamente molti altri, tra cui i padri Bernardino Fondaco, Giuseppe Rolli, Bernardino Nonni, Alfonso Granchelli, Giuseppe Maria Sorgente, Beniamino Manzo, Michele Massa, Giuseppe D’Aprile, Lorenzo Aracri, Francesco Calderoni,  padre Eugenio.

La fraternità ritornava a Sant’Agata in un momento difficile: il paese si andava spopolando per l’emigrazione, il lavoro mancava, le ferite della guerra non erano ancora rimarginate, e dura era la ripresa. Ma loro, con quell’empito di vitalità che è propria dei Francescani, riuscirono subito ad immettersi nella realtà quotidiana, più forti che mai. Adeguandosi alla concretezza della vita e percependo i segni dei tempi nuovi, risposero con la massima efficienza alle istanze ambientali, sociali e religiose del luogo. Coinvolgendo i laici nelle loro forme di apostolato costituirono un’associazione cattolica interparrocchiale (GIAC) il 15 novembre 1953; istituirono la Giornata Pro emigrato il 29 novembre, il 9 dicembre la Milizia di Maria Immacolata e successivamente il gruppo dei Piccoli militi. Avviarono un fecondo colloquio con i giovani, incoraggiando la Compagnia teatrale, celebrando la Giornata universitaria e guidandoli verso la buona parola scritta quando fecero il “falò della stampa cattiva” sul sagrato della loro chiesa. Consacrarono Sant’Agata all’Immacolata l’8 dicembre 1954 e avviarono la peregrinatio Mariae, portando la statua della Vergine nelle carceri, nelle scuole, negli uffici, nelle case, e promovendo la recita del S. Rosario in tutte le famiglie. Il 2 febbraio 1959, centenario dell’apparizione di Lourdes, scoprirono la statua dell’Immacolata sul piazzale del convento. Portarono la loro parola di “Pace e bene” ai carcerati, cui consegnarono un gran Crocifisso. Un loro foglio, l”Eco di S. Antonio”, raggiungeva benefattori e cittadini lontani dal paese, recando note di vita religiosa, cronaca locale, ed interessanti pagine di studi francescani.

 Hanno continuato a promuovere forme di associazionismo laicale come attestano i comitati per la festa di S. Antonio e per la festa di S. Gerardo e S. Leonardo. Loro è stata la cura della chiesa di S. Maria delle Grazie di ascendenza benedettina e l’assistenza spirituale degli anziani ricoverati nella “Casa del S. Cuore” di Sant’Agata. E, quando tutti i sacerdoti secolari di Sant’Agata sono venuti a mancare e le parrocchie sono rimaste senza parroco, ecco padre Eugenio pronto ed efficientissimo a colmare anche questo grande vuoto. 

L’attività dei nostri Padri non si è mai esaurita con la predicazione né ha avuto i limiti del campanile, come documenta un convegno realizzato il 21 ottobre del 2000 per trattare un tema di grande interesse “L’amministrazione penitenziaria all’inizio del terzo millennio”. Fu un incontro di studio che riunì rappresentanti del Governo centrale, del Ministero della giustizia, della Provincia di Foggia, del Comune di S. Agata di Puglia, della Provincia dei Frati Minori Conventuali, e che raccolse ampi consensi di critica e di stampa. Ne vennero pubblicati gli Atti.

La famiglia francescana conventuale ha svolto un ruolo insostituibile nella comunità: ha evangelizzato, educato, formato coscienze,  ha assistito in periodi di calamità e contagio, ha istituito confraternite, associazioni mariane, gruppi di preghiera, il terz’ordine maschile e femminile, ha avviato e consolidato devozioni e forme di pietà radicate nella spiritualità del popolo. Il convento è stato come un faro luminoso ed ha richiamato folle di fedeli nella vicina chiesa dell’Annunziata.

Nulla i santagatesi hanno fatto mancare ai Padri, che  hanno contribuito alla loro crescita umana e  spirituale e tenuto equilibrio e pace tra i vari ceti in un ambiente in cui i bisognosi erano i più, e forti erano le tensioni di carattere sociale. 

Oggi la minacciata chiusura del convento e l’allontanamento dei frati da Sant’Agata, dopo oltre sei secoli di presenza, che solo la soppressione napoleonica interruppe in tempo di scristianizzazione, cancellerebbe dolorosamente con un colpo di spugna una storia costruita giorno dopo giorno, intessuta di collaborazione, di stima, di affetti, di rispetto, di fede, perché  la famiglia minoritica è stata ed è amata dalla comunità, per la quale i Padri hanno scritto una pagina eroica e luminosa.

Dora Donofrio Del Vecchio 

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